Ogni cosa è illuminata

“L’America è una nazione di immigrati. La nostra identità culturale è minima. Ci definiamo con forza americani, ma questo, per me, rappresenta più che altro una forma di illusione”  

Liev Schreiber, 2005

Presentato nella sezione Orizzonti della 62° Mostra del Cinema di Venezia, Ogni cosa è illuminata è l’esordio alla regia dell’attore Liev Schreiber, ebreo di origini ucraine come il protagonista dell’omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer, da cui il film è tratto.

Caso editoriale e grande successo di pubblico, il libro, scritto quando l’autore, allievo di Joyce Carol Oates, aveva solo 22 anni, è la storia parallela della ricerca delle proprie radici da parte di un giovane americano in Ucraina e quella del villaggio di Trachimbrod nel corso dei secoli, fino alla sua estinzione.

La complessa struttura del libro è stata semplificata da Schreiber, che ha curato anche l’adattamento, tralasciando la storia dello shtelet ucraino ed il punto di vista di Jonathan, concentrandosi invece sul viaggio iniziatico sulla Trabant azzurra, che diventerà l’immaginario romanzo  “A very rigid search”.

Jonathan, interpretato da Elijah Wood, si imbarca nell’ ‘Heritage Tour’, per scoprire cosa si cela dietro una foto del nonno, Safran Foer, in un campo di girasoli insieme ad una ragazza di nome Augustine, scattata nella misteriosa cittadina ucraina di Trachimbrod nel 1940.

La foto gli è stata consegnata dalla nonna sul letto di morte.

Il protagonista è accompagnato nella sua laboriosa ricerca da Alex, un giovane di Odessa, fan della cultura americana, specializzato in viaggi della memoria, per i ricchi ebrei americani, originari dell’Ucraina, dal nonno di Alex, ufficialmente cieco, ma che sembra vederci benissimo, e da una cagnolina psicopatica chiamata Sammy Davis Jr. Jr..

Il film è raccontato da Alex nel suo esilarante esperanto linguistico, che mischia inglese maccheronico e ucraino, in modo da riprodurre il formidabile décalage linguistico, inventato dallo scrittore.

La prima parte del film assume la struttura di un road movie, un viaggio trascinante ed entusiasmante, pieno di situazioni esilaranti, che richiamano tanto la tradizione yiddish quanto i personaggi anarchici e folli dei film di Emir Kusturica, a cui Schreiber dice di essersi isprirato, per creare un film che doveva sembrare girato e prodotto da un paese dell’Europa Orientale.

Mano a mano che ci si avvicina alla verità sulla fotografia e su Trachimbrod, il film si fa più crepuscolare, più emozionante.

La storia del giovane ebreo americano alla ricerca delle origini della sua famiglia nell’Ucraina del post comunismo diventa allora un’epopea sgangherata, ma anche estremamente commovente sul senso della propria identità e sulla necessità di affrontare il proprio passato.

L’ombra dell’Olocausto finisce per cancellare il sorriso dal volto dei personaggi, così come era riuscito a cancellare Trachimbrod dal ricordo, prima ancora che dall geografia di quei luoghi.

Ed è proprio nell’incontro con la sorella della ragazza della fotografia, Augustine, che tutto diventa più chiaro: miracolosamente sopravvissuta allo sterminio, si è incaricata di conservare in una casetta di legno in mezzo ad un incantevole campo di girasoli, tutti gli oggetti che gli abitanti del villeggio avevano sotterrato, prima di morire.

Anche lei come Jonathan è una collezionista.

Nelle scatole accatastate nella piccola casetta, sono catalogati tutti i ricordi di una storia ormai dimenticata quasi da tutti.

Un’intera città sepolta e custodita minuziosamente.

Il ruolo degli oggetti assume un senso di posterità, quasi di richiamo: sono stati messi lì perchè qualcuno possa cercarli e ritrovarli, dando consistenza ad una memoria personale e storica che poteva anche essere immaginaria. [1]

Un viaggio nella memoria, dove si archivia non solo per non dimenticare, ma anche per non vivere l’incostistenza dei nostri tempi, immersi nello scorrere inconsapevole delle cose che ci accadono.

Una storia che anche il nonno di Alex ha cercato di tenere nascosta nella sua cecità immaginaria.

Gli occhi ci consentono non solo di vedere il presente, ma anche di costruire le nostre memorie: la scelta di nasconderli dietro un paio di grandi occhiali scuri è il tentativo di sfuggire ad un ricordo agghiacciante, insostenibile.

Ed allora uno dei temi chiave del film è proprio nella dialettica tra luce ed oscurità, tra vista e cecità.

Tra gli occhiali di bachelite, dalle lenti spesse, che ingrandiscono gli occhi chiari di Jonathan e le lenti da sole nere che avvolgono la vista del nonno di Alex.

La scelta del road movie è essenziale alla struttura del film perchè da un lato consente l’esaltazione dei luoghi, del landscape figurativo e correlativo oggettivo dell’intimità dei personaggi; dall’altro consente una distensione del racconto, necessaria per rendere più efficace l’avvicinamento dei personaggi alla vita ed alla morte.

Per i due giovani si tratta di un viaggio alla scoperta di un paese e della sua storia, mentre per il nonno, al contrario, si tratta di un viaggio che va in una sola direzione, all’indietro verso una dolorosa e straziante riappropriazione di un passato rimosso, di una memoria schiacciata sotto una pesante coltre di antisemitismo tanto feroce, quanto sofferto.[2]

La regia di Schreiber è sempre al servizio dei suoi attori, caratteristi strepitosi e non attori credibilissimi, come l’Alex di Eugene Hutz, cantante, leader dei Gogol Bordello.

Mirabile è la performance del veterano Boris Leskin, attraverso i cui occhi cerulei si spalanca la porta alla luce dei ricordi.

L’umiltà, con cui Schreiber si è limitato a trasporre sullo schermo solo una delle tre parti del romanzo, denota una saggia consapevolezza dei limiti del mezzo  cinematografico, rispetto ad una materia narrativa così particolare.

Ogni cosa è illuminata ha il merito di non essere un altro film sulla Shoah, quanto di sapere parlare del presente partendo dalla memoria del passato di chi non c’è più.[3]

Ed allora anche la morte rappresenta l’esito inevitabile di chi negando le proprie responsabilità, le proprie radici e la sua stessa storia, era già scomparso da molti anni.

Ogni cosa è illuminata ***


[1]              Michele Gottardi, Ogni cosa è illuminata, Segnocinema n.137

[2]              Chiara Borroni, Everything is illuminated, Cineforum n.449

[3]              Michele Gottardi, Ogni cosa è illuminata, Segnocinema n.137

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