Venezia 2015. Looking for Grace

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Looking for Grace **

In concorso alla 72° Mostra del Cinema di Venezia fa capolino Looking for Grace di Sue Brooks, che come set del suo ultimo film da regista e sceneggiatrice ha scelto la “cintura del grano”, appellativo attribuito alla regione del Wheatbelt, in Australia Occidentale, non a caso terra d’origine della regista. Un’imponente inquadratura dall’alto, su vasti campi di grano color senape, ci conduce dal personaggio motore della storia: Grace (Odessa Young), una sedicenne fuggita da casa insieme all’amica Sappho, che però ci ripensa, abbandonandola lungo il viaggio. Dentro lo zainetto Grace nasconde molti soldi in contanti, sottratti dalla cassaforte del padre. Viaggia in pullman, e l’avventura fulminea con l’aitante Jamie non fa altro che disorientarla ulteriormente. I genitori, Dan e Denise non perdono tempo e si danno da fare per ritrovarla con i propri mezzi, mettendosi presto sulle sue tracce grazie all’aiuto di un vecchio investigatore privato in pensione (Terry Norris).

Tanto asfalto in questo dramma ironico che sa di road movie e che non nasce come una classica storia di formazione di una teenager alla ricerca di se stessa. La nebulosità iniziale del film farebbe pensare piuttosto a un intento registico più fine e originale e così, da bravi spettatori, ci fidiamo dello storytelling a più fili narrativi, che auspica a volere presentare i diversi punti di vista dei protagonisti, Grace compresa (nel primo capitolo: “La storia di Grace”), col pretesto della sua scomparsa, fatto alquanto inspiegabile e privo di un reale movente. Questa destrutturazione a capitoli mal legati l’uno all’altro, perde le coordinate fin dal principio svelandoci difetti palesi, come la ripetizione non pertinente di certe scene.

Looking for Grace è un viaggio di andata e ritorno che impone ai protagonisti un alto prezzo da pagare, ovvero lo sgretolamento del loro nucleo familiare, la causa di un iniziale cambiamento della piccola fuggitiva e dei suoi genitori: tre individui singoli, soli, ciascuno alla ricerca del proprio momento di grazia, legati da un’incomunicabilità di fondo e appesantiti da uno schiacciante senso di colpa.

Riuscito l’approccio introspettivo sui due genitori, personaggi sviluppati con convinzione dagli stessi attori australiani: Richard Roxburgh nel ruolo del padre di Grace e Radha Mitchell in quello della madre. Sono due adulti caratterizzati da comportamenti nevrotici, da atteggiamenti statici, che ci appaiono freddi come gli interni della propria casa immacolata. La perdita della verginità della giovane figlia in concomitanza con l’innesco di una bomba a orologeria che andrà a minare le loro esistenze.

“Se credete che siano gli individui a forgiare il loro destino, questo film non fa per voi. Se credete che abbiamo tutti un destino che sfugge al nostro controllo e che dedichiamo le nostre giornate a cercare di dargli la forma che riteniamo che debba avere, allora forse questo è un film per voi”. In questo messaggio della regista al suo pubblico, la linea guida fornita, ritroviamo la chiave del film: se un’occasione di riconciliazione tra Grace, Dan e Denise è possibile, in una frazione di secondo potrebbe andar perduta. Scene lente e bizzarre fanno da cornice a dialoghi divertenti e non poco profondi, che comunicano quanto la potente fotografia sui paesaggi australiani (che coincide con gli stati d’animo) e il leitmotiv penetrante che incombe su ciò che sta per accadere o che è già avvenuto.

Se Sue Brooks con Japanese Story (2003) aveva ottenuto l’ambito premio della FIPRESCI al Festival del Cinema di Cannes, con Looking for Grace approda degnamente al lido veneziano con un racconto che mescola bugie, segreti e rivelazioni, piccole e grandi sofferenza d’amore.

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