Cannes 2013. Manuscripts don’t burn

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Manuscripts don’t burn ***1/2

Dopo aver osato riprendere le contestazioni seguite alla rielezione-farsa di Ahmadinejad in Iran, Mohammad Rasoulof condivide con Jafar Panahi la condanna a sei anni di prigione e venti di interdizione dal proprio mestiere, comminata nel 2010 dal regime.

Fortunatamente l’uno e l’altro sono riusciti comunque a filmare, in assoluta clandestinità e con la leggerezza del digitale, i loro nuovi film.

Manuscripts don’t burn arriva a Cannes senza titoli e senza crediti, per tutelare coloro che vi hanno lavorato ed è uno dei film più scioccanti visti al festival.

Un film potente, necessario, politico nel senso più alto del termine.

Due killer, assoldati dai Servizi del regime sono incaricati di torturare ed uccidere gli intellettuali scomodi, non ossequiosi alle direttive del comintern iraniano. Sono due uomini qualunque, arrivati forse per caso o necessità a fare un mestiere ignobile. Nei lunghi spostamenti in auto vengono assillati dai loro problemi familiari, economici, dal mondo ordinario che entra prepotentemente in scena.

Eseguono gli ordini con implacabile ferocia, ma appunto non sono che strumenti di un potere dal volto ordinario e burocratico. E’ una questione di sicurezza nazionale, secondo il loro capo, ed allora è consentito tutto, persino l’omicidio di Stato, purchè sia camuffato da suicidio o da morte naturale.

Parallelamente il film introduce altri tre personaggi: un romanziere dissidente, costretto sulla carrozzina, deciso a pubblicare il suo nuovo libro – che rivela terrificanti segreti, quali il fallito attentato ai danni di 21 intellettuali – senza passare dalla censura ufficiale; un suo amico poeta, sequestrato e torturato dai Servizi, che vogliono sapere dove si trovino i manoscritti del romanzo, per poterlo distruggere; quindi un terzo intellettuale, anziano e malato, che ha accettato di ridursi al silenzio per poter rivedere un’ ultima volta la figlia che vive all’estero.

Quest’ultimo ha invano barattato la consegna dei propri lavori con la promessa di un visto di espatrio che non arriverà mai.

Il film comincia dalla fine, quando uno dei due killer corre verso l’auto dove l’altro lo sta aspettando, inseguito da un misterioso terzo uomo. Scopriremo solo dopo il perché di quella corsa.

Manuscripts don’t burn è un manifesto agghiacciante e spaventoso del regime iraniano, dei suoi metodi sanguinari e subdoli, del silenzio imposto con la forza agli intellettuali dissidenti.

Non è forse impeccabile nella sua costruzione drammatica e nelle sue scelte formali, ma ha l’urgenza ed il respiro affannoso di chi vive giorno per giorno l’incubo della censura.

Si impone nel concorso complessivamente debole di Un certain regard per lo squarcio impietoso e tetro che apre nelle maglie di un regime che offende e umilia la grande cultura persiana.

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