Venezia 2015. Sangue del mio sangue

Sangue del mio sangue

Sangue del mio sangue *1/2

Il ritorno a Bobbio di Marco Bellocchio porta con sé anche i fantasmi della sua storia personale, ma Sangue del mio sangue è uno dei suoi film più incomprensibili e confusi.

Il doppio registro che accosta una storia antica e tragica di tradimenti e condanne, con una commedia surreale ambientata ai giorni nostri, produce un corto circuito decisivo, che lascia senza parole.

Il film comincia in un lontano passato: nel  diciassettesimo secolo Federico, un giovane uomo d’armi, viene sedotto, proprio come il suo gemello prete, Fabrizio, da una suora di clausura, Benedetta.

Suicidatosi per amore, Fabrizio è stato sepolto in terra sconsacrata. Solo una confessione di Benedetta potrebbe salvarlo: ma dimostrare il patto col diavolo della donna è impresa ardua persino per l’inquisizione monastica.

Dopo aver inutilmente affidato al gemello Federico la sua salvezza, la donna verrà condannata ad essere murata viva nelle antiche prigioni di Bobbio.

Il film fa un salto ai giorni nostri: un sedicente rappresentante della regione si reca al convento con un milionario russo che è interessato a rilevarlo. Qui vive un antico conte, un vampiro che esce solo di notte e che assieme ad un gruppo di vecchi notabili del paese ha cercato di mantenere il piccolo paese fuori dal mondo.

L’irruzione del funzionario mette Bobbio in subbuglio. Ma la verità è molto diversa…

Se la cornice antica che apre e chiude il film ha una sua coerenza e ripercorre ancora una volta l’ossessione di Bellocchio per i luoghi concentrazionari e la violenza delle istituzioni religiose, oltre che sulla viltà degli uomini e il coraggio anticonformista delle donne, la parte centrale ambientata in una sorta di moderno paese dei pazzi vorrebbe forse essere surreale e feroce, ma finisce per essere solo sconcertante e incoerente.

Cosa ci vuol dire Bellocchio, che quelli che bruciavano o muravano vive streghe presunte, per salvare nobiltà ed apparenze, sono ancora in mezzo a noi come stanchi vampiri che non succhiano nemmeno più il sangue, per cercare di condizionare ancora le nostre vite?

L’attacco alla borghesia delle buone maniere e dagli istinti predatori e volgari gli era venuto molto meglio in passato. Qui il tono è celentanesco, superficiale, senilmente predicatorio.

Sangue del mio sangue comincia magnificamente con un racconto di grande naturalismo poetico e forza drammatica. La luce di Ciprì non è mai stata così potente e la messa in quadro è sempre magistrale, soprattutto perchè questa volta si giova del recadrage naturale delle celle, delle finestre, delle fessure del convento.

Solo che il rigore formale improvvisamente lascia il posto ad una seconda parte sciatta e greve, affollata inutilmente di metafore e simboli, prediche e moniti già sentiti. Oltre che mal recitata da molti dei fedelissimi del suo cinema, da Filippo Timi a Toni Bertorelli, sino a Roberto Herlitzka. Il film sbanda così paurosamente, si sfalda inseguendo le tirate conservatrici del conte vampiro e non si riprende neppure nel finale, quando il racconto ritorna ad inseguire il passato: l’unica speranza è nelle donne, capaci di stroncare un potere maschile ormai del tutto sterile per scelta o per età.

Ma allora cosa c’entra l’arrivo della Guardia di Finanza? Forse è solo l’ultimo sberleffo di un film che ha due anime troppo distanti e difficilmente compatibili.

Nel frattempo la magia si è rotta, l’equilibrio è compromesso e tutto quello che resta è il senso di aver buttato via un’occasione.

La scelta di sottolineare i momenti più drammatici della storia con una versione per coro di Nothing Else Matters aumenta infine l’incredulità e lo sconcerto. Quanto sono lontani i tempi in cui Bellocchio usava magistralmente i Pink Floyd in Buongiorno notte

Sangue del mio sangue sembra uscito dal periodo più oscuro del regista emiliano, quegli anni ’80 segnati dallo scandalo antipsichiatrico e dalla caccia alle streghe del Diavolo in corpo, Gli occhi, la bocca e La visione del sabba.

Molte sono le suggestioni che arrivano proprio da quest’ultimo film, dall’immagine dell’accusata appesa al soffitto a testa in giù, alla prova del tuffo nel Trebbia, ma anche il tentativo malriuscito o forse stavolta neppure tentato di legare passato e presente. Se allora vi era almeno una cornice psicanalitica che Bellocchio utilizzava per tenere assieme la storia, oggi questo non succede più e tutto sembra posticcio e forzato, fondamentalmente incomprensibile e vuoto.

Il regista ha dichiarato di non aver voluto seguire regole classiche e rivendica l’imperfezione del suo racconto. Il risultato rimane però poco felice.

Un disastro da dimenticare in fretta.

Sangue del mio sangue 4

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