Venezia 2016. La vendetta di un uomo tranquillo

La vendetta di un uomo tranquillo – Tarde para la ira *1/2
Orizzonti

Madrid, agosto del 2007. Curro è stato l’unico ad essere arrestato per la rapina in una gioielleria. Otto anni dopo, la sua ragazza Ana e suo figlio aspettano che lui esca di prigione.
José è un uomo solitario e riservato che sembra sempre un pesce fuor d’acqua. Una mattina va a prendere un caffè al bar dove lavorano Ana e suo fratello.
Quell’inverno la vita di José si intreccerà con quella degli altri clienti del bar, che lo accolgono come fosse uno di loro. È il caso soprattutto di Ana, che vede nel nuovo arrivato una via di fuga dalla sua vita difficile. Scontata la pena, Curro esce di prigione con la speranza di cominciare una nuova vita con Ana. Ma tutto è cambiato in pochissimo tempo.

Il debutto alla regia di Raul Arevalo, uno dei protagonisti del bellissimo La isla minima, è un melò sulla vendetta piuttosto schematico e reazionario.

Non racconteremo la rivelazione che dopo circa un terzo del film, trasforma profondamente quello che sembrava un film di realismo minimalista sul peso della colpa e del passato, in una caccia all’uomo crudele e senza perdono.

Tuttavia il film si gioca tutto su questa scoperta, che i personaggi all’interno del film fanno in momenti diversi, creando così le premesse perchè il racconto possa mantere il suo interesse sino in fondo.

L’ottusità implacabile del vendicatore e la sua completa insensibilità alle ragioni del tempo e della storia è assolutamente prevedibile, ma non meno moralmente intollerabile.

Ancora una volta, nel corso di questa Mostra siamo di fronte ad un film che racconta la morale della giustizia con le forme arcaiche dell’occhio per occhio, della vendetta a sangue freddo, prima di ogni compassione.

E’ un segnale inquietante e che disturba: tre secoli di filosofia del diritto sembrano spesso spazzati via da un atteggiamento che considera di nuovo la giustizia una faccenda privata, in cui la forza dello Stato non ha più alcun potere e in cui il valore della pena è ridotto ad un contrappasso dantesco.

Una volta si sarebbe considerato un rigurgito fascista, oggi non va più di moda esprimersi in modi così netti, ma il messaggio che ci arriva dal festival più antico del mondo è lo stesso preoccupante.

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