The Young Pope – La prima stagione

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La recensione, pubblicata dopo la presentazione veneziana dei primi due episodi, è stata aggiornata alla luce della visione complessiva della prima stagione.

The Young Pope – La prima stagione ***

The Young Pope racconta in dieci episodi la storia di Lenny Belardo, alias Pio XIII, il primo papa americano della storia. Giovane e affascinante, la sua elezione sembrerebbe il risultato di una strategia mediatica semplice ed efficace del collegio cardinalizio. Ma, com’è noto, le apparenze ingannano. Soprattutto nel luogo e tra le persone che hanno scelto il grande mistero di Dio come bussola della loro esistenza. Quel luogo è il Vaticano, quelle persone sono i vertici della Chiesa. E il più misterioso e contraddittorio di tutti si rivela Pio XIII. Scaltro e ingenuo, ironico e pedante, antico e modernissimo, dubbioso e risoluto, addolorato e spietato, Pio XIII prova ad attraversare il lunghissimo fiume della solitudine dell’uomo per trovare un Dio da regalare agli uomini. E a se stesso.

Paolo Sorrentino debutta nel long form della serialità televisiva, con un progetto in 10 puntate targato Wildside e coprodotto da Sky, Canal+ e HBO.

Come sempre coraggioso nella scelta dei suoi protagonisti, questa volta il regista napoletano ha deciso di ricreare un Vaticano prossimo e immaginario, guidato da un pontefice americano, Lenny Belardo – Pio XIII, ultraconservatore, allergico ai media almeno quanto alla diplomazia, collerico e glaciale nei rapporti personali.

Un personaggio controverso, in cui la dimensione umana e quella spirituale combattono senza sosta: il suo vissuto di orfano, abbandonato dai genitori hippie, lo spinge a diffidare di tutti, persino di Dio; la sua visione intransigente del papato contrasta ogni apertura modernista su omosessualità, aborto e affari della Chiesa.

Eletto a sorpresa, forse per fare uno sgarbo al suo mentore, il Cardinale Spencer, Belardo è alle prese con la prima omelia e con la presentazione al mondo, quindi con il discorso ai Cardinali che l’hanno eletto.

Il napoletano Voiello – Segretario di Stato appassionato di finanza e potere almeno quanto di calcio – cerca di indirizzarlo, ma Belardo si fida solo di Sister Mary, la suora nel cui orfanotrofio è cresciuto assieme a Andrew Dussolier, e di Monsignor Gutierrez, maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie e quindi cardinale incaricato di risolvere a New York uno spinoso caso di pedofilia, che ha coinvolto la diocesi americana e l’arcivescovo Kurtwell.

Sullo sfondo si agitano gli altri cardinali, i consiglieri particolari, il responsabile dei musei vaticani, il prefetto della congregazione per la dottrina della fede, i consulenti di marketing della Santa Sede: tutti preoccupati e confusi dalle novità che il nuovo Papa sembra voler portare in un’istituzione adagiata placidamente sui millenni della sua storia.

Nelle puntate mostrate alla Mostra, si cominciavano a delineare i personaggi più importanti, tra cui la Mary di Diane Keaton, il Voiello di uno scoppiettante Silvio Orlando e il severo Spencer di James Cromwell, oltre al compassionevole consigliere interpretato da Javier Camara.

“Quanto dovrò espiare per i peccati che commetterò per salvare la chiesa?”: questo è l’interrogativo che il machiavellico Voiello si domanda alla fine delle prime due ore, dopo che la presentazione al mondo del nuovo Papa si è rivelata un disastro di proporzioni bibliche.

In effetti non ci saranno molti scontri, ma una sorta di Guerra Fredda, perchè in fondo il ‘diabolico’ Voiello pur continuando a lavorare dietro le quinte per sostituire il nuovo Papa, riesce a vederne anche la forza morale e l’intransigenza con i ‘mercanti del tempio’.

Pio XIII, con un intervento miracoloso, consente alla moglie di una guardia svizzera di rimanere finalmente incinta, si occupa quindi del millantatore Tonino Pettola, che dichiara di vedere la Madonna in mezzo alle sue pecore, sconfessa Suor Antonia, che nei suoi villaggi della carità africani ha messo in piedi un sistema di potere falso e corrotto, incastra l’arcivescovo Kurzwell, che ha approfittato dei suoi fedeli.

Sorrentino in conferenza stampa ha raccontato di aver avuto due obiettivi molto precisi nel girare quello che lui chiama un film di 10 ore, in cui cinema e letteratura si sono incontrati: il primo è la tenuta narrativa dei dieci episodi, nei quali bisognava rispettate sia la struttura di puntata, sia il ritmo del racconto complessivo; il secondo è il tentativo di non appiattire la sua regia su scelte visive prevedibili o conservative.

Il lavoro di Sorrentino sembra più riuscito sotto il punto di vista formale. Le prime due puntate un po’ ci avevano ingannato: rispetto ai suoi ultimi film, la compattezza narrativa infatti sembrava una qualità ritrovata, ma in effetti la serie non ha il ritmo dei prodotti che arrivano dagli States, nonostante la collaborazione di Stefano Rulli, Umberto Contarello e Tony Grisoni.

Nella parte centrale, Sorrentino introduce molte sottotrame sia rispetto al passato del Papa giovane, sia rispetto ai suoi mesi di pontificato. Tuttavia il racconto non si arricchisce e stratifica, per necessità diegetiche o narrative, ma quasi sempre attorno alla personalità travolgente di nuovi personaggi, che entrano ed escono dalla storia come fuochi d’artificio.

Il suo cinema è sempre stato più interessato al racconto di una singolarità eccezionale, di un paradosso spesso ironico, che non alla costruzione di una storia strutturata con le modalità classiche.

Fin dai due Tony Pisapia de L’uomo in più, passando per il Titta Di Girolamo, contabile della camorra in esilio svizzero, quindi per il Divo Giulio Andreotti e la sua corte, per arrivare sino al Jep Gambardella maestro di vita, nella Roma annoiata e gaudente, inconsapevole della sua Grande Bellezza, il suo cinema ha sempre ruotato attorno all’entrata in scena clamorosa e dirompente di protagonisti e comprimari che vivono in una condizione di vita, tragica o surreale, del tutto originale: la scoperta delle loro motivazioni è spesso al centro del suo racconto.

E The Young Pope non fa eccezione: una carrellata di personaggi memorabili, non solo il Papa che si veste sulle note di I’m sexy and I know it, ma anche il Segretario di Stato, che segue le partite del Napoli in maglietta e calzoncini, il monsignore timorato di Dio, ma perennemente alcolizzato, il compagno d’orfanotrofio, che ha un debole per le donne dei ricchi e potenti, la suora che vive come Kurtz nel Vietnam, il mentore roso dalla sconfitta, il pastore visionario che abusa della credulità popolare…

Ancor più che nei suoi film, il formato lungo della serie consente a Sorrentino una clamorosa galleria di ritratti umani, in un continuo alternarsi di narrazione debole ed entrate in scena folgoranti.

La macchina da presa di Sorrentino invece non ha perso le caratteristiche barocche, che ne hanno fatto uno dei talenti più riconoscibili nel panorama del cinema internazionale.

Le sintesi visive e musicali, che sembra aver rubato al maestro Scorsese, restano memorabili anche in The Young Pope, a partire dalla sigla di testa che – sulle note di All Along the Watchtower, rifatta da Ed Sheeran e Devlin – apre sette delle puntate, con il Papa che attraversa una galleria immaginaria di opere d’arte, che raffigurano la storia della Chiesa, guidato da una stella cometa, che si rivela infine essere il meteorite, che abbatte Giovanni Paolo II nella famigerata opera di Cattelan.

In una serie che vuole raccontare tutta la gravitas di un Papa che non coltiva alcuna simpatia e non vuole neppure farsi vedere in pubblico, l’unico appunto che ci sentiamo di muovere a The Young Pope è un certo gusto compiaciuto per la battuta ad effetto, per il calembour surreale, per l’aforisma ad effetto, che forse Sorrentino dovrebbe tenere più sotto controllo, anche se è ormai diventato una delle cifre della sua scrittura.

Nel corso della serie crescono i rovelli di un Papa che dichiara di non credere in Dio, ma che nel silenzio del suo pontificato si occupa di alcuni dei temi più controversi del magistero della Chiesa e non sembra estraneo ad alcuni evidenti ‘miracoli’.

In un contesto che azzera il tempo narrativo e sembra far accadere tutto in un presente continuo, in una perenne estate romana, Lenny Belardo cerca nell’origine della sua vocazione la forza del suo pontificato, comincia a lasciar intravvedere alcune aperture e si presenta finalmente in pubblico, proprio nella Venezia dei suoi genitori. Più la sua ossessione di uomo si fa insopprimibile, più la sua capacità di comunicare la Fede e la compassione diventa forte.

La serie che si era aperta proprio a San Pietro, si chiude in un’altra piazza, San Marco, davanti ad una folla di fedeli, che per la prima volta scorgono il volto umano del nuovo pontefice.

Scenografie e costumi straordinari sono di Ludovica Ferrario, Carlo Poggioli, Luca Canfora, che ricostruiscono la sontuosità del Vaticano e persino la Cappella Sistina.

La fotografia è del fidato Luca Bigazzi, che privilegia alla solita composizione pastosa e densa, un chiarore virginale ed estatico, soprattutto negli esterni vaticani.

Un lavoro che conferma il talento sconfinato di Paolo Sorrentino e anche alcuni suoi limiti ricorrenti, ma che lascia ammirati, per la capacità di seguire solo la propria ispirazione, indifferente ai codici di genere, così stringenti, delle serie televisive.

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