Viva la libertà

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Viva la libertà **1/2

Raccontare Viva la libertà vuol dire fare i conti con l’attualità politica del nostro paese, con i destini del maggior partito d’opposizione, in perenne crisi d’identità e di voti, e con il populismo dilagante e settario, che ha trovato nelle degenerazioni della res publica terreno fertile per prosperare.

Tratto dal romanzo Il trono vuoto, scritto l’anno scorso dallo stesso Andò, e adattato per lo schermo in collaborazione con Giovanni Pasquini, il film è una gustosa commedia, che sfrutta un espediente classico della drammaturgia: lo scambio di identità tra due gemelli, simili come due gocce d’acqua.

Il protagonista è Enrico Oliveri, leader di un immaginario Partito Democratico, molto fedele all’originale. In vista delle imminenti elezioni, il suo consenso si fa via via più incerto e minoritario. Oggetto di contestazioni in pubblico e di una depressione che lo lascia senza parole, decide a poche settimane dal voto di sparire e scappare in Francia dall’amata Danielle, una ragazza che aveva conosciuto molti anni prima al Festival di Cannes.

Il braccio destro di Oliveri, Andrea Bottini, disperato per la fuga, nel tentativo di trovare una soluzione temporanea, finisce per incontrare il fratello di Enrico, il filosofo Giovanni Ernani, appena dimesso da un ospedale psichiatrico.

E prendendo spunto dall’equivoco di un giornalista del Corriere, che scambia Giovanni per Enrico ed ottiene dal filosofo un’intervista sorprendente ed a tutto campo, Bottini decide, assieme alla moglie di Enrico, di perpetuare l’inganno.

L’ineffabile Giovanni prende le parti del fratello, rilascia dichiarazioni appassionate, cita Brecht e Pascal, parla per metafore e recita haiku, ma riesce a dare una speranza ad un partito e ad un elettorato intristito dalla paura e dal timore della catastrofe imminente.

Nel frattempo Enrico è in Francia: lavora sul set con Danielle, che fa la segretaria di edizione ed è sposata con un famoso regista orientale.

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Certo siamo nel campo della finzione, certo Andò parla ad un pubblico chiaramente identificato, ma la sua commedia è una boccata d’aria fresca nell’asfittico panorama nazionale.

Finalmente una sceneggiatura intelligente, dialoghi di perfetto tempismo, interpreti finalmente a proprio agio, a partire dallo scatenato Toni Servillo nel doppio ruolo dei due fratelli e Valerio Mastandrea, sempre più bravo e misurato in quelli del fido Bottini. Massimo de Francovich, Anna Bonaiuto, Andrea Renzi e Gianrico Tedeschi ci ricordano ancora una volta che straordinario serbatorio di talenti potrebbe essere il nostro teatro, se solo il cinema avesse l’umiltà di attingervi con più continuità.

Il film è convincente, interpreta con misura il sentimento di stanchezza per i partiti tradizionali ed i leader magari anche preparati, onesti, ma incapaci di accendere una passione ed una speranza nei propri elettori.

Viva la libertà racconta la crisi profonda della politica italiana e mette alla berlina i meccanismi del consenso, la volatilità degli umori degli elettori.

Nel tempo della politica spettacolo, in cui la superficialità e l’invettiva violenta hanno preso il posto di ogni competenza  e di ogni argomentare problematico, quello che conta è la ri-costruzione del consenso. E mentre la destra questo sistema l’ha compreso perfettamente ed anzi ha contribuito in maniera decisiva a crearlo, la sinistra è rimasta ancora ai ritratti di Berlinguer in bianco e nero, che campeggiano anche nel film di Andò.

Eppure che le parole fossero importanti, che avessero un valore etico, qualcuno ce l’aveva già detto già 25 anni fa: Viva la libertà ce lo ripete, quasi fosse un auspicio, capace di riaccendere un entusiasmo oramai sopito, ritrovando la leggerezza del vivere che si intravvede negli occhi di Giovanni.

Viva la libertà utilizza forme antiche, che funzionano peraltro perfettamente, e dosa il populismo necessario a rendere il grigio Enrico ed il funambolico Giovanni, come due facce della stessa medaglia.

Non basta la competenza per appassionare, convincere e costruire il consenso, non sono sufficienti la poesia e gli ideali per governare il Paese: il finale, in questo senso, è giustamente ambiguo e pirandelliano.

E intanto risuonano le note dell’ouverture de La forza del destino di Verdi…

servillo

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