Cinema con vista: Il caso Spotlight

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Chi pensa che il cinema d’inchiesta sia morto dovrà ricredersi. La sagacia di un regista evita di soddisfare pruriginose necessità, senza nascondere il vero alla platea benpensante. Nel 2001, il Boston Globe cambia direttore. Arriva da Miami e il suo nome è Marty Baron. Poco incline agli eventi mondani e ferrato sul lavoro, l’uomo dà una scossa al giornale. Il giornalismo investigativo deve fare la sua parte e puntare dritto al cuore dei lettori. Lo Spotlight è la sezione giusta, già famosa per servizi passati, ed è pronta per il salto di qualità. Esistono prove che potrebbero far gridare allo scandalo. Un sacerdote avrebbe violentato per anni ragazzini inermi della diocesi di Boston, e la Chiesa non ha mai preso provvedimenti. Forse sapevano, forse no e forse il fenomeno non è circoscritto ad un singolo caso. Nasce uno dei più grandi scandali del nostro tempo.

Thomas McCarthy è un tuttofare. Regista, attore e perfino sceneggiatore, riesce a saltare da un genere all’altro con una naturalezza disarmante. Il suo ultimo film (The Cobbler) è una commedia scanzonata, con Adam Sandler nei panni di un calzolaio “magico”. Un giorno incappa in una macchina da cucire dai poteri strabilianti e la sua vita cambia, come quella del suo regista.

Trova la storia giusta e la racconta con intelligenza, dote non comune nel cinema di oggi. Evita di esporsi e abbandona le vene scandalistiche, per cedere la parola alla potenza degli eventi. Non serve schierarsi o manipolare la platea per i propri fini: basta esporre la verità.

McCarthy diventa un tramite verso la verità, un traghettatore dalla regia asciutta capace di tralasciare gli inutili manierismi. Le immagini si esprimono da sole e i fatti urlano senza la necessità di un megafono, perché il cinema silenzioso è più assordante di un terremoto. La telecamera è spettatrice delle testimonianze, con le vittime che alla prima parola colpiscono al cuore.

Niente azione, solo una sceneggiatura precisa e accorata, con il ritmo scandito dall’alternarsi delle battute. Dialoghi di uomini che non vogliono essere eroi, ma portatori di giustizia. Persone normali che tutti i giorni lavorano per amore e non per necessità, sempre pronti a sacrificare la loro vita per un fine superiore. Non gridano allo scandalo, perché hanno i lori difetti e sanno di poter far male. Alle vittime, ai benpensanti, ai religiosi, e in primis a loro stessi, troppo “umani” per portare un fardello tanto pensante. Così il potere del vero giornalismo sale in cattedra, per scoperchiare un vaso di Pandora per troppo tempo celato.

I valorosi sono ben rappresentati da un cast d’eccezione. Michael Keaton, reduce da Birdman, regala un’altra riuscita interpretazione, con un Mark Ruffalo in stato di grazia al suo fianco. Si cimentano in una performance sobria e realistica, senza perdere i valori che il film vuole trasmettere.

Spotlight è una grande prova di umiltà in un cinema che punta al rumore. Il rigore della messinscena prende il sopravvento e la platea non può che essere indignata e stupefatta. Peccato per le didascalie di chiusura, dove traspare un piccolo errore di interpretazione, ma compensa con la riuscita scena finale. Un fermo immagine da alta scuola, che ricostruisce tre piani in un’unica inquadratura.

Piangono i bambini, mentre il mondo si risveglia da un incubo scarsamente raccontato.

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