Lady Vendetta

“Fare il regista è come fare il direttore d’orchestra”  

Park Chan-wook, 2004

Lady Vendetta, sesto lungometraggio del coreano Park Chan-wook, presentato in concorso al Lido, chiude la trilogia sulla vendetta, cominciata nel 2002 con l’ancora inedito Sympathy for Mr.Vengeance e proseguita con Oldboy, il primo successo internazionale di Park, premiato con il Gran Premio speciale della Giuria al Festival di Cannes del 2004.

Il film è la storia di Geum-ja, imprigionata e divenuta famosa in tutta la Corea, per aver sequestrato ed ucciso un bambino.

Pur innocente, Geum-ja sconta in una prigione femminile tredici anni e mezzo di detenzione.

Una volta rilasciata, cercherà la sua vendetta nei confronti del vero assassino.

Park fa parte a pieno titolo di quella new wave coreana che si è imposta all’attenzione del pubblico europeo e americano attraverso soluzioni visive forti e riconoscibili.

La violenza, che scorre sotterranea nei titoli di Kim Ki-duk, di Lee Chang-dong e di Park Chan-wook, viene spesso esplicitata e ricomposta in una messa in scena raffinata che, per un verso, la rende visivamente sostenibile e per l’altro, si incarica di prolungarne il ricordo ed il turbamento.

Basti pensare agli ami da pesca, usati impropriamente nell’Isola di Kim o all’uso “odontoiatrico” del piccone in Oldboy.

L’affermazione internazionale di questa nuova generazione di registi coreani, procede di pari passo con il crescente successo dei film in patria.

Se fino agli anni ottanta la cinematografia coreana era stata pressoché ignorata dal proprio pubblico, a partire dagli ’90, con la fine della dittatura militare e l’apertura al mercato, la situazione si è rovesciata.

La quota di mercato interna è salita sino al 50% ed alle prime opere a basso budget e di stampo regionalistico, si sono affiancate grosse produzioni, anche sull’onda del successo di massa di film come Shiri (1999 – Kang Je-gyu) e JSA Joint Security Area(2000), proprio di Park.

I protagonisti di questa improvvisa e felicissima rinascita sono spesso registi cinefili, cresciuti nelle università ed influenzati dal cinema europeo, da quello giapponese e dai classici americani.

Park Chan-wook, nato a Seul nel 1963 in una famiglia cattolica e borghese, fa parte di quel gruppo che, partendo dal cinema di genere, ha ibridato il thriller ed il noir con elementi personali.

Folgorato da una visione de La donna che visse due volte, durante l’ultimo anno di liceo, avrebbe voluto iscriversi alla Facoltà di Estetica dell’Università di Seoul.

Non riuscendo a superare l’esame d’ammissione, dovrà ripiegare sulla Facoltà di Filosofia dell’Università Cattolica di Sogang, dove si impegna nel circolo cinematografico universitario e comincia a scrivere di cinema, pubblicando saggi e recensioni.

Quest’attività proseguirà fino alla fine del secolo, considerato che il suo esordio giovanile, The moon is… the sun’s dream del 1992 ed il successivo Trio del 1997, pur apprezzati, non riscuotono alcun successo, spingendo Park a lavorare in una videoteca, a collaborare alla stesura di sottotitoli ed a continuare ad occuparsi del cinema degli altri, anche per diverse trasmissioni radiotelevisive.

L’occasione della svolta arriva nel 2000 grazie alla Myung Films che, apprezzando i suoi primi lavori, gli offre la possibilità di ritornare dietro la macchina da presa, per dirigere l’adattamento di un noto romanzo ambientato sul confine tra le due coree.

Il film JSA – Joint Security Area racconta dell’amicizia impossibile tra due gruppi di militari che si fronteggiano in una terra di nessuno.

Il film è uno straordinario successo di pubblico, in patria, e lancia definitivamente il suo regista che, spiazzando tutti, sfrutta la fama appena conquistata per un progetto a cui stava lavorando da cinque anni: è Sympathy for Mr.Vengeance, melò estremo e horror grottesco, impietoso nel raffigurare la lotta di classe nella nuova Corea e l’universo chiuso della violenza.

Nonostante lo scarso successo, il film trova distribuzione fuori dalla Corea ed il nome di Park, comincia ad essere conosciuto anche in Europa.

Il successivo Oldboy, tratto da un manga giapponese, rappresenta la seconda declinazione del tema della vendetta ed è presentato in concorso a Cannes, dove Quentin Tarantino si batte per premiarlo, consentendone l’affermazione internazionale.

Il film incassa benissimo anche in patria ed impone la maschera, sempre sopra le righe, dell’attore Choi Min-sik, alla ricerca di una vendetta impossibile, in realtà strumento della propria sconfitta più atroce.

Con il nuovo Lady Vendetta, il cerchio si chiude definitivamente, con un’opera profondamente moralista: la vendetta appare un sentimento che imprigiona l’uomo in una serie infinita di colpe, che generano odio inconsolabile, frutto di ricordi dolorosi e tragedie autenticamente vissute.[1]

La violenza è priva di abbellimenti e tutti i personaggi sono, al contempo, vittime e carnefici, il cui riscatto sembra non arrivare mai.

Lo stile di Park si carica di questa ambiguità morale e frantuma i piani ed i tempi del racconto.

La costruzione visiva si compone di inquadrature ardite, jump-cut, carrelli laterali, rallenti, flashback e salti temporali, ma lo stile appare meno controllato rispetto al rigore di Mr.Vengeance ed alle invenzioni barocche di Oldboy, quasi che il regista sia preoccupato di dover ogni volta inventare l’immagine che stupisca, che si ricordi, anche senza una precisa giustificazione estetica, morale o semplicemente narrativa.

Il percorso di Geum-ja attraversa tutte le fasi che vanno dal peccato all’espiazione, fino ad un riscatto irragiungibile.

L’ansia di vendetta, pur esemplarmente perseguita nel corso del film, sembra infine superata nella ricerca di una pacificazione finale, solo dopo che la violenza avrà fatto il suo corso.

Park mostra la spirale della violenza, ma i suoi personaggi non riescono ad affrancarsene: l’occhio per occhio vuole il suo tributo di sangue.

Park non è certo Eastwood e rappresenta le contraddizioni di una democrazia giovane, come quella coreana, nella quale cova una violenza pronta ad esplodere nelle forme più crudeli, che appare come l’unica vera legge che struttura i rapporti sociali.

Il film è costruito ribaltando continuamente le attese ed i pregiudizi: la dolce Geum-ja esce dal carcere con un’aura di santità e scaccia immediatamente il devoto spasimante che l’aspettava all’uscita; la dolcezza e la generosità, mostrate nel carcere si rivelano parte di un piano più complesso e la messa in scena crudele della confessione a beneficio dei media e delle televisioni fameliche è ben lontana dalla verità.

Lo stesso omicida Baek (interpretato da Choi Min-sik) appare un tranquillo professore d’inglese, salvo poi scoprire che tortura e riprende le sue piccole vittime con un sadismo inaudito.

Il film chiude la trilogia riproponendo molti elementi già presenti nelle due opere precedenti: il rapimento dei bambini, l’ingiusta detenzione, la punizione atroce del colpevole.

Ma Park questa volta si spinge oltre.

Il consesso dei nove genitori e parenti delle piccole vittime è descritto con un’ironia feroce.

L’istituzionalizzazione della vendetta a sangue freddo diventa allora un rigido rituale, parodia della giustizia dei tribunali, dove i “giurati” discutono e decidono la condanna a morte e le sue modalità.

La vendetta si compie, atroce e collettiva, ma è un cane che si morde la coda[2] e l’unica cosa che rimane ai parenti è l’avidità per i soldi di un risarcimento impossibile.

Park mantiene un’ambiguità che rispecchia probabilmente teoremi ideologici traballanti[3] in cui la stigmatizzazione e la celebrazione della vendetta vanno di pari passo.

Interessante appare l’interpretazione di Pier Maria Bocchi, secondo cui la trilogia rappresenta l’ultima parola sulla trinità cattolica, quasi un catechismo laico e nichilista nel quale Sympathy for Mr.Vengeance mette in scena la ricerca paterna di una ragione per l’improvvisa mancanza della figlia, laddove Oldboy prosegue nell’indicare, tra l’altro, l’abisso in cui i legami di sangue filiali finiscono per forza di cose in questo nuovo mondo e Sympathy for Lady Vengeance conclude con la pulizia che uno spirito santo attua nel proprio popolo, allo scopo di recuperare proprio l’amore filiale.[4]

Nonostante Park rifiuti i discorsi autoriali sulle sue opere ed abbia dichiarato più volte di non essere interessato ai film politici,[5] la sua trilogia rappresenta un progetto ambizioso e ricchissimo di trovate narrative e di invenzioni iconografiche.

In questo ultimo capitolo sono richiamati anche tutti gli attori dei precedenti episodi, quasi a segnare una continuità ideale.

Gli eroi di Park sono coreani tipici: un operaio, rivoluzionario per amore, un borghese piccolo piccolo ed una studentessa, tutti protagonisti di una storia che li vede intimamente sconfitti.

Il sorriso ebete di Oh Dae-su, così come la faccia di Lee Geum-ja affondata nella torta, ne sono la testimonianza più evidente.

Lady Vendetta ***


[1]              Marco Luceri, Vendetta, atto terzo, www.drammaturgia.it, 5.9.2005

[2]              Giacomo Manzoli, Una storia di redenzione, Cineforum n.452

[3]              Giacomo Manzoli, Una storia di redenzione, Cineforum n.452

[4]              Pier Maria Bocchi, Sympathy for Lady Vengeance, Cineforum n.449

[5]              Park Chan-Wook, Incontro di Ddanzi Chonsu, trad. Silvia Tartarini

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