Ion Glanetaşu è un ex campione sportivo, che dopo aver perso tutto nell’alcool e nella sfortuna, vive rovistando nell’immondizia e grazie all’elemosina di qualche anima solidale. Lo incontriamo mentre si aggira in un parco con dinosauri meccanici nella città di Cluj, in Transilvania. La sera si rifugia nel locale caldaia di un edificio del centro.
La mattina presto viene svegliato dall’ufficiale giudiziario Orsolya, di origini ungheresi, che con fabbro e gendarmi deve eseguire il suo sfratto, a lungo rimandato.
Una società che si chiama Europa K.u.K., che fa capo ad ex agenti dei servizi segreti, ha acquistato tutto lo stabile per farne un nuovo boutique hotel, che si chiamerà Kontinental.
Dopo aver pacificamente concordato la sua uscita volontaria, quando Orsolya e gli altri si allontanano per consentirgli di radunare le sue cose, Ion prende un filo di ferro e si impicca al calorifero.
Devastata dal dolore dal senso di colpa Orsolya cerca conforto nella polizia, che bonariamente la esonera da ogni responsabilità, quindi nel marito e i figli, con cui ha programmato una vacanza in Grecia che deciderà di saltare, con un’amica impegnata nel sociale e con la madre ungherese.
Il sostegno che tutti le manifestano non è sufficiente a cancellare l’orrore di quell’uomo riverso per terra, morto brutalmente e senza dignità nello scantinato di un palazzo destinato a diventare un’altro hotel per turisti, in una città in cui chi comanda davvero sono le società immobiliari.
Nel frattempo online i nazionalisti rumeni anti-ungheresi la dipingono come un nemico del popolo.
Come accade spesso nel cinema di Radu Jude, l’osservazione in presa diretta della realtà dialoga con le radici storiche, mentre la dimensione morale e politica del racconto lavora sui personaggi e la loro coscienza.
Anche questa volta in un film pieno di bandiere rumene e europee, di manifesti elettorali che richiamano all’onore e al rispetto si fa strada una storia di quotidiana indifferenza, che abbraccia in un unico sguardo temi e valori molto più grandi.
Kontinental ’25 esplicitamente richiama e in un certo senso si appropria del capolavoro di Roberto Rossellini con Ingrid Bergman girato quasi 75 anni fa, la cui locandina compare in una lunga scena centrale: Jude cerca la stessa tensione morale, interroga lo stesso corpo sociale, nel tentativo di mostrare quanto fragili ed egoiste siano le riposte, personali e collettive.
Le tensioni nazionaliste, le rivendicazioni storiche travisate, il ruolo dell’Unione Europea, lo sviluppo immobiliare esagerato e rapace, la gentrificazione di quartieri e identità, l’impotenza talvolta un po’ rassegnata delle istituzioni deputate a fornire una rete di supporto alle fragilità più esposte raccontano una realtà comune che le spalle della piccola Orsolya non riesce davvero a sostenere.
Eppure sembra l’unica che ancora cerca di farsi le domande giuste nell’indifferenza generale. Anche il suo giovane ex studente di giurisprudenza che ora vive facendo il rider, sembra aver trovato nell’accettazione zen di ogni cosa la chiave per non mettere più nulla in discussione.
L’ironia resta l’unico conforto possibile: “Sai perché nessun rumeno vuole un ruolo in Star Wars? Perché non vogliono lavorare nel futuro!”.
Il senso di colpa di Orsolya fronte alla morte non sembra trovare pace: tutti coloro che vengono in contatto con lei nei pochi giorni in cui si svolge il racconto, cercano di calmare la sua ansia, mostrando in verità una indifferenza che sembra ferirla ancora di più. Persino l’amica che si prende cura dei piccoli rom, è assai meno empatica con gli adulti della medesima etnia.
Per non parlare del pope a cui Orsolya si rivolge nel finale in quello che appare come il dialogo più surreale e bruciante del film: neanche lui può assolverla, anzi se la prende persino con la vittima che suicidandosi ha rifiutato la vita donata dal Signore.
L’Europa del 2025 è in fondo simile al parco coi dinosauri meccanici che Ion e Orsolya visitano a un certo punto: decadente e patetica al tempo stesso, incapace di opporre resistenza all’ideologia della sopraffazione e dell’accumulazione smodata.
Girato con un iphone in una decina di giorni, in puro guerilla style, cercando l’immediatezza e inseguendo l’urgenza narrativa, Kontinental ’25 non ha forse la forza incendiaria di I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians o di Do Not Expect Too Much from the End of the World, nè la scrittura tagliente di Sesso sfortunato o follie porno, ma è un altro ritratto dolente e silenziosamente disperato dal cuore della nostra Europa.
Premio per la migliore sceneggiatura alla Berlinale.
Da non perdere.
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