Ferro 3 – La casa vuota

“Nei film precedenti avevo usato una certa quantità di dialogo, ma ho smesso, perchè diffido del parlato. Non credo più nella parola.”

Kim Ki-duk, 2003

Ferro 3, l’undicesimo film di Kim Ki-duk, in soli otto anni di attività, è stato presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, come film a sorpresa.

Quelli che hanno assistito alla prima proiezione per il pubblico, al Palagalileo, si sono trovati di fronte ad un’epifania, ad un momento di bellezza sublime e di assoluta magia.

Il film era stato preceduto dalla proiezione dell’insostenibile Izo di Takashi Miike, una violentissima ed insensata epopea, appesantita da un simbolismo greve e disturbato.

Il confronto impietoso tra la leggerezza di Ferro 3 ed il profluvio di sangue e arti mozzati di Izo, ha esaltato ancora di più le qualità del film coreano.

Alla fine un applauso interminabile e commosso ha accompagnato i due protagonisti ed il regista, fino all’esterno della sala.

Accade raramente, anche in un festival prestigioso come quello veneziano, di trovarsi di fronte ad un film che mostra, in maniera così forte, l’affermarsi di una nuova sensibilità autoriale.

Kim Ki-duk era già stato due volte a Venezia, in concorso,  negli anni della direzione di Alberto Barbera: nel 1999, con lo scandaloso L’isola, e nel 2001, con Address Unknown, che avevano suscitato vivaci polemiche per la rappresentazione del sesso e della violenza, come mezzi esclusivi di comunicazione con il mondo.

All’interno della new wave coreana della seconda metà degli anni ’90, Kim ha sempre rappresentato una posizione tanto originale, quanto marginale.

La sua formazione non è né accademica né cinefila ed il crescente successo europeo  dei suoi film si è accompagnato ad rapporto conflittuale con il suo paese, fino a diventare, nel corso degli ultimi anni, un rovello tormentoso: mentre L’isola, Bad Guy, Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera e Samaria, riscuotevano consensi, polemiche e premi ai maggiori festival internazionali, contribuendo a fare di Kim un autore di culto, in Corea passavano più o meno inosservati e finanche un collega come Park Chan-wook affermava, con malcelata ironia, di non riuscire a vedere i suoi film, tanto breve è il loro passaggio in sala.

Nato nel 1960 in un piccolo villaggio di montagna, da una famiglia cristiana, Kim Ki-duk studia in un istituto di agraria, prima di cominciare a lavorare in fabbrica.

Si arruola quindi nell’esercito coreano, per cinque anni.

Nel 1990, con in tasca solo i soldi del biglietto aereo, si trasferisce a Parigi, dove si guadagna da vivere facendo il pittore di strada.

Ritornato in Corea, il suo esordio dietro la macchina da presa è Crocodile (1996) con il quale comincia a sperimentare, sul campo, le potenzialità di un mezzo espressivo del tutto nuovo.

I suoi primi personaggi sono tratteggiati a sua immagine: sono emarginati o disadattati, che vivono in un mondo dove l’unica legge è quella della sopraffazione.

Le sue opere degli anni ’90 possono essere considerate come scritti autobiografici, pieni di distruttività e di violenza.

“Avete mai veramente guardato le vite che mostro nei miei film? Avete mai visto, sul serio, il grido disperato che c’è nei miei lavori?”

All’inizio, girare film consente a Kim Ki-duk di trasformare “le proprie difficoltà a capire in una possibilità di comprendere”.

L’universo dei suoi film d’esordio ruota attorno alla violenza, quale unico mezzo di espressione possibile per una sottocultura marginale, che non ha neppure ambizioni di protesta.

“La violenza che racconto io è una sorta di linguaggio del corpo. La maggior parte della popolazione vive in posti diversi da Seoul ed è molto povera. Queste persone hanno conosciuto solo sofferenze nella loro vita e nessuno gli ha insegnato ad amare. La violenza è espressione dei loro pensieri. E’ il loro linguaggio”.[1]

Ma film dopo film, Kim Ki-duk ha iniziato a mettere in scena anche quegli elementi di bellezza e di calore, che il mondo può offrire.

E Ferro 3, così come già Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, ne sono la testimonianza più evidente.

La violenza qui non è completamente assente, ma è più sottile, sotterranea, pronta ad esplodere attraverso una pallina da golf lanciata nel traffico.

Ferro 3 non presenta più elementi autobiografici ed è il racconto di una speranza, seppur limitata ad una dimensione surreale, fantastica.

Il protagonista è Tae-suk che si aggira per Seoul su una moto, armato solo di una mazza da golf, alla ricerca di appartamenti lasciati vuoti dai proprietari, partiti per le vacanze.

Tae-suk entra, senza commettere effrazioni, si immerge nella vita delle persone, aggiusta i loro elettrodomestici, fa il bucato e si fotografa all’interno delle vite degli altri, finchè non incontra, casualmente, all’interno di una di queste abitazioni, Sun-hwa, infelice e maltrattata dal marito, che decide di condividere i suoi silenzi ed il suo vagare negli spazi inabitati della città.

L’amore si manifesta gradualmente di casa vuota in casa vuota, ma la realtà ostile irrompe con violenza: Sun-hwa si rifugia nella nostalgia… mentre Tae-suk impara a diventare invisibile, per amarla liberamente.[2]

Come ha scritto Andrea Bellavita, Ferro 3 è il film in cui il regista coreano raggiunge il suo equilibrio, la sua maturità[3].

La poetica dell’immagine, che forse nei primi lavori era nascosta dietro l’urgenza della violenza e dell’orrore, qui invece esplode in tutta la sua forza.

Kim Ki-duk, spesso accusato di girare film senza conoscere o rispettare la sintassi cinematografica, qui raggiunge un’eleganza formale e stilistica sublime.

Nonostante si sia parlato di una sorta di cedimento al gusto occidentale, Ferro 3 appare invece come il film più necessario del suo autore, quello che mette ordine e segna un punto di non ritorno nella sua analisi della società coreana.

Il cinema di Kim Ki-duk procede verso la trasparenza della messa in scena, raggiungendo una perfezione ed un equilibrio di struttura e di narrazione che ha del miracoloso.[4]

Tae-suk è ancora un personaggio emarginato e solitario.

Occupa gli spazi lasciati vuoti da una società che non vede, non si accorge, nemmeno quando l’intruso è vicinissimo, nella propria casa.

Per il regista l’alienazione massima, la solitudine più intima non appartengono tanto ai luoghi di aggregazione post-moderni – gli aeroporti, i centri commerciali – quanto alla propria casa.

Kim è passato da film in cui lo shock visivo faceva tremare i polsi dei benpensanti[5] a film in cui lo shock sta tutto nell’insensibilità delle persone, nel loro cuore anestetizzato, che può forse ricominciare a battere e pulsare solo annientandosi e facendosi trasportare in un’altra dimensione.

La tenerezza dei silenzi appare come un dialogo dei sensi, naturale, coinvolgente.

Ogni necessità è abolita. Le parole, i ragionamenti, le riflessioni inutili, che tolgono spazio e tempo all’amore sono superflue: basta dire “ti amo”.

Leggero come i corpi dei due protagonisti, nell’immagine indimenticabile della bilancia, Ferro 3 è un film straordinario, che racconta l’abisso dei sentimenti, con una profondità vertiginosa.

“Non è dato sapere se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà”.

Ferro 3 – La casa vuota ***1/2

 


[1]              Kim Ki-duk, Feriti dalla vita, convenrsazione con Federica Aliano, in Il Volto e l’anima, Feltrinelli, 2006

[2]              Caterina D’Amico, Premio Adelio Ferrero 2005, Cineforum n.

[3]              Andra Bellavita, Ferro 3, Segnocinema n.132

[4]              Pier Maria Bocchi, Ferro 3, Cineforum n.439

[5]              Pier Maria Bocchi, Ferro 3, Cineforum n.439

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