Tetro – Segreti di famiglia

Tutto quello che c’è nel film è vero, ma non è mai accaduto: quale famiglia è esente dai conflitti? In quale gli elementi nuovi, per esempio le mogli, non sono anche loro assorbiti in queste dinamiche?”

A me la tecnica non interessa dal punto di vista narrativo, l’importante è che le immagini siano belle.”

Francis Ford Coppola, 2009

Tetro è solo il secondo film della nuova carriera di Francis Coppola. Il regista che ha imposto i movie brats alle major hollywoodiane negli anni ’70, grazie al successo de Il padrino e che ha tentato la sfida impossibile e totale di Apocalypse Now, in cui la realizzazione stessa del film è diventata una cosa sola, con l’epica di un film infinito e aperto, ha sempre avuto un unico limite ed assieme un enorme pregio: la smisurata ambizione.

Ha sempre cercato di travalicare i limiti, imposti dai mezzi di produzione contemporanea: subito dopo i trionfi gangster ha fondato la Directors Company con Friedkin e Bogdanovich, fallita quell’esperienza ha rilanciato con l’American Zoetrope.

Coppola ha imposto un numero impressionante di giovani attori, da Pacino a Rourke, da Duvall a Dillon, da De Niro a Damon, ha concesso un secondo tempo meraviglioso a Marlon Brando, è stato il primo a vedere gli sviluppi dell’elettronica e dei computer nel cinema ed ha usato il Dolby stereo e le moviole tv per il suo viaggio personale nel Vietnam.

Per tutti gli anni ’70 è stato un pioniere, un faro e una guida per tutta la new wave californiana.

Poi ha passato i dieci anni successivi a ripagare i debiti accumulati con il fallimento di Un sogno lungo un giorno.

Con la ritrovata serenità finanziaria ed un’attività vinicola divenuta la sua maggior fonte di reddito, Coppola ha lasciato il cinema per dieci anni esatti, dopo il solido adattamento da Grisham de L’uomo della pioggia.

Con Un’altra giovinezza è cominciata, come abbiamo detto, una sorta di seconda carriera, all’insegna della massima libertà espressiva e produttiva, fatta di opere personalissime, con budget molto ridotti.

Un po’ come il Bertolucci di Io ballo da solaL’assedio, Coppola ricomincia da zero, riparte dalle origini, raggiunti i 70 anni butta all’aria la solidità lentamente ricostruita, per ripartire dalla libertà delle origini, dall’indipendenza più tenacemente perseguita.

Anche a costo di rendere Tetro pressochè invisibile negli States, dove è stato distribuito in pochissime copie, direttamente dall’American Zoetrope.

Se il film tratto da Eliade era una sorta di nuovo inizio, che puntava un po’ troppo in alto, verso argomenti e idee difficilmente condensabili in immagini, con Tetro, Coppola ritorna ad uno dei temi chiave di tutta la sua poetica, quello dei conflitti familiari, dei rapporti tra fratelli e delle ingombranti figure paterne.

Tetro, tutto girato in Argentina, comincia una notte d’estate quando il giovanissimo Bennie, appena sbarcato a Buenos Aires bussa alla porta dell’amato fratello Angelo, fuggito da New York dieci anni prima e stabilitosi nel quartiere La Boca.

Assieme a Angelo, che ora si fa chiamare Tetro, vive Miranda, che l’ha conosciuto mentre lavorava in un ospedale psichiatrico e lo ha salvato dai suoi demoni.

Angelo/Tetro vive in una sorta di comunità di artisti, teatranti e commediografi e si occupa delle luci degli spettacoli, perchè si rifiuta di pubblicare la sua unica opera, che ha manoscritto in un codice militare e che tiene chiusa in una valigia.

La commedia che Tetro si rifiuta di finire è la storia della propria famiglia, come Bennie scoprirà presto, anche lui aspirante commediografo, sulle orme del fratello.

Ma il rapporto tra i due è tutt’altro che semplice, fatto di rotture, incomprensioni, accuse e verità nascoste, che esploderanno tutte durante il viaggio verso il festival della Patagonia, nel quale la pièce, scritta da Tetro e conclusa da Bennie, avrà finalmente la sua prima rappresentazione.

Proprio mentre a New York il padre dei due, il famoso direttore d’orchestra Carlo Tetrocini sta morendo.

Il film di Coppola è un melò raffinatissimo, girato in digitale ed in bianco e nero da Mihai Malaimare Jr., il direttore della fotografia già utilizzato da Coppola in Romania, durante la lavorazione di Un’altra giovinezza.

Ancora una volta il digitale sembra restituire alla fotografia in b&w una profondità di neri ed una precisione di sfumature impensabili.

La nuova tecnologia, pensata per il futuro e per il 3D, sembra essere invece perfetta per restituire dignità ad una fotografia perduta, così come già nello straordinario Il nastro bianco di Haneke.

Il tema del successo e del fallimento artistico si intreccia mirabilmente nella tormentata storia familiare dei Tetrocini, governata da un padre, convinto che vi possa essere un solo talento in ogni famiglia.

Ci sono elementi autobiografici forti: nei conflitti fra Tetro ed il padre, si scoprono riflessi dello stesso rapporto tra Francis e i suoi due figli Sofia e Roman, entrambi registi in proprio.

Ma la famiglia Coppola sembra un esempio riuscito di convivenza di talenti: il padre Carmine, flautista per Toscanini, i figli attori, registi, professori universitari, i nipoti indirizzati anch’essi al cinema ed alla musica.

Una grande famiglia italo-americana, che difficilmente appare rispecchiarsi nell’infelicità dei Tetrocini del film.

Eppure lo scavo dentro l’ossessione della famiglia, così centrale nel mondo di Francis Coppola, prosegue e si approfondisce: abbandonata ogni pretesa realistica, il conflitto familiare assume sempre più i contorni di una tragedia senza tempo.1

Accanto all’elemento familiare, rimane l’amore sconfinato del regista, per gli attori e per il cinema.

Nelle sue mani Vincent Gallo si scrolla di dosso tutta la sua protervia e la scontrosità, per offrire un ritratto generoso e commovente di Tetro. La sua entrata in scena con una gamba ingessata è da applausi.

Klaus-Maria Brandauer incarna il padre tirannico Carlo ed anche lo zio Alfredo, con notevole forza interpretativa.

Carmen Maura e Maribel Verdu sono perfette, in ruoli tutto sommato marginali, ma la vera sorpresa è Alden Ehrenreich nel ruolo del diciassettenne Bennie, pieno di vitalità e ingenuità, presto vinte dalla necessità di conoscere.

E’ lui a reggere emotivamente le svolte del film ed a farsi carico persino dei silenzi di Tetro.

La sceneggiatura di Coppola forse zoppica un po’ verso la fine, quando trasporta i suoi personaggi in un viaggio di agnizione in Patagonia, che servirà a tutti per fare i conti con il passato, però la sua mano di regista è tornata sicura come un tempo.

Ci sono molti echi cinematografici, in Tetro:  fortissima è l’influenza di Cassavetes, con i suoi amori impossibili in bianco e nero, la sua libertà narrativa e le sue improvvisazioni controllate; ci sono frammenti di Almodovar e di Visconti, nel rapporto contrastato tra Angelo e Bennie, e c’è un ritorno alle malinconie beat2 di Rusty il Selvaggio.

Lì era la strada il luogo in cui cresceva il mito di Motorcycle boy, qui sono la pagina scritta ed il palcoscenico a fondare il mito di Tetro, che si intreccia ad un omaggio commosso al cinema di Powell e Pressburger: proprio nei flashback e nei ricordi dei protagonisti, il regista dà spazio al colore brillante e saturo, tipico dei film del duo inglese, usando la loro stessa scintillante inventiva.

Mano a mano che il melodramma dispiega le sue sconvolgenti rivelazioni, i momenti onirici diventano più frequenti ed incisivi, sino ad una straordinaria reinvenzione del balletto di Scarpette rosse.

Coppola è tornato a settant’anni a fare cinema purissimo, che forse – come ha scritto Manhola Dargis sul New York Times – requires more from his audiences than some might be willing to give. Which is itself a sign of vigorous artistic renewal.3

Tetro – Segreti di famiglia ***

1 Carlo Chatrian, La forma di una comunità, Duellanti n.57

2 T.A., Segreti di famiglia, Duellanti n.57

3 Manhola Dargis, Tetro, New York Times, 11.6.2009

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