Venezia 2015. Equals

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Equals **

Terzo film di una ideale trilogia sull’amore, Equals di Drake Doremus, questa volta vorrebbe travestirsi da apologo distopico, ambientato in un futuro imprecisato in cui ognuno vive una vita priva di qualsiasi interazione e comunicazione empatica.

Abolita ogni tecnologia moderna, ciascuno vive come una monade in un appartamento singolo di candido biancore, in cui può fare tre cose: “dormire, mangiare o vivere”.

Il protagonista è Silas che lavora come illustratore alla compagnia Atmos, incaricata di realizzare opere di fiction ed educative.

Le interazioni con i colleghi sono limitate alla formale cortesia, perché qualsiasi segno di emozione potrebbe essere un segno di malattia.

Dopo aver debellato il cancro e l’influenza, la minaccia alla stabilità sociale si chiama SOS: una sindrome che colpisce coloro che sembrano uscire dallo stato catatonico in cui sono costretti a vivere.

Una mattina, mentre il suo team lavora, un uomo si butta dall’ultimo piano del loro edificio: Silas nota che la collega Nia trattiene a stento la sua emozione.

Silas e Nia capiscono che oltre alla loro monotona e predeterminata esistenza c’è qualcosa di più

La loro storia ricalca molto fedelmente i canoni shakesperiani dell’amore impossibile, tra progetti di fuga e nuove cure aggressive.

Il film di Doremus, ritorna in forme diverse sui temi di Like Crazy e Breathe In: il suo è un cinema del desiderio, dell’incontro dei sensi.

E ancora una volta si dimostra perfettamente a suo agio nel raccontare l’esplosione dei sentimenti.

Quello che non convince è la cornice da sci-fi, che rimane invece piuttosto debole, ingiustificata, piuttosto pretestuosa.

E’ evidente che si tratta di un film a basso budget e che Doremus usa il setting minimale e la pulizia delle forme, ma resta l’impressione sgradevole di aver già visto tutto e di averlo già visto meglio.

Il suo naturalismo e la sua capacità di trarre dai dettagli il senso di un mondo, qui si perdono completamente, in un decor tanto freddo quanto scontato.

Preziosa invece la colonna sonora di Dustin O’Halloran e Sascha Ring/Apparat, capace davvero in questa occasione di dare spessore alle immagini.

Più rigido Nicholas Hoult, che naturalmente sconta un personaggio a metà tra slancio drammatico e inepressività, mentre la Stewart conferma di aver bisogno di personaggi più costruiti e meno adolescenziali per brillare davvero.

Un passo falso.

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