INLAND EMPIRE

“Supponete di trovarvi in ufficio. Avete duellato o scritto tutto il giorno e siete troppo stanco per continuare a duellare o scrivere. Ve ne rimanete seduto, guardando nel vuoto, intontito, come capita a tutti qualche volta. Una graziosa stenografa che già conoscete entra nella stanza… voi la guardate…apatico. Lei non vi vede, benché le siate molto vicino. Si sfila i guanti, apre la borsetta e vi rovescia il contenuto su un tavolino…’
Stahr si alzò, gettando sulla scrivania il mazzo delle chiavi.
‘Ha due monetine d’argento, un nichelino… e una scatoletta di svedesi. Lascia il nichelino sul tavolo, rimette le monetine nella borsetta, prende i guanti neri, si avvicina alla stufa, l’apre e vi mette i guanti. Nella scatoletta c’è un solo fiammifero e lei fa per accenderlo inginocchiata accanto alla stufa. Voi notate che la finestra aperta lascia passare una forte corrente d’aria… ma proprio in quel momento suona il telefono. La ragazza prende il ricevitore, dice pronto… ascolta… poi in tono reciso dice – non ho mai posseduto un paio di guanti neri in vita mia – Riattacca, si inginocchia di nuovo accanto alla stufa, e proprio mentre accende il fiammifero voi vi voltate di colpo, e vedete che nell’ufficio c’è un altro uomo…’
Stahr tacque. Prese le chiavi e se le mise in tasca.
‘Avanti’ disse Boxley, sorridendo ‘cosa succede adesso?’
‘Non lo so’ rispose Stahr ‘stavo soltanto facendo del cinema.’”

Francis Scott Fitzgerald, Gli ultimi fuochi, Milano, Mondadori, 1974

“Il mio film è chiarissimo”

David Lynch, 2006

 INLAND EMPIRE viene presentato a Venezia in anteprima mondiale, in occasione della consegna a David Lynch di un controverso, meritatissimo Leone d’Oro alla carriera.

Interpretato da Laura Dern, Justin Theroux e Jeremy Irons, che hanno accompagnato il regista al Lido, il film è stato girato nel corso di due anni e mezzo, con delle semplicissime macchine da presa DV, che ne restituiscono un look granuloso e oscuro.

Lynch ha dichiarato di affidarsi all’istinto ed all’immaginazione del pubblico: il suo cinema è fatto di simboli, immagini, porte e spazi bui, sogni ottimistici, personaggi che tornano e sono altro da sé: “ciò che conta è lasciarsi andare al potere dello schermo così come si fa quando si ascolta un brano musicale”. 

Eppure per INLAND EMPIRE anche una prospettiva di puro piacere visivo, scisso dalla comprensione della fabula, appare del tutto insoddisfacente.

Mentre ancora Strade Perdute e soprattutto Mulholland Drive erano opere scintillanti, perfettamente godibili, anche senza cercare di penetrarne le possibili derive di senso, INLAND EMPIRE è un film obbiettivamente respingente, volutamente sporco, che sposa in pieno l’anti-estetica della bassa definizione.

Un film pieno di immagini deformate, oscurità lattiginose, riprese grandangolari di primissimi piani ed accompagnato da uno score altrettanto inquietante, denso di rumori, canzoni stonate, stridori.

Siamo lontani anni luce dall’estetica digitale di un Michael Mann o dall’iconoclastia di un Von Trier.

INLAND EMPIRE si lega piuttosto al film d’esordio di Lynch, quell’Eraserhead che già viaggiava verso la dissoluzione definitiva del racconto tradizionale a vantaggio della rappresentazione o della disposizione di elementi audiovisivi come struttura autonoma.[1]

Il labirinto lynchiano di percorsi, false piste, salti spaziali e temporali può naturalmente essere ricostruito con una sua approssimativa plausibilità ed alcuni coraggiosi vi si sono applicati con pervicacia.[2]

INLAND EMPIRE sarebbe la storia di una Ragazza Perduta (Lost Girl – Karolina Gruszka), che piange per tutto il film davanti allo schermo mal sintonizzato della tv, che rimanda la tipica neve, attraverso la quale vede svolgersi tutte le storie del film.

Certo lo spettatore potrebbe ritrovarsi spiazzato dopo la visione, sia per una effettiva carenza strutturale, sia per la mancanza di una chiave interpretativa prevalente, e sia soprattutto perché gli eventi traumatici che hanno dato origine al tormento della protagonista non vengono mai mostrati direttamente e in modo esplicito[3], ma costantemente evocati, filtrati, rivissuti e rimodellati attraverso l’esperienza di Nikki (Laura Dern), che non è altro, se non una proiezione della Ragazza Perduta.

E’ l’ennesimo sogno del cinema di Lynch.

E’ ancora una volta una mente che ri-pensa se stessa, tentando si ricordare e di rivivere il dolore del tradimento e la perdita di un figlio.

Probabilmente non usciamo mai dalla mente della Ragazza Perduta, che si immerge nei suoi incubi e che ci trascina con lei, in un labirinto di personaggi, visioni, incarnazioni presenti, passate e future, e finanche una sitcom di uomini-conigli.

Il pianto incessante della Ragazza Perduta sta tutto nel dramma del tradimento del marito, del senso di colpa per la perdita di un figlio, concepito fuori dal matrimonio.

Il tradimento produce perdita di consapevolezza, confusione, avvilimento: una vera e propria involuzione, che passa dalla realtà al sogno, dal film originale al remake.

La Ragazza Perduta si costruisce quindi un alter ego completamente distante, ricco e riverito, l’attrice Nikki Grace, plasmabile e mutevole, come solo le grandi attrici sanno essere, che comincerà un viaggio nelle pieghe del senso di colpa, rivivendo l’adulterio, la morte e l’abiezione della prostituzione, sino a ricongiungersi alla protagonista in un bacio impossibile, attraverso lo schermo.

La Ragazza Perduta finalmente sorride, si è riconciliata con il passato e può correre ad abbracciare marito e figlio.

Il carosello finale, con tutti i personaggi e le note di Sinnerman di Nina Simone, sono il segno tangibile di questa riconciliazione.

E ci invitano a non prendere il film troppo sul serio.

Naturalmente il breve riassunto, non può che rappresentare uno solo dei pezzi di cui si compone il puzzle INLAND EMPIRE, che Lynch ha costruito con scene che assomigliano a tasselli autonomi, che acquistano un senso (naturalmente non l’unico possibile) dal modo in cui sono giustapposti, [4] quasi che Lynch fosse un solitario alchimista che sperimenta gli effetti combinatori delle singole scene, con un montaggio di tipo connotativo , nel quale la successione dei piani e delle sequenze non è dettata da una logica di verosimiglianza, quanto da una libera volontà di significazione.[5]

INLAND EMPIRE probabilmente non è più nemmeno un film, ma è sicuramente cinema.

Cinema che prescinde dalle tracce narrative tradizionali e si fa raccolta di schegge impazzite, che riprendono tutto l’universo lynchiano, tutti i vezzi anche sgradevoli in cui la bravissima Laura Dern appare perduta definitivamente, scissa in un personaggio pirandelliano che è uno, nessuno e centomila.

La famosa scena del nichelino di Fitzgerald/Kazan, è stravolta in una teoria di ripetizioni, epifanie, incubi.

INLAND EMPIRE è una serie infinita di nichelini: un disco rotto che sembra ripetere sempre lo stesso refrain, per poi saltare bruscamente oltre e magari tornare indietro, senza soluzioni di continuità.

Certo l’esito estremo di questa deriva diegetica può sembrare solipsistico o fine a se stesso, come se Lynch avesse ormai rinunciato a comunicare con un pubblico diverso da quello dei suoi adoratori/adepti/iniziati.

Il delirio di INLAND EMPIRE è forse troppo privato, onanistico, frutto di una improvvisazione che può lasciare freddi, dopo la prima ora dell’interminabile opera.

E forse, come è stato detto, carpirne l’essenza è come tentare di afferrare il sottile pulviscolo, in controluce[6]: un’operazione tanto velleitaria, quanto diminutiva della complessità vitale di INLAND EMPIRE.

L’accoglienza contrastata con cui il film è stato accolto a Venezia ne è la testimonianza più efficace: l’unanimità sarebbe stata preoccupante, per un regista che ha sempre sfidato i limiti della rappresentazione e che ha tentato costantemente di valicare i confini dell’arte figurativa, non solo con il cinema, ma anche con la fotografia, il disegno, la pittura.

Naturalmente nel magma incandescente di INLAND EMPIRE ci si può perdere, si può cominciare a divagare, in attesa che i 172 interminabili minuti raggiungano l’agognata conclusione.

Ci si può anche accorgere che INLAND EMPIRE è un film che guarda i suoi spettatori. Il fascio di luce che ne illumina il titolo, all’inizio, è proprio quello del cinema in cui lo si sta proiettando.

Ed allora un’altra possibile lettura è quella dell’ “esperienza” spettatoriale: le sensazioni, le impressioni soggettive, il disagio, la noia, la fuga dalla sala.

Al confronto con il pur composito panorama cinematografico, che la Mostra si incarica di rappresentare, INLAND EMPIRE può sembrare una provocazione esplicita, eppure serve a ricordarci, ancora una volta, quanto cinema può contenere il cinema, da un estremo all’altro del suo linguaggio.[7]

INLAND EMPIRE ***

 


[1] Anton Giulio Mancino, Femminile/maschile, Cineforum n.462

[2] Cfr. Pierluigi Basso Fossali, Interpretazione tra mondi. Il pensiero figurale di David Lynch, ETS 2006

[3] Andrea Bordoni/Matteo Marino, Niente più bui domani, Cineforum n.462

[4] Andrea Bellavita, INLAND EMPIRE, Segnocinema n.144

[5] Andrea Bordoni/Matteo Marino, Niente più bui domani, Cineforum n.462

[6] Fabio Radaelli, Un sottile pulviscolo nella luce: spunti di post-visione, http://www.fuorischermo.net

[7] Fabrizio Tassi, Il cinema sotto la pelle, Cineforum n.462

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