Cannes 2013. Only God Forgives

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Only God Forgives **

Il nuovo film di Nicolas Winding Refn, accolto da sonori fischi alla proiezione stampa mattutina, e’ un film che lascia spiazzati, confusi. Soprattutto coloro che conoscono poco il regista danese.

Le attese erano forse spropositate e malriposte.

Only God Forgives e’ un film respingente, ipnotico, rarefatto, che spinge il nichilismo del suo autore sino all’estremo ed oltre.

Refn toglie al film ogni cosa, per lasciarvi solo una stilizzazione assoluta di forme e visioni. Fa un action senza azione, un film di genere di pura autorialita’, quasi cercasse di respingere al mittente il successo improvviso e travolgente di Drive.

E allora costringe Gosling, la star che lui stesso ha creato, al silenzio e all’inazione, gli regala un personaggio catatonico e perdente, vessato da tutti, che certo lascera’ interdette le schiere di fans dell’attore.

Nel film Julian ed il fratello piu’ grande, Billy, gestiscono una palestra a Bangkok, come schermo per il traffico di droga.  Una sera Billy comunica al fratello che scendera’ all’inferno: subito dopo stupra ed uccide una ragazza di 16 anni, mettendo in moto una spirale infinita di violenza e vendette.

Il padre della ragazza uccide l’americano, quindi il poliziotto Chang, piu’ angelo della vendetta, che tutore della legge, gli amputa un braccio, perche’ ritiene che abbia esagerato.

Nel frattempo dagli Stati Uniti arriva in Thailandia la madre di Billy e Julian, Crystal, che pretende la morte di chi ha ucciso suo figlio e di tutti coloro che sono coinvolti.

Ciascuno pero’ dovra’ fare i conti con Chang, implacabile nell’arte Muay Thai e con le armi bianche.

Il film di Refn e’ ellittico sino allo sfinimento, affogato nella notte umida di Bangkok, nei suoi colori vividi, nelle sue luci ipnotiche, nelle sue strade bagnate. Il destino dei suoi eroi è segnato dalla violenza, dalla sopraffazione, dalla giustizia sommaria da antico testamento.

E da un rapporto materno da incubo edipico: la Crystal di Kristine Scott Thomas è assieme la madre castratrice che muove Julian come un burattino ed assieme la vamp che parla di sesso e misure, per umiliare ogni residue virilità filiale.

Nel suo viaggio ieratico verso l’abisso dell’abiezione umana e la brutalità animalesca e primordiale dei suoi protagonisti, Refn cerca solo la perfezione formale, eliminando quanto possa interferire con la linearita’ del racconto. Anche la violenza e’ quasi sempre fuori campo, tranne nella terrificante ed esemplare scena della tortura di Chang.

In questo inferno senza uscita, i personaggi sono ridotti all’immagine di se’, architipi di pura forma nelle mani del regista e del suo direttore della fotografia Larry Smith, che illumina il film, quasi interamente notturno, con magnifiche e pulsanti luci rosse e blu.

Kristin Scott Thomas e’ una madre esagerata e fuori controllo. Julian e’ un figlio succube e desideroso di approvazione. Chang un poliziotto senza scrupoli che canta nei night, per mantenere la sua glaciale impassibilità.

Non sono più romanticismo, azione, riscatto, ma solo tagli di luce, rallenty estenuanti, colori primari, perfette traiettorie visive. Persino la musica di Cliff Martinez e’ ridotta a devastante rumore di fondo. Il sospetto che Refn in fondo perseguisse soprattutto questa stilizzazione assoluta era evidente in Valhalla Rising, e latente anche in Drive, ma qui esplode definitivamente.

Only God Forgives si puo’ solo amare alla follia o odiare profondamente.

A noi e’ sembrato un inutile trionfo di morte, un esercizio di stile fine a se stesso, che ha perso completamente la sua ragion d’essere.

Un film che si rimira nella sua perfezione, nella sua glaciale freddezza, nella sua esibita e ricercata superficialita’. Piu’ adatto ad una video installazione che ad un concorso internazionale.

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