I segreti di Brokeback Mountain

“It was a story that had been sitting there for years, waiting to be told”  

Larry McMurtry, 2004

I segreti di Brokeback Mountain è il primo film di Ang Lee ad approdare al concorso veneziano, a coronamento di una carriera prestigiosa, caratterizzata da una serie di film apparentemente molto distanti.

Dagli esordi cinesi del Banchetto di nozze, all’approdo americano con Ragione e sentimento e Tempesta di ghiaccio, passando attraverso un blockbuster sfortunato come Hulk e il rilancio spettacolare della tradizione del wuxiapian con La tigre e il dragone, Lee ha quasi sempre scelto di rappresentare personaggi che rimangono intrappolati nelle convenzioni sociali e culturali.

Siano essi cinesi di oggi e di ieri o americani degli anni settanta, inglesi dell’ottocento o scienziati con poteri misteriosi, forse l’unica nota comune ai personaggi di Lee è l’incapacità di rispecchiarsi nel proprio tempo.

I suoi protagonisti sono spesso destinati alla sconfitta e questo ultimo I segreti di Brokeback Mountain non fa eccezione.

Etichettato in maniera sbrigativa e superficiale come il western dei cowboy gay, appare molto lontano da questa facile definizione.

Il film è ambientato nel 1963 e negli anni seguenti, quando l’epopea del West era già ampiamente conclusa.

Certo ci sono i paesaggi incontaminati del Wyoming, i cavalli, il lieve chiarore della luna e il rosso pallido del fuoco acceso, ma siamo fuori tempo massimo.

I due protagonisti non sono neppure dei cowboy, ma conducono al pascolo delle pecore.

Nell’epopea western, il pastore è storicamente vilipeso dal cowboy, è un uomo stravagante, solitario, lontano dalla rudezza virile e bollato come diverso.[1]

Il sottotesto omoerotico, attraversa il genere da Il fiume rosso sino a Butch Cassidy, ma non mi sembra che ad Ang Lee interessi particolarmente questo approccio.

Il regista cinese non vuole esplicitare le tensioni, presenti nella tradizione di genere e mascherate in ossequio al Codice Hays, così come ha fatto – ad esempio – Todd Haynes in Lontano dal paradiso.

Kenneth Turan ha scritto, in proposito, che Brokeback Mountain is a groundbreaking film because it isn’t… It’s a romance like any other…. The two lovers here just happen to be men.[2]

Ed è questo probabilmente che ha sancito il successo del film: i protagonisti sono due uomini, ma i loro sentimenti e le loro delusioni appartengono all’esperienza di ogni persona: their tragedy is universal. It could be about two women o lovers from different religious or ethnic groups – any forbidden love.[3]

E non è un caso se Ennis afferma “I’m no queer” e Jack replica “Me neither”.

Il film non vuole apparire come un manifesto o come un film a tesi, ma contiene invece tutti i clichè delle grandi storie d’amore: la passione esplosiva e profonda, il sentimento negato e poi ammesso, l’impossibilità della convivenza, la prigione familiare, la bugie e i sotterfugi, la tragedia improvvisa.

Ang Lee sembra essere più interessato a raccontare la storia di un sentimento, che nasce improvvisamente nel corso di un’estate e che cova sotterraneo per tutta una vita, contro le convenzioni sociali e contro la stessa iconografia del rude uomo del sud.

The more specific a film is, the more universal, because the more it understands individual characters, the more it applies to everyone.[4]

 

I segreti di Brokeback Mountain non è neppure un film sul sesso – Lee è molto casto, al riguardo –ma è un film su un amore impossibile e sulla miseria, l’infelicità e la solitudine, a cui tutti i personaggi sono destinati, negando i loro sentimenti: non solo Jack ed Ennis, ma anche le mogli, Alma e Laureen, le compagne, i genitori.

Tutti vittime di un melodramma sentimentale e dello scontro irriducibile tra due immaginari: quello geografico e quello sessuale.

La passione di Jack ed Ennis può vivere solo a Brokeback Mountain: il sogno di una vita insieme rimane confinato a quelle montagne, come una chimera.

Ennis racconta a Jack di quando, bambino, “there were two old guys shacked up together. They were the joke of the town, even through they were pretty tough old birds. One day they were found beaten to death. My dad, he made sure me and my brother saw it. For all I know, he did it”.

Il ricordo di quei cadaveri, di quel pestaggio brutale e sconsiderato rimarrà invincibile.

Il film è tratto da un racconto di Annie Proulx, pubblicato sul New Yorker nel 1997 ed adattato per lo schermo da Diana Ossana e da Larry McMurtry, uno dei grandi cantori del west, autore del mirabile script de L’Ultimo Spettacolo.

Ang Lee, coadiuvato dalla splendida fotografia di Rodrigo Prieto, contrappone i campi lunghi e le panoramiche dell’inizio a Brokeback Mountain, ai primi piani claustrofobici dei protagonisti nella loro vita quotidiana, nelle cittadine del Texas e del Wyoming.

La seconda parte è però più discontinua, c’è qualche lungaggine e non tutto appare perfettamente controllato.

Lee, come sempre nel suo cinema, ha raffreddato gli elementi narrativi più incandescenti, preferendo tonalità meno nette.

Uno dei grandi pregi del film è proprio nella contrapposizione tra un’iconografia fatta di paesaggi sconfinati, country, ranch, whisky e cappelli, tipicamente connotata, e una traccia narrativa che invece racconta il melodramma di un tormentato rapporto omosessuale, decostruendo tutto ciò che le immagini tradizionali del west ci avrebbero portato a credere e creando una feconda tensione, che consente ai personaggi di mantenere una sincerità di fondo, affatto scontata.[5]

In un cast di giovani attori, in stato di grazia, in cui anche le due mogli, Michelle Williams e Anne Hathaway, appaiono come vittime incolpevoli e rassegnate, Heath Ledger, nella parte di Ennis Del Mar, fornisce una prova superlativa.

Con la sua voce bassa, profonda, in cui le parole sembrano strisciare fuori dalle labbra a fatica, Ledger si è appropriato dei respiri stessi, delle ansie, delle paure del suo personaggio.

L’adesione è totale, miracolosa.

Basterebbe osservare i suoi occhi, i suoi gesti, nella scena più forte di tutto il film: quando Ennis va a trovare i genitori di Jack.

L’imbarazzo del padre, la parole indicibili, la tensione insostenibile si scioglie nella scoperta di una camicia.

La camicia di Ennis, sottratta da Jack e riposta insieme alla propria: una comunione simbolica che richiama, per contrasto, il sordo dolore della definitiva separazione tra i due.

Unico segno tangibile e discreto di un sentimento destinato a non avere mai fine.

I segreti di Brokeback Mountain ***

Heath Ledger

 


[1] Cfr. The Sheepman – La legge del più forte, di G.Marshall, 1958

[2] Kenneth Turan, Brokeback Mountain, Los Angeles Times, 9.12.2005

[3] Roger Ebert, Brokeback Mountain, Chicago Sun-Times, 16.12.2005

[4] Roger Ebert, Brokeback Mountain, Chicago Sun-Times, 16.12.2005

[5] Marco Luceri, I segreti di Brokeback Mountain, www.drammaturgia.it, 5.9.2005

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