Mare dentro

“Mi interessano i sogni. Il mio secondo film trattava di sogni e anche in quest’ultimo ce ne sono parecchi.

Il cinema stesso è sogno.”  

Alejandro Amenàbar, 2004

Mare Dentro è il quarto lungometraggio del cileno Alejandro Amenàbar, cresciuto in Spagna, dove ha debuttato a diciannove anni, con il cortometraggio La cabeza.

Quattro anni dopo, il lungometraggio Tesis (1997) è un’opera prima folgorante, che vince molti premi in Spagna ed affascina per la sua criticità, per il discorso sulle immagini e la rappresentazione della morte.

Segue il fortunatissimo Apri gli occhi (1998), con Penelope Cruz, i cui diritti vengono acquistati negli Stati Uniti, dove Cameron Crowe ne realizza un remake con Tom Cruise.

Quest’ultimo produce anche il suo film successivo, The others (2001), interpretato da Nicole Kidman e presentato in concorso alla Mostra di Venezia lo stesso anno.

E’ il primo film di Amenàbar in lingua inglese e il giovane regista continua il suo personalissimo percorso autoriale, senza compromessi.

Con Mare Dentro ritorna in Spagna e abbandona il registro dei film di suspense, che aveva caratterizzato le sue opere precedenti, ma continua ad indagare sulla morte – i suoi labirinti, i suoi confini – elemento centrale del suo cinema metafisico.

Prendendo spunto dalla storia vera del marinaio Ramon Sampedro, il film ne racconta gli ultimi mesi di vita.

Il 23 agosto 1968 Ramon si era tuffato nelle acque infide della Galizia, in un momento di risacca, battendo violentemente contro il fondo basso e rimanendo paralizzato dalla vita in giù.

Ventisei anni più tardi si rivolge ad un’associazione per i diritti del malato ed al loro avvocato, perchè vuole avere il permesso di porre fine a quella che non considera più una vita dignitosa.

Il film non parla dei tetraplegici in generale, né vuole porsi come un pamphlet a favore dell’eutanasia.

“Gli altri tetraplegici non si offendano per la mia decisione, ma io non giudico chi vuole vivere e vorrei che loro non giudicassero me” dice Sampedro a chi gli chiede conto della sua decisione.

E questo appare anche lo spirito del film di Amenàbar, che non costruisce un film-dibattito, pur sposando in maniera incondizionata il punto di vista del suo protagonista, né è interessato a risolvere la questione in termini etici.

Perchè questo spetta a chi ne è coinvolto in prima persona: le speculazioni religiose o laiche dovrebbero fare un passo indietro di fronte alla libertà individuale.

Quello che interessa al regista è la figura di Ramon, il fascino delle sue contraddizioni: il suo desiderio di morte scaturisce dall’impossibilità di vivere dignitosamente, eppure è un uomo ricco di umorismo, creatività, determinazione.

Il regista cileno non si rivolge ad una retorica morale, ma a quel diritto inalienabile dell’individuo di poter agire secondo la propria coscienza.

Pur limitato dall’immobilità e dal rifiuto della carrozzina, che giudica degradante, Ramon non ha mai smesso di comunicare, con le persone che gli sono accanto.

Spinto da Julia, l’avvocato che lo difende, pubblica le sue poesie ed i suoi pensieri.

La sua carica vitale contagia le quattro donne che si alternano al suo capezzale: la cognata Manuela, che lo accudisce, insieme al fratello, l’attivista Gene e l’avvocatessa Julia, che combattono insieme a lui una battaglia di libertà ed infine la semplice Rosa, una donna del paese, che sembra non accettare la sua decisione e vorrebbe spingerlo a resistere, ma che si rivelerà l’alleata più preziosa, quando la giustizia dei tribunali rimarrà sorda, di fronte alle sue richieste.

Javier Bardem, nella parte di Ramon, si erge maestosamente, pur essendo costretto per quasi tutto il film immobile in un letto.

Un’incrinatura della voce o un fugace movimento del volto, pesantemente truccato per rendere credibili i cinquant’anni del protagonista, sono sufficienti a Bardem per  suscitare emozioni fortissime.

E’ un’interpretazione sublime, virtuosistica, senza precedenti, che si piega alle variabili oniriche, interiori, mnemoniche del personaggio.[1]

L’economia espressiva, la naturalezza e l’ironia che riesce a trasmettere a Ramon, lo rendono indimenticabile.

Tutto il peso del film poggia sui suoi primi piani: d’un tratto la forzata immobilità diventa miracolosamente comunicativa.

Amenàbar, che ha scritto il copione con il fidato Mateo Gil, si affida al suo protagonista e alle donne che lo affiancano, Belen Rueda, l’avvocato, Lola Duenas, nella parte di Rosa, Mabel Rivera in quelli della cognata Manuela e Clara Segura, che interpreta Gene.

E con il procedere della storia, torna a riflettere sulla contrapposizione tra il mondo onirico e quello reale, tema centrale in tutte le sue opere.

Quando si sceglie un soggetto come questo, in cui i risvolti sociali, esistenziali e politici sono così rilevanti, si rischia di confinare il proprio film nell’alveo delle opere a tema, in cui lo scontro dei punti di vista, le tesi precostituite, le emozioni facili e la retorica collettiva prevale su ogni altro elemento.

Certo, il film può suscitare un senso di disagio, forse semplicemente si può temere che le emozioni destate, siano soprattutto un’accorta operazione mercantile su un tema, su cui si dibatte da sempre senza vero coraggio e vera pietà.[2]

Ma la storia di Ramon meritava di essere raccontata e Amenàbar non ha paura di rischiare il melò, quando filma la passione impossibile, che unisce il protagonista alle sue donne.

Anche l’eros riesce a farsi spazio, nonostante l’impossibilità di muoversi.

Ramon si innamora di Julia e ne è ricambiato, finchè la malattia degenerativa di quest’ultima, non vanifica ogni cosa.

Amenàbar cerca però di evitare di cadere nella trappola del sentimentalismo, concedendosi momenti di puro cinema: il lirismo leggero della sua macchina da presa si apre in sfolgoranti visioni di paesaggi lontani e del mare, che ha dato la vita Ramon, per poi riprendersela tragicamente.

Attraverso il montaggio, cerca di avvicinare i personaggi e di raccontare le storie delle quattro donne, che si prendono cura di Ramon.

Amenàbar rompe i confini angusti della stanza e del letto in cui Ramon è costretto, per ricercare indizi di verità in quelle immagini di libertà e bellezza, che il protagonista può raggiungere solo nel sogno.

Ed è nella rappresentazione del mare, che le lotte e le contrapposizioni si stemperano: le pulsioni vitali di Ramon e la dolorosa inconsapevolezza di Julia, il loro desiderio di serenità, trovano pace solo in quel sogno azzurro, fatto di riflessi, onde, orizzonti infiniti.

La pace e la bellezza di quel paesaggio immaginario riconciliano con se stessi e con le proprie sofferenze, fino a comprendere che “la morte fa parte del processo della vita. Non gli toglie senso. La vita continua ad essere meravigliosa”: it’a moment that caches the soaring spirit of the film itself.[3]

Amenàbar contamina una storia che avrebbe potuto essere fortemente realista con elementi onirici ed una leggerezza che consente di mantenersi in equilibrio nel magma incandescente delle emozioni.

Ne esce un ritratto umano pieno di allegria, serenità, tenerezza, forse perchè, come afferma Ramon “quando non puoi scappare e dipendi costantemente dagli altri, impari a piangere ridendo”.

Mare dentro ***

 


[1] Roberto Pugliese, Il Lido della foca, Segnocinema n.130

[2] Natalia Aspesi, La Repubblica, 5.9.2004

[3] Peter Travers, The Sea Inside, Rolling Stone, 6.1.2005

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