Venezia 2009 – III giorno

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FRANCESCA **1/2

Film d’apertura della sezione Orizzonti, Francesca, esordio alla regia di Bobby Paunescu, produttore del durissimo The death of Mister Lazarescu, è stato oggetto di polemiche e prese di posizione da parte di alcuni politici italiani, per un paio di battute sul nostro paese, pronunciate dal padre della protagonista nei primi minuti del film.

Le ultime due proiezioni al Lido sono state stupidamente sospese.

La gazzarra mediatica è stata del tutto fuorviante, incapace di far comprendere al pubblico che Francesca non è un film su come i rumeni vedono l’Italia, ma invece è un altro ritratto amarissimo del loro paese.

Francesca

In cui violenza, soprusi, ambiguità e voglia di arricchirsi velocemente segnano costantemente le “vite degli altri”, ancora oggi, a vent’anni dalla fine dell’era Ceausescu.

Dopo i trionfi della nouvelle vague rumena, anche all’ultimo Cannes, con il collettivo Racconti dell’età dell’oro ed il durissimo Politist, adjectiv, Francesca sembra porsi in modo più leggero, rispetto alla realtà del proprio paese, raccontando il sogno di una ragazza, che vuole venire in Italia, per aprire un asilo per bambini rumeni.

Ma il viaggio, ostacolato dal padre e dai debiti del fidanzato, farà affiorare le piccole e grandi violenze, apparentemente nascoste, nelle pieghe di un paese ancora “aggressivo ed insicuro”.

 Bad Lieut.

BAD LIEUTENANT: Port of Call New Orleans **1/2

Sgombriamo il campo, una volta per tutte, da un’informazione del tutto falsa.

Il film di Herzog non è, in alcun modo, un remake, un sequel o un prequel del film di Abel Ferrara.

L’unico elemento che li accomuna è il titolo, ma nulla nella definizione dei personaggi, dei luoghi e del tempi riporta all’opera del 1992.

Questo nuovo Bad Lieutenant è ambientato a New Orleans, subito dopo l’uragano Katrina.

Il tenente Terence McDonagh si tuffa in una pozza d’acqua per liberare un detenuto rimasto imprigionato dall’uragano e si procura un danno permanente alla schiena.

Comincerà una trafila di antidolorifici e droga, per alleviare il dolore e le abilità di detective si scontreranno con un le cattive abitudini: rubare la droga ai ragazzini, fuori dai locali ed all’ufficio corpi di reato della polizia, mantenere una bellissima fidanzata, prostituta d’alto bordo e scommettere forte sulle partite di football americano.

Nel frattempo Terence deve risolvere un difficile caso di omicidio, cercando di tenere sotto controllo le sue bad habits, i suoi debiti di gioco e le sue cattive frequentazioni.

Il film di Herzog, che segna la prima incursione dell’eroico regista tedesco, nel cinema di genere di produzione americana, è certamente lontano dai suoi capolavori degli anni ’70, per temi, stile e sensibilità narrativa, ma è comunque un’opera riuscita, con elementi originali ed una sceneggiatura in cui tutti i nodi vengono al pettine.

Il cattivo tenente, in fondo non è così cattivo: si spezza la schiena, quasi per gioco, per salvare un detenuto, si prende a cuore una prostituta, interpretata con misura da Eva Mendes, cerca di pagare le sue scommesse e rifiuta di utilizzare la violenza negli interrogatori, almeno sino alla scena formidabile con la vecchia signora, la sua badante e la bombola ad ossigeno.

Molti i momenti illuminanti: le allucinazioni del protagonista con le iguane ed i coccodrilli; l’anima di un morto, che balla la breakdance; il racconto della caccia al tesoro; il meraviglioso finale nell’acquario dei pesci.

Nicolas Cage, dopo molti ruoli sfortunati e mal scelti, dipinge qui il ritratto di un poliziotto istintivamente simpatico, onesto, ma afflitto dai suoi demoni, con una capacità espressiva, che raramente ha messo in mostra, nel corso di una carriera quasi trentennale.

La sua andatura zoppicante e faticosa, il suo sguardo mobilissimo e la sua risata scomposta, ne fanno, sin d’ora, un buon candidato alla Coppa Volpi.

 Bad liut. 1

PRINCE OF TEARS *

Questo è veramente un film la cui presenza in un concorso internazionale appare ingiustificabile.

Difficile dire perchè Mueller l’abbia proposto alla Mostra, nonostante sia orribile dal punto di vista estetico e recitato come una telenovela brasiliana, deprecabile politicamente ed ambiguo dal punto di vista etico.

Il racconto degli anni del “terrore bianco” nella Taiwan degli anni ’50 si intreccia con la storia dei quattro protagonisti, che sperimenteranno sulla loro pelle il tradimento politico e personale.

Il film appare un’apologia della delazione e della menzogna.

Il regime taiwanese di un tempo ne esce malissimo: processi più che sommari, esecuzioni capitali, semplici sospettati buttati vivi dalle scogliere, matrimoni d’interesse e carriere costruite sulla denuncia di false complicità con il regime comunista cinese.

Non si comprende quale sia il senso di un’operazione di questo tipo, dove il protagonista denuncia e fa uccidere il fratello innocente, per poterne sposare la moglie.

Non pago, metterà nei guai anche la migliore amica della donna, ora moglie di un generale.

E vissero, così, felici e contenti (??!!).

Il pistolotto finale che ci spiega che la storia è vera e che il regime di allora era brutto, sporco e cattivo, mentre la Cina Maoista era la patria delle libertà è francamente risibile.

Da dimenticare. In fretta.

VALHALLA RISING *

Nell’anno Mille, il guerriero orbo One Eye tenuto prigioniero in Scozia, si libera e fugge in Scandinavia con un gruppo di guerrieri cristiani. Finirà per uccidere quasi tutti i suoi compagni di viaggio, pur senza pronunciare una sola parola.

E’ vero che allo spettacolo di mezzanotte, metà degli eroici spettatori della Mostra dorme e l’altra metà fatica a tenersi sveglia, ma questo Valhalla rising ha aiutato considerevolmente a cadere nelle braccia di Morfeo: trama sconclusionata, interpreti inutilmente seriosi, regia dilettantesca, sonoro pomposo sino allo sfinimento, effetti di luce completamente fuori luogo, noia mortale.

Gli unici applausi, alla fine, erano quelli del cast, presente in forze in Sala Grande.

Peccato che il regista – di cui tacer il nome è pura cortesia – se li sia persi, incapace di resistere al proprio film ed uscito dopo pochi minuti, dall’infausta proiezione.

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