Cinema con vista: Deadpool

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Il cinema americano resta imbattibile nel trarre motivi di spettacolo anche dai casi clinici più angosciosi. Il matto in questione ha una tuta rossa, lo spirito da ragazzaccio e una faccia che farebbe invidia al Freddy Krueger di Wes Craven. Ma la Marvel punta su di lui. La madre del cinema a fumetti sceglie un anti eroe sboccato e violento per sfondare al box office.

Il suo nome è Wade Wilson. Ha un passato nei corpi speciali e ora si diletta nella nobile arte del picchiatore a pagamento. Insomma è un ragazzo perbene, dalla solida morale criminale e sempre pronto a intrattenere con qualche battutaccia a sfondo sessuale. Bambini, non lasciatevi abbindolare dal suo costume colorato, non è adatto a voi e potrebbe bloccarvi la crescita. In particolare da quando il suddetto Wade scopre di avere ben cinque tumori, e decide di sottoporsi ad un esperimento per salvare la pelle.

Tim Miller esordisce alla regia con una sorta di kolossal sperimentale. Abbandona i classicismi dei film “a fumetti” per cercare qualcosa di stravagante, per sparigliare le carte in un’epoca satura di supereroi. Thor, Iron Man, Hulk: tutti nomi sinonimo di guadagno assicurato e bagni di folla. Deadpool vorrebbe segnare un nuovo corso.

Il suo obiettivo è creare un cinecomic per adulti, in cui i veri protagonisti sono il sesso e l’ultra violenza. Ma la platea non si scompone. Vive nell’epoca de Il Trono di Spade ed è pronta a tutto. Così il regista aggiunge una comicità sboccata per farsi notare, col solo risultato di rendere l’operazione un prodotto di serie Z.

L’idea è un refresh che richiama il cinema ironico degli anni Ottanta, quando le pellicole di Leslie Nielsen avevano davvero regalato qualcosa di nuovo. Impossibile dimenticarsi, nel bene o nel male, de L’Aereo più Pazzo del Mondo o della serie Una Pallottola Spuntata, che con la loro demenza anticonvenzionale avevano stravolto i clichè del genere. Deadpool vorrebbe, ma non ci riesce. Segue le regole del gioco, con l’eroe modificato geneticamente a caccia del villain di turno e cerca di distinguersi con battute spinte e cascate di sangue. Col solo risultato di creare un giocattolo per bambini del tutto inadatto al target.

Con i colori sgargianti e i cartoni animati richiama i più piccoli, che devono ben guardarsi dall’entrare in sala. Poi fa l’occhiolino ai teenagers con le parolacce in libertà: ma in America è vietato ai minori di diciassette anni. E per gli adulti si consigliano ben altre visioni.

Gli attori non collaborano, si muovono sul set come agnelli bendati. Ryan Reynolds assume due espressioni: con la maschera e senza. Sugli altri è silenzio. Insomma è un continuo ammiccare allo spettatore, come per dire: non prendeteci troppo sul serio.

Deadpool è una bolla di sapone. Rischia di scoppiare da un momento all’altro e crea solo una gran confusione. Poteva essere un giocoso petardo invernale, invece ha scelto l’inconsistenza.

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