Venezia 2015. Rabin The Last Day

Rabin 2

Rabin The Last Day ***1/2

Yitzhak Rabin, nato a Gerusalemme nel 1922, militare prima e politico laburista a partire dal 1973, divenne nel 1974, con le dimissioni di Golda Meir, il primo premier israeliano nato sul suolo ebraico.

Tornò in carica quindici anni più tardi, nel 1992 e per otto mesi trattò in segreto con l’OLP un accordo capace di porre fine alla questione israelo-palestinese.

Nonostante i fortissimi contrasti fuori e dentro il parlamento, Rabin ed il suo rivale storico, Shimon Peres, nominato ministro degli esteri, firmarono ad Oslo, sotto l’egida di Bill Clinton e Re Hussein di Giordania, un trattato storico e probabilmente determinante per il futuro della Palestina e dei territori occupati, con Yasser Arafat.

I tre protagonisti furono insigniti del Nobel per la Pace nel corso del 1994.

La sera del 4 novembre 1995, subito dopo un comizio a sostegno della pace a Tel Aviv, il risposta alla campagna denigratoria e fascista del Likud di Netanyahu, fu assassinato da Ygal Amir, un colono ebreo estremista con tre colpi di pistola.

Il film di Amos Gitai comincia con un’intervista a Shimon Peres, protagonista a fianco di Rabin in quella breve stagione politica, bruscamente interrotta dal rumore assordante di quei tre colpi.

Subito dopo questa cornice puramente documentaristica, Gitai utilizza sapientemente il materiale di repertorio e le immagini riprese da un videoamatore che ritraggono i momenti decisivi di quella sera, ricostruendo con la forza del cinema il lavoro della Commissione Parlamentare Shamgar, incarica di fare luce su eventuali falle nella sicurezza del Primo Ministro.

Attraverso le udienze della commissione, il film ricostruisce il clima politico e sociale di quei giorni, l’opposizione durissima e di stampo squadrista del Likud, quella non meno devastante dei rabbini più integralisti, che screditarono il governo Rabin e gli accordi di Oslo dal punto di vista religioso, lasciando mano libera al fanatismo in nome della sopravvivenza dello stesso popolo ebraico.

Secondo il lavoro della commissione, fu anche pronunciato nei confronti di Rabin il din rodef, una sorta di maledizione che affonda le sue radici nel Talmud e che condanna a morte colui che ha tradito il suo popolo.

Le bare con il nome di Rabin trasportate alle manifestazioni della destra, le immagini del premier vestito da Hitler o con la kefia palestinese, i cori scanditi a pieni polmoni che chiedevano la morte del Primo Ministro, i profili psicologici richiesti dai rabbini, che qualificavano il loro avversario come uno schizofrenico, affetto da visioni fuori dalla realtà, sono stati il crogiolo all’interno del quale un killer solitario si è incaricato di passare alle vie di fatto, approfittando delle falle nel servizio di sicurezza.

Il film di Gitai è sì una ricostruzione del lavoro della commissione, ma anche e soprattutto un pamphlet politico attualissimo, con due grandi obiettivi: il premier in carica Bibi Netanyahu e l’integralismo religioso, coloro che allora come oggi soffiano sul fuoco della violenza, alimentando una spirale di odio, che ancora segna la storia della terra santa. Lo stesso regista ha dichiarato in conferenza stampa che “Israele non nasce come progetto religioso ma politico. La sua nascita in realtà è stato un punto di rottura con la religione e io invito tutti i politici del nostro Paese ad attenersi al progetto politico, riconoscendo gli altri e non ignorandoli”.

Gitai rilegge la lezione di Rosi anche alla luce dell’interpretazione che Oliver Stone ne ha fatto negli anni ’90, utilizzando il repertorio e la ricostruzione cinematografica senza soluzione di continuità e lasciando alla testimonianza della moglie Leah, le ultime parole sul grande statista israeliano.

Le molte teorie del complotto che pure si susseguirono dopo l’attentato, rimangono estranee al film, così come probabilmente sono rimaste estranee al lavoro della commissione d’inchiesta. C’è solo un accenno al coinvolgimento terzi soggetti, presto troncato dall’intervento dei pubblici ministeri e lasciando nel film come una traccia aperta, mai davvero chiarita.

Rabin è un film civile nel senso più vero del termine, forse non particolarmente innovativo dal punto di vista cinematografico, ma rigoroso e necessario nel ricostruzione storica e nel monito.

Difficile che esca a mani vuote dal palmares di sabato prossimo.

Da non perdere.

Annunci

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.