Venezia 67: Black Swan

 

Black Swan di Darren Aronofsky ***

I film di apertura di un festival sono sempre compromessi possibili, tra le istanze di promozione della rassegna, la disponibilità delle produzioni a finanziare la cerimonia, il richiamo glamour dei divi e buon ultimo il valore innovativo dell’opera presentata.

Queste complicatissime alchimie raramente lasciano il segno, ma occorre dar merito a Mueller di aver visto forse nel giusto, rifiutando l’apertura a The American, con Clooney, in favore del nuovo film di Darren Aronofsky, accolto al Lido con affetto, sia con i suoi film più controversi (L’albero della vita), sia con quelli più riusciti (The Wrestler – Leone d’oro 2008).

Certamente questo Black Swan va annoverato tra i suoi migliori: un’opera inquietante e di tensione spasmodica, un ritratto d’artista formidabile, che rispecchia ed amplifica le frustrazioni, le paure, gli incubi di un microcosmo crudele.

Nina (Natalie Portman) è una giovane ballerina newyorkese, che vive con la madre in un piccolo appartamento dell’Upper West Side, sognando il ruolo di una vita: la regina dei cigni nell’opera di Tchaikovsky.

Il prematuro ritiro dalle scene dell’etoile (Wynona Rider), la mette in competizione con le altre ragazze e soprattutto con se stessa. Agli occhi di Thomas (Vincent Cassel), che dirige la compagnia, Nina ha la perfezione un po’ algida del cigno bianco, ma non la sensualità travolgente necessaria per interpretare anche il cigno nero.

Nina si trova inoltre costretta in un rapporto ambiguo e pericoloso con l’ultima arrivata nella compagnia, Lily (Mila Kunis).

Sarebbe un delitto dire di più, ma Aronofsky, pur utilizzando le forme del thriller e dell’horror, non racconta una storia molto diversa da quella messa in scena per la prima volta, alla fine del ‘800, dal Bolshoi.

Black Swan sembra un film di Powell e Pressburger, girato da Cronenberg: siamo nel melò più delirante e drammatico, ma gli elementi inquietanti, onirici, schizofrenici hanno spesso la prevalenza.

I fantasmi di Nina agitano e mettono in pericolo la sua performance, sino alla sera della prima. Aronofsky affida alla Portman il ruolo di una vita, in maniera non difforme da quanto aveva fatto con Rourke in The Wrestler.

E l’accostamento dei due film, sollecitato dallo stesso regista, non suoni blasfemo: anche qui siamo nel campo della performance artistica totale, il livello è molto dissimile, ma è invece speculare il modo in cui il regista indugia sul corpo dei suoi personaggi, stremato dalle prove.

Le dita rovinate, le gambe tornite, le vene del collo in evidenza, i muscoli in tensione: lo sguardo di Aronofsky è sempre mimetico.

Quello che sembra interessarlo è lo sforzo sovrumano, la possibilità di superare, per una sera, ogni limite tollerabile. E’ sempre lo spettacolo al centro della sua riflessione, è sempre il sacrificio a rendere pulsante il suo cinema: questa volta non c’è Maryse Alberti dietro la macchina a mano, ma Matthiew Libatique.

La differenza si nota a stento: c’è la stessa fotografia scura e granulosa, la stessa libertà di pedinare i propri attori, quasi che la macchina fosse un’altra ballerina.

Su tutto naturalmente Natalie Portman, che altre volte aveva dato prova di nascondere dietro il volto di eterna fanciulla, un talento non indifferente.

Questo ruolo estremo, duplice, la consacra definitivamente e meriterebbe certo un premio, per la straordinaria dedizione fisica e per la sottile introspezione psicologica.

In conferenza stampa la Portman ha detto di essersi allenata per un anno e poi intensivamente negli ultimi sei mesi prima delle riprese. L’adesione formidabile al ruolo si nota nella determinazione con cui ha preso possesso del cuore e delle gambe di Nina, trasportandola nel mondo incantato nel quale ogni iperbole appare realistica ed ogni eccesso plausibile: in fondo il cinema è proprio questo!

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