Il New York Times recensisce 900 film all’anno. Troppi?

francesha

Manhola Dargis, che assieme a Tony Scott, è a capo dei critici cinematografici del New York Times ha pubblicato un lungo articolo per mettere sull’avviso i compratori che arriveranno a Park City tra poche settimane per il Sundance: non comprate troppo, scegliete con raziocinio.

Tra i 117 film presentati nello Utah solo pochissimi ce la faranno davvero. Lo stato del cinema indipendente USA non è mai stato così contraddittorio: moltissimi film prodotti, ma quanti davvero meritevoli?

Nelle classiche top ten di fine anno, solo due film davvero indipendenti hanno raccolto consensi: The Act of Killing e Frances Ha.

Tutti gli altri film, presenti in quelle classifiche, sono stati distribuiti dalle major, anche attraverso le loro consociate.

Il problema nasce da un rapido conto di fine anno: la Dargis e Scott si sono accorti che il loro giornale ha pubblicato nel corso del 2013 ben 900 recensioni, circa 75 in più rispetto al 2012.

Più di due recensioni per ogni giorno dell’anno, 18 alla settimana. Il Times si pregia di recensire ogni film uscito a New York, ma il numero è diventato impressionante e soffocante. Chi ha il tempo di vedere tutti quei film?

Anche perchè, proprio grazie a questo principio, molti film che non avrebbero una chance in sala, escono comunque nella Grande Mela, per avere comunque diritto una recensione autorevole, che ne richiama altre…

Talvolta sono gli stessi produttori ad affittare la sala, pur in assenza di distribuzione, pur di garantirsi il passaggio, spesso anche legato a dinamiche contrattuali, sul grande schermo.

E’ un sistema distorto che si autoalimenta.

Qualcuno ha suggerito al Times di rompere il tabù e limitarsi a recensire quello che davvero merita una riflessione. Cominciando a snobbare quei blockbuster alla Iron Man 3 che non hanno certo bisogno di una recensione. I suoi spettatori lo andranno a vedere a prescindere.

Raffinare la scelta andrebbe a beneficio di quei film che davvero lo meriterebbero, trovando più spazio nelle sale e sui quotidiani.

Nell’era digitale, il passaggio in sala non è, non può essere, per tutti.

La Dargis, nel frattempo, invita il cinema indie a raffinarsi, a scegliere la qualità invece della quantità: fare un film è diventato più semplice ed assai meno costoso, ma questo è un trade-off dietro cui si nascondono delle insidie.

Tutto giusto. Ma un po’ di autocritica non farebbe male…

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