Venezia 2018. Conferenza stampa di Vox Lux

Al termine di Vox Lux, il regista Brady Corbet sbatte in faccia allo spettatore la dicitura “a portrait of 21th century”. Ma la pellicola, incentrata su ascesa professionale e tracollo personale della popstar Celeste (Rafey Cassidy prima, Natalie Portman poi), vuole essere molto di più: “Ho deciso di partire dalla rievocazione della strage di Columbine perché ha smosso le coscienze di tutti gli americani”, racconta Corbet, “così come Celeste scrive una canzone in cui tutta la nazione può identificarsi e trovare sollievo, così io ho voluto realizzare un prodotto che ci faccia sentire uniti in un’epoca di ansie”.

Annuisce al suo fianco la Portman, punkettara psicotica dalla voce nasale su grande schermo, usignolo dal viso pulito in sala conferenze: “I giochi di contrasti mi divertono”, sussurra, “per me la recitazione ha a che fare in primo luogo con l’immergersi in una psiche altra, completamente diversa dalla propria”. Tant’è che per interpretare il suo ruolo ha dovuto vestire i panni di cantante e ballerina: “Con le coreografie mi ha aiutato mio marito, facendomi provare e riprovare nel salotto di casa nostra”, commenta con un sorriso, “mentre dover registrare dei brani in studio mi ha terrorizzato, anche se Sia mi è stata di grande supporto”.

La cantante e produttrice musicale statunitense, infatti, oltre a risultare fra i produttori esecutivi del film, ne ha scritto l’intera colonna sonora: “L’ho scelta perché, oltre a trovarsi immersa fino ai gomiti nella cultura pop di cui volevo parlare, ha realizzato canzoni per numerosi artisti”, continua Corbet, “mi è parso logico si occupasse lei del repertorio di Celeste, un personaggio ispirato a diverse popstar del momento”.

Un processo lungo, non distante dal lavoro dietro alla produzione ex novo di un intero album: “Ci è voluto un anno solo per ultimare i brani, poi abbiamo potuto iniziare”, spiega Corbet, “dalle canzoni dipendevano le scene di lip sync e le coreografie, quindi un buon 60% del film”.

Il risultato finale è una rapsodia “senza fine didascalico”, che “non assume toni accusatori né la retorica da sermone”, ma piuttosto invita ad “accettare la realtà per com’è, in modo lucido e senza scadere in facili lirismi e senza sfruttare il potenziale drammatico di tragedie realmente avvenute”.
Il mastodontico lavoro ha lasciato qualche segno: “Ho adorato realizzare questa pellicola”, conclude Corbet, “quasi quanto adoro sapere che non mi cimenterò mai più in un’impresa del genere”.

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