Cinema con vista: Blackhat

Blackhat 7

Dopo un attacco informatico ai danni di una centrale nucleare ad Hong Kong, viene creata una task force congiunta di Cinesi ed Americani per catturare e fermare il responsabile. Al gruppo si unirà l’hacker recluso Hathaway (Chris Hemsworth), che in cambio della libertà dovrà mettere le sue capacità al servizio della giustizia.

In un mondo globalizzato e costantemente interconnesso, l’attacco cibernetico è un pericolo reale e tangibile. Lo scandalo sollevato da The Interview della Sony e la susseguente azione ai suoi danni sono soltanto la punta di un iceberg ormai ben radicato nella nostra società, da cui nessuno può sfuggire. Ogni computer è controllato ed ogni dato può essere manipolato, rischiando di destabilizzare potenze ed ordini mondiali in poche ore, quasi mai con possibilità di replica. Michael Mann sfrutta questa situazione di incertezza per girare un film ossessivo, che, nella sua voglia di essere spettacolare, si adagia sui cliché del cinema di azione, senza mai regalare un pizzico di incisività.

L’idea poteva essere ottima e la cassa di risonanza creata dal caso Sony aveva gettato le basi per un successo ai limiti del certo, ma l’intera vicenda ha lo sgradevole sapore del già visto. Non ci sono novità o invenzioni nel ritorno al cinema di un regista che mancava da quasi sei anni, ma soltanto un eccessivo manierismo che cerca di rievocare successi passati come Collateral. Mann continua a girare col suo classico stampo realista, cercando di sopperire con lo stile alle lacune di un plot ai limiti del credibile. Infatti, alcune scene di massa sono notevoli ed una prima sequenza realizzata all’interno di un circuito elettronico può valere il prezzo del biglietto; per non parlare di una fotografia che a tratti ricorda le splendide visioni notturne di Miami Vice.

Il talento però non basta per salvare le sorti di una pellicola in cui neanche il rapporto tra gli attori sembra essere credibile. La storia d’amore con il bell’eroe “dalla camicia sempre aperta” è troppo forzata nella sua banalità e la sceneggiatura scarna collabora solo a rallentare il ritmo della narrazione. I continui primi piani cercano di vivacizzare la vicenda, ma creano solo più confusione in un film dai personaggi bidimensionali, in cui anche il nemico sembra essere una presenza evanescente.

Blackhat è un’opera fin troppo generosa nella durata, che non riesce a rapire lo spettatore per portarlo in un mondo di hacker e cospirazioni. L’ossessiva cura per i particolari ha segnato il tracollo di un film nell’insieme troppo trascurato, ricordando a tutti noi che talvolta il talento può essere una maledizione.

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