The Constant Gardener – La cospirazione

“Originariamente si presumeva che The Constant Gardener dovesse diventare un thriller, ma io non amo questo genere di film, non li guardo e non ho alcuna idea di come si girino.

L’unico film che ho visto, prima di girare, è The Insider di Michael Mann. E’ il solo thriller che abbia amato tantissimo nella mia vita.

E’ stata una vera ispirazione”

Fernando Meirelles, 2005

“Nobody in this story, and no outfit or corporation, thank God, is based upon an actual person or outfit in the real world. But I can tell you this; as my journey … progressed, I came to realize that, by comparison with reality, my story was as tame as a holiday postcard”

John Le Carrè, 2005

The Constant Gardener, presentato a Venezia, l’ultimo giorno del concorso ufficiale, è il quarto film di Fernando Meirelles.

Affermatosi a livello internazionale con il precedente City of God, che raccontava la storia di violenza e disperazione di alcuni ragazzi delle favelas, con uno stile ed una forza narrativa non inferiore a quella dei goodfellas di Scorsese, Meirelles, dopo essersi laureato in architettura, ha lavorato per molti anni come produttore per la televisione brasiliana.

Il successo straordinario di City of God l’ha spinto ad accettare la proposta di Simon Channing Williams, storico produttore di Mike Leigh, per dirigere l’adattamento di un noto romanzo di John Le Carrè, con un cast di sublimi interpreti inglesi ed un budget di tutto rispetto.

Peraltro, Meirelles non completamente a suo agio nel mettere in scena il film, come un thriller politico, ha messo da parte il solido e tradizionale impianto narrativo del romanzo ed ha focalizzato la sua attenzione sulla relazione tra Justin, un diplomatico inglese, riservato e timoroso, come solo Ralph Fiennes avrebbe potuto essere, e la giovane moglie Tessa, passionale attivista per i diritti civili, interpretata da Rachel Weisz, con adesione e credibilità.

Il film racconta con uno stile frammentato e documentaristico, il loro breve incontro ad una conferenza a Londra, la loro passione travolgente, il matrimonio e il trasferimento in Kenya, dove Justin è un membro dell’Alto Commissariato Britannico: they meet as strangers who plunge at once into sudden sex. They catch their breath, marry and begin to learn about each other.[1]

The Constant Gardener comincia con l’uccisione di Tessa, sulle rive del lago Turkana, con lo straziante riconoscimento del cadavere e con una serie di false supposizioni sulla natura passionale del delitto.

Tessa è un’attivista acuta e provocatrice. Justin è un diplomatico calmo e cortese, appassionato di giardinaggio, che accetta gli incarichi senza porsi troppe domande.

Ma l’omicidio della moglie lo spingerà a scalfire la superficie di omertà e segreti, che circonda la missione inglese in Kenya.

La devozione che prova per Tessa, i ricordi che riaffiorano nei dolcissimi flashback, lo spingono a prendere l’iniziativa, ripercorrendo le tappe della sua ricerca nel cuore dell’Africa ed in Europa, per smascherare le ipocrisie delle multinazionali farmaceutiche e dei governi occidentali, che mentre sembrano portare aiuti in un continente alla deriva, in realtà ne perpetuano la condizione di sfruttamento e povertà.

Quando Fernando Meirelles ed il suo produttore inglese sono andati in Kenya in cerca delle location per girare il film, chiedendo l’aiuto dell’Alto Commissariato britannico di stanza a Nairobi, l’istituzione, che nel romanzo e nel film è descritta come un concentrato di cinismo e immoralità, li ha appoggiati e sostenuti, ma si sono visti richiedere dal funzionario incaricato, perchè, tra tutti i romanzi di Le Carrè, avessero deciso di mettere in scena “il meno bello”.

In questa affermazione c’è naturalmente tutto il sussiego inglese, tutta l’opportuna dissimulazione ed il sottilissimo ostracismo di chi sa che opporsi platealmente non avrebbe condotto a nulla.

Eppure a Meirelles non interessava particolarmente l’aspetto politico del film, quanto poter indagare l’aria disperata delle periferie urbane, tanto simile alle favelas di City of God, e la mente dei suoi personaggi, rappresentando la vitalità e l’incoscienza di Tessa ed il sottile tormento di Justin, che inizia a vivere, proprio quando comincia ad entrare nei segreti della moglie, rimanendo contagiato da quell’ansia di verità, che lo spinge sino alle rive del medesimo lago Turkana, dove Tessa aveva trovato la morte.

Meirelles, pur non riuscendo a replicare la complessità formale e narrativa di City of God, ha firmato un film spettacolare e personale, unendo il dramma riflessivo e la toccante storia d’amore ai risvolti più politici della trama, grazie anche ad una fotografia superlativa e ad un montaggio che ne asseconda i ritmi ed i colori.

Affidata ancora al brillante Cesar Charlone, la macchina a mano, cattura i primissimi piani dei protagonisti, le loro mani, i loro gesti e si muove nervosamente nella vastità del deserto africano o attraverso le strade dissestate del quartiere di Kibera, che a Nairobi accoglie circa 800.000 persone, senza corrente elettrica, acqua o servizi igienici.

Meirelles descrive tutta la meravigliosa allegria di un continente poverissimo.

La fotografia ne restituisce il rosso arso della terra, i colori sgargianti dei vestiti, in contrasto con le dominanti fredde, grigie e verdi, della parte europea, ambientata a Londra ed in Germania, mentre la storia d’amore tra Tessa e Justin è raccontata con una luce bianca abbacinante, spesso sovraesposta.

Il montaggio frenetico, che in tutta la prima parte alterna i flashback di Tessa e Justin, avvolge lo spettatore e gli suggerisce una spontaneità ed un’immediatezza  documentaristica.

Quasi a voler ancora una volta testimoniare che la presunta a-narratività dell’approccio documentaristico è uno dei dogmi meno produttivi, che il cinema si sia auto imposto.

Meirelles si mantiene in equilibrio tra amore e spionaggio, impegno e denuncia sociale: what makes the film extraordinary is that also plays as a love story and as an examination of the mysteries of the heart.[2]

Il giardiniere tenace del titolo è interpretato da Ralph Fiennes con magnifica adesione, restituendo l’immagine di un flemmatico, compito funzionario, travolto dagli eventi.

Rachel Weisz è incantevole, sensuale ed impetuosa nella parte di Tessa, che Le Carrè ha costruito avendo come modello Yvette Pierpaoli, un’avvocato per i diritti civili, morta in Kosovo, in un incidente stradale.

Tra i comprimari, occorre ricordare almeno il misterioso Lorbeer, interpretato da Pete Postlethwaite, lo sfuggente Sandy Woodrow di Danny Huston ed il minaccioso Sir Bernard Pellegrin, incarnato con magnifica freddezza da Bill Nighy.

Il motivo profondo del film sta nella decisione di Justin di continuare a coltivare l’amore per Tessa anche dopo la sua morte: e salvare l’amore per Tessa vuol dire tornare da lei, farsi nero tra la gente d’Africa, rientrare in Kenya col nome di Black,[3] fino a raggiungere la landa desolata dove è stata uccisa, sentendosi finalmente a casa.

Come scrive Paolo Cerchi Usai, il fascino della love story è che la si scopre in forma di innamoramento post mortem: solo quando la missione di lei emerge in tutta la sua urgenza quel che appariva un mero capriccio adolescenziale diventa una missione di vita.[4]

“Tutta la macchina è spinta dal senso di colpa” dice a Justin uno dei personaggi del film: Meirelles è riuscito a fare un film su quella vergogna e su quel senso di colpa, mostrando, contemporaneamente, il mondo degli ultimi, senza retorica e senza lacrime, restituendo i colori, i suoni e l’allegria di un popolo maltrattato e indifeso.

The Constant Gardener – La cospirazione ***

 


[1] Roger Ebert, The Constant Gardener, Chicago Sun-Times, 31.8.2005

[2] Roger Ebert, The Constant Gardener, Chicago Sun-Times, 31.8.2005

[3] Bruno Fornara, The Constant Gardener in L’africa non esiste, Feltrinelli, 2006

[4] Paolo Cerchi Usai, The Constant Gardener, Segnocinema n.138

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