Il profeta

Mi piaceva il fatto di fare una storia con lingue e idiomi differenti (il corso e l’arabo) che chiudono i gruppi, danno loro un aspetto misterioso. Vi era l’idea di un ambiente criminale in cui si confrontassero i vecchi e i nuovi, con le loro diverse culture.

Ciò che mi interessava era anche trattare la prigione come una metafora della società. In un attimo, il dentro e il fuori del carcere diventano la stessa cosa, e ciò che impari dentro ti serve fuori. Volevo creare un personaggio che non avesse altra soluzione che imparare in prigione ciò che avrebbe messo a frutto fuori. È anche un personaggio piuttosto vergine, che ritrova la sua identità all’interno di una comunità: una questione che non si era mai posto prima”

Jacques Audiard, 2009

Bisognerebbe partire dalla fine, per raccontare Il profeta, da quell’inquadratura frontale di Malik, il protagonista del film di Audiard, assieme alla moglie ed al figlio dell’amico Ryad.

Si incamminano a piedi, parlano, sono forse l’embrione di una nuova famiglia.

Alle loro spalle si muovono a passo d’uomo, tre grosse macchine, che dovrebbero scortare Malik nella sua nuova vita.

Risuonano le note di Mack the knife di Brecht e Weill, per la prima volta sul viso di Malik compare un timido sorriso: il ragazzino arrivato alla Centrale di Brécourt dopo il riformatorio, per scontare una pena di sei anni, è diventato un uomo.

In quella inquadratura, in quella centralità classica, finalmente ritrovata, dopo due ore e mezza trascorse nelle mura del carcere, sta tutto il senso di questo straordinario romanzo di formazione.

Sembra una storia di Edward Bunker, tanto Audiard è stato capace di restituire la verità dell’isolamento, dei soprusi, delle violenze e persino degl’incubi, che agitano il soggiorno forzato di Malik.

Tahar Rahim - Niels Arestrup

Non c’è un’inquadratura di troppo, non c’è una lacrima facile, non c’è compiacimento o facile estetismo: la regia di Audiard e la fotografia di Stéphane Fontaine sono misurate ed ugualmente inventive, con eleganti e personalissime dissolvenze a iride – che il regista chiama “mano negra” – ombre espressioniste e camera a mano.

La direzione degli attori è superlativa: non solo i due protagonisti, ma anche tutti i comprimari, facce e volti di una Francia nuova, più vicina all’Africa di quanto non voglia ammettere: non è certo l’illusoria nazione multietnica di Sarkozy, che vediamo ne Il profeta, ma quella che rinchiude nelle banlieu i suoi figli nati lontano,  senza preoccuparsi d’altro che di sedare ogni possibile tentativo di “evasione”.

In tutto questo Malik si erge davvero ad uomo nuovo, capace di adattarsi, ricreando e plasmando la sua identità in termini quasi darwiniani: non è nella sofferenza cristologica che Malik si fa profeta, ma nella capacità di imparare, di ascoltare, di farsi interprete di due culture.

Il profeta è solo il quinto film del quasi sessantenne Audiard, affermatosi nell’ultimo decennio con Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore, opere indubbiamente interessanti, capaci di delineare già una poetica molto precisa: i suoi personaggi, messi improvvisamente con le spalle al muro da eventi e circostanze imprevedibili, scoprono talenti e capacità forse sconosciute o solo occultate. L’abilità di adattamento all’ambiente, sconvolgerà la loro vita.

Così era per Roman Duris in Tutti i battiti del mio cuore e per Emanuelle Devos in Sulle mie labbra, così avviene anche a Tahar Rahim ne Il profeta.

Il film si apre con il particolare delle sue mani, costrette in manette, nel tentativo di occultare inutilmente un biglietto da 50 franchi nella suola delle scarpe.

Malik è un ragazzino arabo di diciannove anni: l’unica cosa che sembra possedere è quella banconota.

Non ci sono genitori, non ci sono amici, solo il riformatorio alle spalle e un delitto di cui non sapremo mai nulla.

Nel mondo nuovo della Centrale, Malik è solo, apparentemente spaesato: sarà ben presto usato dai criminali politici corsi, che mantengono il controllo della prigione, guidati da Cesar Luciani, per uccidere Reyeb, un pericoloso testimone, detenuto provvisoriamente nel carcere parigino.

Malik non ha scelta: o accetta di farsi strumento di morte o verrà ucciso.

Cerca di sottrarsi all’incarico, ma non ci riesce. E’ il suo battesimo alla violenza nell’inferno della Centrale.

Quell’omicidio violentissimo, scioccante, ingiustificato cambierà per sempre la sua vita.

Entrerà a far parte del clan dei corsi, ma sarà considerato un traditore dagli arabi, senza riuscire davvero a farsi accettare dagli uomini di Luciani.

Eppure la sua straordinaria capacità di adattamento ed il suo spirito di sopravvivenza, gli consentiranno di fare strada, dentro e fuori dal carcere, destreggiandosi tra corsi, islamici, bande di spacciatori e guardie carcerarie, in un’impressionante scalata criminale.

Non c’è redenzione, non c’è salvezza nel film di Audiard, se non quella possibile attraverso la forza, il sangue e le armi.

Il racconto di formazione carceraria è in fondo un viaggio alla ricerca dell’identità: il giovanissimo arabo Malik non sa da che parte stare.

Per gli arabi, “che ragionano con le palle” e non contano nulla, è solo uno dei tanti; per i corsi è pur sempre un “arabaccio”, di cui non ci si può fidare sino in fondo.

Diventerà il braccio destro di Cesar Luciani, dopo che una legge avrà liberato molti dei corsi, che erano stati imprigionati, solo per motivi politici.

Luciani sostanzialmente comanda la prigione sia attraverso i suoi uomini, sia con l’aiuto delle guardie e dell’amministrazione carceraria, ma il suo potere volge al tramonto.

Malik diventerà “gli occhi e le orecchie” di Luciani, andrà a scuola per imparare a leggere e scrivere, studierà anche lo stranissimo dialetto parlato dal capo – un misto di italiano e francese – usato nel film, allo stesso modo con cui era utilizzato il siciliano, nel Padrino di Coppola: simbolo di un’identità comune ed, al tempo stesso, richiamo ad una fedeltà assoluta.

L’omicidio di Reyeb, messo in scena da Audiard con feroce realismo, continuerà ad accompagnare Malik per tutti gli anni di prigionia.

Il film alterna momenti surreali ed onirici al realismo nella descrizione della vita dietro le sbarre, dove non può esserci riabilitazione e regna la legge della violenza.

Persino i “politici” diventano criminali comuni: non c’è spazio per idealismi e morale, negli spazi angusti di una cella.

Tra sogni premonitori e fantasmi del passato, Malik imparerà a farsi strada, picchiando quando gli conviene, spacciando droga con l’aiuto di Ryad – un altro detenuto, uscito dal carcere prima di lui – uccidendo su commissione e pagando riscatti, nei pochi permessi premio ottenuti, facendosi mettere in isolamento, quando si scatenerà la vendetta sugli ultimi uomini di Luciani.

La prova mimetica di Tahar Rahim è stupefacente: il suo volto di esordiente è impenetrabile, la sua maschera si incarica di interiorizzare il dolore di una formazione alla vita ed al potere, fatta di morte e atrocità.

La sua interpretazione si rispecchia in quella di Niels Arestrup, nella parte del boss Cesar Luciani: i loro duelli, fisici e verbali, assumono potenti sfumature edipiche, sino al sorprendente ribaltamento finale.

Negli occhi chiari del danese Arestrup si coglie tutto il senso di una sconfitta ideale e politica, prim’ancora che criminale.

Dalla prigione riesce a gestire i suoi traffici, mantiene l’ordine all’interno, ma è pur sempre recluso, mentre il suo capo, Jacky Marcaggi, si gode la bella vita parigina.

Si rimane senza fiato di fronte al racconto maestoso di Audiard: storia di uomini e sopravvivenza, di paura e istinto.

Audiard divide il racconto in capitoli di importanza e durata differente, che prendono i nomi dei personaggi incontrati da Malik, in un impianto narrativo che non ha paura del passo massimalista: il passo di un racconto che tutto abbraccia e tutto comprende, in un’ansia soddisfatta di racchiudere la vita dentro il cinema. 1

Se cercate il miglior film dell’anno, forse l’avete trovato. Imperdibile.

Il profeta ****

1Roberto Manassero, Un prophète, Cineforum n.485

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