Cannes 2013. The Great Gatsby

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The Great Gatsby **1/2

The Roarin’ Twenties, i ruggenti anni del jazz, della ricchezza sfrenata e del trionfo del primo capitalismo finanziario. Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald è tutto questo, ma molto di più: il lato oscuro dei reduci dalla Grande Guerra, la vacuità di un mondo che prosperava senza sudore, le fortune accumulate col contrabbando e le prime organizzazioni criminali. E naturalmente l’ossessione di Gatsby per Daisy, la legittimazione sociale che neppure i soldi possono acquistare, l’illusione di una felicità irraggiungibile perchè  partorita da un’immaginazione sfrenata.

Il grande romanzo americano è stato, nel corso dell’ultimo secolo, una fonte inesauribile di interpretazioni, adattamenti, letture, innamoramenti. Il cinema l’aveva trasposto sul grande schermo già tre volte: la prima versione è degli anni ’20, andata perduta, la più nota è quella degli anni ’70 su una sceneggiatura di Coppola con Robert Redford e Mia Farrow nei panni dei protagonisti.

La nuova versione, realizzata dall’australiano Baz Luhrmann (Romeo+Juliet, Moulin Rouge) ha già attirato molte critiche negative negli Stati Uniti, come sempre avviene quando un testo sacro della letteratura o del teatro viene adattato con grande libertà formale e narrativa, come in questo caso.

Il regista ed il fidato sceneggiatore Craig Pearce, costruiscono una sorta di cornice, in cui il narratore Nick Carraway, giovane laureato in lettere, ammaliato dal successo apparentemente senza fine di Wall Street, racconta quella magica estate nella quale conobbe Jay Gatsby, ricchissimo vicino di casa a Long Island.

Il romanzo, ed ancor più il film di Luhrmann, non sono che il racconto tragico di una doppia illusione: quella di Nick, naturalmente, che idealizza Gatsby e ne fa l’eroe di un romanticismo irreale, e quella dello stesso Gatsby che immagina una Daisy devota e innamorata, capace di seguirlo in un mondo dorato di ricchezze ostentate.

In entrambi i casi si tratta di un’immagine ossessiva e sfuocata della realtà.

Il fallito Nick Carraway trasferisce su Gatsby le sue insoddisfazioni, le sue impotenze sentimentali, la sua incapacità a prendere in mano la propria esistenza e le sublima in personaggio mitico, proverbiale ed eccessivo in ogni aspetto: una leggenda a cui si perdona volentieri il passato ed il presente, in nome di un amore romantico assoluto e irraggiungibile, capace di mettere in discussione le gerarchie sociali, seppure per un attimo solamente.

Jay Gatsby è ugualmente ingannato da un’immagine di Daisy che si è costruito negli anni della scalata al successo. Ma l’amore della sua vita non è la giovane idealista capace di seguire il protagonista ad ogni costo, ma la figlia annoiata e conformista di una ricca borghesia che non può certo tollerare lo “scandalo della povertà” e tantomeno quello del crimine.

Gatsby non vuole la Daisy reale, ma quella della sua fantasia. Eppure per conquistarla cerca di ricreare nella realtà – e ad ogni costo – il mondo di ricchezze e lusso a cui lei appartiene.

THE GREAT GATSBY

Gatsby è misterioso ed invisibile, anche quando organizza delle memorabili feste nella sua magione, per far ballare tutta New York.

Luhrmann raddoppia la forza del suo protagonista grazie alla scelta di un attore capace di incarnare l’aspetto divistico e leggendario di Gatsby, con naturalezza. Di Caprio è già di suo oggetto del desiderio del pubblico, della sua curiosità.

Luhrmann celebra il nuovo star system in maniera spudorata e iperclassica e lo fa in maniera scoperta e divertita.

L’attesa creata attorno al personaggio, dal racconto di Nick, alimenta il mistero e si conclude con un entrata in scena memorabile, proprio nel mezzo di una delle feste di Gatsby.

Le origini della sua fortuna rimangono leggendarie, ma Gatsby ha un solo vero obiettivo: ricongiungersi con l’amata Daisy, cugina di Nick, che ha dovuto abbandonare cinque anni prima, per arruolarsi e che nel frattempo si è sposata con l’atletico ereditiere Tom Buchanan, che non disdegna la compagnia di altre donne.

Luhrmann stravolge la prosa elegantissima e audace di Fitzgerald e la mette in scena, soprattutto nella prima parte, con un caleidoscopio di effetti digitali da capogiro.

Aiutato da Jay Z, aggiorna le musiche al gusto dei newyorkesi del nuovo secolo, compiendo un’operazione culturale simile a quella dello Scarface di De Palma e Stone.

Allora come oggi, alle prese con un classico apparentemente intoccabile, gli autori hanno deciso di trasportare la storia adattandola ai tempi ed alla sensibilità del proprio tempo. Lesa maesta’?

Cattivo gusto? Sì, certo. Ma lo erano, in fondo, anche le feste dell’arricchito Gatsby, per la New York bene dell’epoca.

Il racconto di Fitzgerald punta chiaramente a mettere in evidenza l’estraneità profonda, radicale del protagonista, rispetto al mondo aristocratico da cui vorrebbe essere accettato.

Nella seconda parte, quando il racconto delle feste orgiastiche lascia il passo alla tormentata storia d’amore tra Gatsby e Daisy, anche la regia di Luhrmann si fa più controllata, meno stratificata e operistica, anche se il suo rimane sempre un cinema levigato, di superfici lucide e sempre sopra le righe. Un cinema dell’eccesso esibito, dell’accumulo scenografico, musicale, fotografico.

Ma questo è noto a chiunque abbia visto anche solo cinque minuti dei suoi film: è la cifra del suo stile barocco.

Il film è godibile e riuscito, giustamente audace. Ed è un’opera di quelle che Hollywood ha smesso di produrre, chiusa tra giganteschi prodotti standardizzati in serie e minimalismo da Sundance.

The Great Gatsby è l’ultimo dei film della grande industria, capace di offrire intrattenimento popolare, partendo da una fonte colta ed apparentemente lontana per parlare dei nostri tempi sciagurati.

Di Caprio è un Gatsby formidabile: il ruolo sembra scritto apposta per lui. Fasciato nei bellissimi abiti chiari a tre pezzi o negli smoking scuri, appare allo stesso tempo affascinante ed enigmatico, speranzoso e malinconico.

Il suo volto comincia ormai ricordare i tanti personaggi del suo passato cinematografico. I suoi lineamenti di adulto mai cresciuto si sono caricati dei tormenti di J.E.Hoover e di Howard Hughes, della violenza del padrone di Candyland come delle angosce del poliziotto infiltrato di The Departed.

Al solito imbalsamato Tobey Maguire nei panni del mediocre Nick, invece è sorprendentemente poco efficace Carey Mulligan nei panni di Daisy. Ma forse si tratta di una scelta consapevole, che svela da subito l’inganno di Gatsby e l’immagine artefatta del suo amore impossibile.

 Perfetto invece Joel Edgerton nei panni di Tom Buchanan.

Un Gatsby per la generazione cresciuta con MTV? Forse si’, ma non tutto e’ da trascurare.

Da oggi in tutte le sale italiane.

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