Paolo Mereghetti su Il profeta

Sul Corriere di oggi, Mereghetti recensisce Il profeta di Jacques Audiard, premiandolo con tre stellette e mezzo:

C’è qualche cosa di esemplare nella storia che vive sullo schermo Malik El Djebena (il quasi esordiente Tahar Rahim, indimenticabile), entrato a 19 anni in prigione… senza famiglia o affetti, praticamente analfabeta, da cui uscirà sei anni dopo colto, poliglotta, ricco e soprattutto potente. Un nuovo Mackie Messer… ma senza la mitologia o l’alone di romanticismo dell’eroe brechtiano, piuttosto con la concretezza e l’ambiguità della più cruda cronaca nera.

Non c’è nessuna enfasi nel cinema di Audiard, nessun eroismo, nessuna esaltazione della parabola criminale…

La principale qualità di Malik è proprio la sua forza di adattamento, il suo essere disposto a ri-modellarsi a secondo quel che sembra richiedere la realtà e che scopre giorno dopo giorno…

Così l’occhio dello spettatore capisce che cosa sia davvero la realtà carceraria nello stesso momento in cui ne fa esperienza il protagonista del film. Senza che nessuno dei due – il personaggio e chi guarda – sappia qualche cosa che l’altro non conosce.

Il profeta diventa così una specie di lungo apprendistato verso il male che Audiard racconta con una macchina da presa che incombe su Malik… dimostrando soprattutto come in carcere si impari solo ad essere più violenti e più avidi di quanto non lo si fosse prima di entraci.

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