Venezia 2018. Opera senza autore

Opera senza autore – Never Look Away *1/2

Il terzo film del quarantacinquenne Von Donnersmark è un lungo melodramma sull’ispirazione d’artista, che copre quasi trent’anni della storia tedesca.

Si apre nel 1937 quando il protagonista, Kurt è solo un bambino, accompagnato dalla zia anticonvenzionale ad una mostra di arte ‘sovversiva’ a Dresda, dove ammira i quadri di Dix, Grosz, Kandinsky Mondrian e delle altre avanguardie.

La sua famiglia è sempre stata antinazista, e si è piegata al regime solo alla fine: questo non impedirà alla zia di venire internata e poi deportata in un campo dove la soluzione finale era riservata anche a malati di mente, storpi, handicappati, irregolari, secondo un progetto di eugenetica applicato da un severo ginecologo, il Prof. Seeband.

Ritroviamo Kurt dopo la guerra nella Dresda distrutta dai bombardamenti e passata dal nazismo allo stalinismo. La sua passione per la pittura viene utilizza per la gloria del nuovo regime, secondo i dettami dell’arte socialista.

Alla scuola di pittura e di moda di Dresda conosce Ellie, se ne innamora, la mette incinta, senza sapere che il padre di lei è proprio il Prof. Seeband, responsabile della deportazione dell’amatissima zia.

Il passato tornerà a tormentare tutti i personaggi di Opera senza autore, anche dopo il trasferimento in Germania Ovest.

Più che un film, quello di Von Donnersmark è una miniserie a puntate, non solo per la lunghezza spropositata e certamente poco giustificata, ma anche per la scelta del registro drammatico e delle logiche di scrittura.

Opera senza autore è un polpettone dal retrogusto scadente che, soprattutto nella prima parte, inanella una serie di implausibilità, forzature, svolte narrative e dialoghi improbabili, che ormai non accettiamo più nemmeno in uno sceneggiato di raiuno.

La seconda parte, ambientata a Dusseldorf, è certamente più sorvegliata e pur giocando nuovi colpi bassi allo spettatore, almeno evita che gli incastri della sceneggiatura finiscano per far tornare tutte le sottotrame di cui è disseminato il film (…o forse, più semplicemente, a quel punto ci siamo assuefatti alla sciagura scrittura del film).

Per un film per parla d’arte, ispirazione, talento, originalità, le opere finali di Kurt appaiono non solo di inquietante banalità, ma sembrano proprio scelte per far tornare una delle linee narrative, per giustificare un colpo di scena, che si risolve nell’ennesimo episodio telefonato.

Anche il dibattito artistico e tra artisti che ritorna più volte, dalla prima scena all’ultima ambientata ad una personale del protagonista, è pieno di banalità senza fine, di affermazioni apodittiche e superficiali, che da un regista colto come il tedesco non ci saremmo aspettate.

Quando Kurt infatti, dopo essere passato dall’ottusità nazista a quella comunista in campo artistico, arriva finalmente all’Accademia di Dusseldorf, dove riprende gli studi, le opere e le performance che vede, nonostante corrispondano a lavori reali della seconda metà del Novecento, sembrano tentativi pretenziosi, contenitori vuoti di velleità artistiche, ridicoli e privi di senso.

Il film mettendoli uno in fila all’altro in un’unica lunga scena di agnizione, non fa altro che banalizzarne il significato, negarne la ricerca formale: in fondo il suo sguardo sull’arte contemporanea non è poi così diverso da quello di nazisti e comunisti. In quelle immagini non si comprende mai la carica rivoluzionaria e distruttiva di un’arte che si nega spesso le possibilità figurative.

Non solo ma quelle opere sembra non dialoghino che con il proprio autore, lasciando fuori dal quadro il teatro, la musica, il cinema (!), pure così centrali in quegli anni.

Se il professor van Verten, che sprona Kurt a lavorare su quello che conosce meglio, è plasmato su Joseph Beuys, lo stesso protagonista, quando trova la sua strada, attraverso la pittura, sembra realizzare cloni dei primi lavori di Gerhard Richter.

Due riferimenti molto precisi, che forse il regista avrebbe dovuto esplicitare, se voleva citarli così puntualmente. Invece anche da questo punto di vista, tutto rimane in superficie. Resta solo l’assunto finale che l’arte moderna si muove verso un repertorio di immagini altri, creando quelle che appaiono opere senza autore.

Parallelamente sono proprio queste opere che lasciano intuire la verità storica, mentre la giustizia non trova la sua strada e rimane incompiuta.

Von Donnersmark sceglie per Opera senza autore una luce piatta, con una leggera dominante azzurra, senza ombre e senza contrasti, che neanche dall’ultimo influencer su Instagram sarebbe ritenuta credibile e che dona al film un look subito respingente.

Peccato che Tom Shilling, Paula Beer e Sebastian Koch siano coinvolti in un lavoro così mediocre, che mortifica il loro apporto e rende tutto falso, posticcio, forzato.

C’è ben poco da salvare in questo film che non ha neppure la grazia della sintesi e si allunga fino a diventare il più lungo di un concorso pieno di film lunghissimi.

Dopo l’orrendo The Tourist e questo melò mal riuscito, comincia a venire il sospetto che lo straordinario Le vite degli altri, uno dei film europei più noti e visti degli ultimi vent’anni, sia stato un accidente, un colpo fortunato, un miracolo come quelli che accadono talvolta nel mondo del cinema, in cui le intenzioni e il talento vengono trascesi dal risultato finale.

Desolante.

Regia:
Florian Henckel von Donnersmarck
Durata:
188’
Paesi:
Germania
Interpreti:
Tom Schilling, Paula Beer, Sebastian Koch, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci
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