Non mi importa se passeremo alla storia come barbari: il cinema di Radu Jude

In occasione dell’Orso d’Oro che la Berlinale ha assegnato al suo ultimo Bad Luck Banging or Loony Porn, recuperiamo i sei lungometraggi precedenti di Radu Jude, il quarantenne regista rumeno, già assistente di Costa Gavras e di Puiu, poi regista acclamatissimo di cortometraggi, quindi autore di un pugno di film e documentari, che raccontano le contraddizioni e gli angoli oscuri di un paese ancora confuso, fragile e incapace di fare i conti con la propria storia, con uno stile eclettico, capace di utilizzare registri espressivi molto differenti.

The Happiest Girl in the World **1/2

L’esordio di Jude nel lungometraggio è un piccolo racconto sul desiderio, nella più genuina tradizione realista.

Delia è in macchina con i suoi genitori, in viaggio verso Bucarest dalla provincia. Ha vinto un automobile e deve andare a ritirarla e a girare uno spot per la bevanda alla frutta che ha organizzato il concorso.

Il padre è un modesto operaio, la madre un’insegnante, e prima di raggiungere la capitale si fermano ad un distributore per cambiarsi i vestiti e darsi una sistemata.

Arrivati sul set, allestito in mezzo ad una piazza, con l’auto impacchettata, il blue screen e un dolly, la tensione tra Delia e i genitori si fa sempre più manifesta, perchè se la ragazza ha programmato di andare al mare con le sue compagne di classe, sfoggiando il premio, il padre ha già deciso di vendere l’auto immediatamente per incassare una somma da investire in un piccolo B&B, con cui sistemarsi per gli anni a venire.

Per Delia presentarsi in paese con l’auto vinta è un modo per riscattare un’adolescenza fatta di dignità e sacrifici. Per il padre la vendita ha lo stesso significato, amplificato da anni di stenti.

Ma non è il solo conflitto a cui assisteremo nella lunga giornata di riprese. I proprietari della bevanda, che risparmiano sulla pubblicità, facendola fare ai vincitori, invece che a degli attori, pretendono di intervenire col regista, imponendogli di alterare il colore della loro bevanda, di girare in uno spazio diverso, di mostrare meglio e più a lungo gli attori che bevono.

Nel frattempo si avvicina il tramonto e bisogna portare a casa lo spot e decidere cosa fare dell’auto vinta: riuscirà il padre a convincere Delia?

The Happiest Girl in the World prende il suo titolo da una delle frasi della pubblicità che Delia sta girando, ma non c’è alcuna felicità nella sua giornata. Solo umiliazione, senso di colpa, frustrazione, che bisogna celare dietro il sorriso che la macchina da presa pretende da lei.

Il film di Jude rivela subito un talento maturo, perfettamente consapevole, che usa le unità di spazio, tempo e azione con grande maestria e sia pure con mezzi evidentemente limitati, riesce a costruire un ritratto adolescenziale profondamente originale, amaro, in cui sono le sfumature a raccontare.

Il suo sguardo è sempre alla giusta distanza da Delia e dagli altri personaggi, cercando di mostrare la sua protagonista all’interno di un contesto urbano e professionale che non è il suo, confusa dal rumore, dalle richieste degli altri, dalla necessità di fare la scelta giusta, per sè e per gli altri.

I suoi sogni di ragazza, anche orgogliosi e velleitari, sono smontati un pezzo alla volta dagli adulti che la circondano, finchè non comprende che l’unica cosa da fare è trattare una resa alle sue condizioni.

Jude riesce con pochissime scene a illuminare il microcosmo nel quale Delia si trova catapultata, dal regista assillato dalla committenza, alla troupe svogliata e poco professionale, dall’industriale invadente che si presenta a Delia dicendo di essere un filantropo, perchè gli piace aiutare le persone che hanno bisogno, come lei.

Sia pure all’interno di un canovaccio di minimalismo realista, The Happiest Girl in the World segnala immediatamente il talento del suo autore, ma non lascia immaginare che il suo lavoro avrebbe poi preso strade molto, molto differenti.

Everybody In Our Family ***

Il secondo film di Radu Jude prende spunto da un suo precedente cortometraggio intitolato Alexandra, realizzato nel 2007. Il protagonista è lo stesso, l’attore Serban Pavlu, che interpreta il ruolo di Marius, un dentista, padre divorziato.

Nel primo giorno delle sue vacanze estive va a prendere la figlia Sofia, a casa dell’ex moglie Otilia, per portarla al mare e trascorrere con lei il fine settimana, secondo gli accordi previsti dalla dolorosa separazione.

La sua auto è in panne e chiede in prestito al padre la sua. La visita ai genitori diventa subito motivo di tensioni, recriminazioni, litigi.

Quanto arriva a casa di Otilia, ci trova il nuovo compagno Aurel e la suocera Coca: i due gli comunicano che Sofia è tornata dalle vacanze con la madre con qualche linea di febbre.

La situazione degenera quando Aurel impedisce a Marius di uscire di casa con Sofia. I due vengono alle mani, poi torna Otilia e le cose prendono una piega drammatica e grottesca allo stesso tempo.

In un crescendo di incomprensioni, ostilità e violenze verbali e poi anche fisiche, Marius si mette veramente nei guai.

Il film di Jude si muove nel più tipico stile naturalistico della noul val rumena, camera a spalla, movimenti di macchina precisi, secchi, nervosi, due soli set reali e terribilmente angusti, dove i personaggi si muovo vorticosamente, fino a perdere completamente il senso delle proprie azioni, Everybody In Our Family è un ritratto doloroso e angosciante delle relazioni tra bambini e genitori divorziati.

Pieni di isteria, autocommiserazione, risentimento, sopraffazione: un teatro tragico in cui la piccola Sofia è testimone e spettatrice sempre più confusa.

Mano a mano che il film procede, il personaggio di Marius che all’inizio il film dipinge con tratti simpatetici, diventa sempre più violento e disturbante. Ma gli altri adulti non sono meno respingenti e negativi.

Ciascuno gioco un ruolo già scritto in commedia, dando il peggio di sè e appellandosi a leggi e giudizi, branditi come armi di sopraffazione piuttosto che come argine alla stessa.

Se il titolo infatti viene dal tentativo di Marius di spiegare a Sofia, di fronte ad un funerale gitano osservato dalla finestra, che “tutta la nostra famiglia andrà in Paradiso”, il film invece ci racconta una verità molto diversa, in cui non sembra esserci davvero innocenza.

Un po’ come accade in A porte chiuse di Sartre, i tre personaggi adulti si sono autoreclusi nell’appartamento per tormentarsi a vicenda, imprigionati nel rapporto che li lega.

Un normale interno piccolo borghese diventa così un inferno, da cui nessuno può più uscire e anche la fuga finale è solo temporanea e provvisoria: un tentativo puerile di negare le proprie responsabilità.

Come spesso accade, la piccola storia dei genitori di Sofia diventa specchio di un paese sull’orlo di una crisi di nervi, che è uscito dalla dittatura per scoprirsi ancora fragile, assediato da ansie economiche e sociali pressanti, a cui la ritrovata democrazia non sa dare risposte.

Mentre lo sguardo della piccola Sofia sembra quasi interrogarci, sempre più incredulo.

Aferim! **1/2

Con Aferim!, selezionato in concorso alla Berlinale e candidato dalla Romania all’Oscar per il miglior film straniero nel 2015, Jude sembra allontanarsi radicalmente dai suoi primi film e dal contesto contemporaneo e realista, all’interno di cui si muovevano.

Nella Valachia del 1835 un esattore, Costandin, e il figlio, suo attendente, sono sulle tracce di uno schiavo zingaro, Carfin, accusato di essere fuggito dal suo padrone dopo aver rubato del denaro.

I due attraversano valli e altipiani, foreste e pianure, alla ricerca del fuggitivo che si nasconde nella soffitta di un contadino. Quando lo acciuffano gli chiudono i piedi in una morsa lo caricano sul loro cavallo e lo riportano indietro, assieme ad un ragazzino, venduto poi al mercato per pochi e miseri denari.

Il lungo viaggio è un modo per fare i conti con le origini del Paese, con le radici della discriminazione contro i rom, con l’avversione verso gli ottomani e con un quadro antropologico complesso, che spesso sfugge alla nostra comprensione.

Padre e figlio discutono con Carfin delle cose ordinarie della vita, del vero motivo per cui è fuggito, della punizione giusta che dovrebbe meritare.

Ma ogni cosa svanisce quando Costandin consegna lo schiavo al suo signore, che gli riserva la più atroce delle punizioni, sotto gli occhi della moglie, la Sultana, che lo implora di perdonarli.

Aferim! – che significa bravo! – è un grande affresco storico in forma di western, immerso in un formato panoramico che il bianco e nero esalta nelle sue forme e nelle sue sfumature e che Jude utilizza in modo controintuitivo, negandogli solennità e respiro, a favore di un viaggio picaresco a dorso di cavallo, pieno di parole, battute, racconti, proverbi, che finisce per restituire tutta la complessità di una storia lontana e di tempi crudeli.

La giustizia è un affare privato, comprato e venduto, lasciato poi alla vendetta della vittima.

Il padrone è irascibile e violento, assente, ma capace di perpetuale il suo giogo patriarcale su tutti coloro che abitano la sua magione: la moglie, rinchiusa in soffitta e picchiata senza pietà, gli schiavi, ridotti a bestie feroci, delatrici e servizievoli.

E’ un mondo oscuro quello che racconta Jude, in cui i due protagonisti sono semplici esecutori di volontà altrui, strumenti di un piano diverso, che non conoscono e che si limitano ad attraversare col loro cavallo.

Tuttavia nel film che ha rivelato il talento di Radu Jude, Orso d’argento per la miglior regia alla Berlinale del 2015, non tutto funziona come dovrebbe e lo stile sovraccarico di simboli e suggestioni confonde talvolta la limpidezza del messaggio.

Scarred Hearts **1/2

Il nuovo lavoro di Jude è tratto dai libri di Max Blecher, poeta e scrittore romeno, vissuto all’inizio del Novecento, gravemente malato di tubercolosi ossea che ha trascorso la sua vita adulta passando di sanatorio in sanatorio, per lo più disteso a letto, prima della morte prematura a 29 anni.

1937. Il protagonista di Scarred Hearts si chiama Emanuel ha vent’anni e ha dovuto abbandonare gli studi. Il padre commerciante lo accompagna in una clinica sul Mar Nero, dove un medico si accorge con gli scarni mezzi disponibili di una malattia degenerativa che lo porterà ad una lenta consunzione.

L’ambiente dell’ospedale è un po’ come un Grand Hotel: pieno di giovani ugualmente malati, ma dallo spirito brillante, affamati di vita. Gli infermieri, approssimativi e brutali nei loro trattamenti, mentre i medici sono sempre rassicuranti, bonari, ottimisti e consapevoli dei loro limiti.

I colori asettici e il bianco lucido che di solito associamo alle cliniche di oggi, è ancora lontano a venire: qui tutto è colorato di azzurro, i pavimenti sono a scacchi, le sale operatorie assomigliano a laboratori di falegnameria: amputazioni, ingessature, salassi si ripetono spesso senza anestesia, con brutalità che il film non nasconde.

I giovani pazienti però non rinunciano a festeggiare, a fare l’amore, a ubriacarsi, a litigare, pur consapevoli del senso incombente della fine, che anzi li porta a bruciare i loro giorni in modo ancor più forte. Emanuel è diviso tra Solange, una paziente ormai guarita, che vive in città e che è restia all’idea di legarsi a qualcuno e Isa, che è prima costretta a letto, quindi, con una gamba ingessata, può godere di maggiore libertà, ma torna sempre in sanatorio a trovare gli altri lungodegenti.

Jude sceglie per il suo film il formato stretto 1,33:1 con i bordi stondati, quello in voga al tempo della sua storia e lo intervalla con cartelli bianchi su sfondo nero, come in un film muto, che riportano le riflessioni del protagonista, i suoi appunti, le sue volontà.

I movimenti di macchina sono pressochè banditi. Ogni scena è costruita con movimenti interni al quadro, spesso con una visione frontale degli eventi, con una costruzione dell’immagine ricercata e felice, quasi a rappresentare un correlativo oggettivo dell’immobilità di Emanuel.

Scarred Hearts è costruito così per quadri, sorta di tableaux vivant, che richiamano il Mantegna del Cristo morto o i medici di Rembrandt, scene autosufficienti spesso intervallate dai cartelli, in un montaggio minimo, essenziale, ma non meno significante.

La ricostruzione d’epoca è fedele, impeccabile, capace di restituire il sapore di un tempo passato, ma ancora vitale, tuttavia consapevole degli istinti di morte, che avrebbero attraversato il continente europeo e la stessa Romania pochi anni dopo, con il dilagare dell’infezione nazista.

Fanno capolino i manifesti della Garbo, le parole di Checov, lo stesso mito del Titanic, in una rappresentazione controllatissima e colta, che tuttavia non è mai fine a se stessa.

Quello che resta alla fine è una lapide tra le tante, in un piccolo cimitero ebraico.

I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians ***

Immagini di repertorio mostrano la presa di Bucarest da parte delle truppe tedesche e la fine del regime bolscevico e la sostituzione della stella rossa con il tricolore rumeno sul palazzi del potere.

Poi l’attrice protagonista si presenta: sono Ioana Iacob e interpreto la regista Marina Marin. Si batte il primo ciak, il film comincia.

Siamo all’interno del museo storico di Bucarest, tra manichini in divisa e un campionario infinito di armi, fucili, baionette.

La regista ha proposto alla municipalità di mettere in scena una grande rappresentazione nella piazza di fronte al Palazzo Reale del massacro di Odessa, che nell’ottobre del 1941 portò allo sterminio di massa della popolazione ebraica, come rappresaglia ad un attentato alle forze dell’asse.

E’ una delle pagine rimosse e controverse della storia rumena: il maresciallo Antonescu, capo delle forze armate rumene, alleate con il regime nazista, fu il più solerte sostenitore della soluzione finale, un criminale di guerra, persino più feroce e determinato nel suo antisemitismo.

Ma gli altro quarant’anni di cortina di ferro lo hanno trasformato in un patriota, celebrato con film agiografici, in funzione anticomunista.

La regista invece ha studiato a lungo la storia del Fronte Orientale e il ruolo del proprio paese nelle atrocità commesse contro ebrei e rom e cerca di rappresentare in modo veritiero quello che è accaduto a Odessa.

Marina seleziona le comparse, istruisce gli attori, litiga con il suo amante, un pilota di linea che l’ha messa incinta, ma ha un’altra famiglia e non ne vuole sapere di un altro bambino.

Ma il vero conflitto è con il funzionario del comune che, scoperte le intenzioni dello spettacolo, cerca in ogni modo di evitare che si trasformi in un occasione di imbarazzo per la municipalità.

In due lunghissime conversazioni, i due si confrontano in modo aspro e diretto sulle responsabilità di Antonescu, sul valore della rappresentazione, sulla stessa idea di impegno civile, di fedeltà alla storia, sulla funzione catartica della messa in scena, sui suoi limiti.

“Perchè non facciamo qualcosa che consoli il pubblico, che lo conforti?” chiede il funzionario a Marina, “perchè dobbiamo spararci in un piede?”.

Radu con lo stesso coraggio della sua protagonista, non fa sconti a nessuno, ai politici di oggi e a quelli di ieri, al ruolo del proprio paese e all’antisemitismo che ancora serpeggia nella popolazione.

Torna il razzismo esplicito contro i rom, gli tzigani, a cui le comparse non vogliono mischiarsi.

Il suo film, che prende il titolo da una frase di Antonescu, proprio relativa al Massacro di Odessa, è il racconto bruciante di una sconfitta.

La sconfitta di Marina, che alla fine testardamente metterà in scena il suo lavoro senza mediazioni, ma scoprirà quanto il pregiudizio sia ancora così radicato da rendere ciechi i suoi spettatori, privi della minima empatia verso le vere vittime: “Hanno applaudito quando gli ebrei bruciavano” dice Marina scioccata al suo attore protagonista, ancora nei panni di Antonescu, dietro le quinte.

E la sconfitta di un intero Paese, incapace di fare i conti con la storia tragica del suo Novecento senza autoassolversi. Come dice uno dei personaggi del film, “quando pensiamo ai crimini comunisti, ci pensiamo come le vittime, non i colpevoli, non gli esecutori.  Ma quando pensiamo ai 380.000 ebrei mandati a morire nei campi o bruciati e impiccati per le strade, non riusciamo a vederci come vittime. Siamo noi i carnefici, gli esecutori”.

Per Marina l’idea di mettere sulla stessa bilancia i crimini dei due regimi banalizza il confronto, lo rende triviale. Occorre invece raccontare l’uno e l’altro.

Il lavoro di Radu Jude è un pamphlet coraggioso e appassionato, nel quale il regista mette in scena il suo travaglio d’artista, mediato dall’alter ego di Marina, costruendo così una doppia cornice narrativa, una rappresentazione all’interno di un’altra rappresentazione, che si fa esplicita e che si chiude quando una voce fuori campo richiama l’attenzione di Ioana, tornata attrice, alla fine di tutto.

Uppercase Print **1/2

L’ultimo film di Jude prima di Bad Luck Banging or Loony Porn è un documentario costruito a partire da due lunghi dossier della polizia politica della Securitate, “Pannello” e “Studente”.

Nella città di Botosani, in Moldovia, una mattina di settembre del 1981 compaiono pannelli e scritte con gesso blu “Vogliamo giustizia e libertà” “Nella Polonia amica i lavoratori hanno ottenuto la libertà” “Non possiamo più sopportare la miseria di questo paese”.

Cominciano le indagini per scoprire i responsabili, vengono fatte indagini forensi, vengono redatti profili psicologici, viene disposta al sorveglianza nei quartieri.

Quando dopo poche settimane, uno studente di seconda liceo Mugur I.Calinescu, viene colto il flagranza, la sua famiglia è intercettata, i suoi amici reclutati come informatori.

Si scopre che si è ispirato ai messaggi che viaggiano nell’etere: attraverso Radio Europa Libera i dissidenti dalla Germania Ovest fanno arrivare messaggi sovversivi contro il regime di Ceausescu.

Il consiglio di classe lo processa per rieducarlo. E sembra quasi riuscirci: Mugur diventa uno studente modello, i suoi voti si alzano, partecipa alle riunioni dei giovani comunisti.

Muore però misteriosamente a vent’anni, nel 1985. Secondo alcuni per i trattamenti ricevuti nei quotidiani appuntamenti con la polizia politica.

Resta l’amarezza in una nota del 27 novembre 1981: I miei amici mi hanno tradito, non mi fiderò mai di nessuno.

Radu Jude mette in scena in un contesto teatrale straniante, con scenografie stilizzate e recitazione antinarrativa, i lunghi verbali di polizia. Si alternano le voci dei poliziotti, degli informatori, dei genitori di Mugur, dei professori.

Il montaggio alterna queste scene con le immagini dei servizi televisivi dell’epoca: Ceausescu che premia le industrie nazionali, la produzione dei nuovi frigoriferi e delle auto della Dacia, improbabili ricette di cucina, mentre il popolo muore di fame, servizi sul valore dell’esercizio fisico, l’introduzione di una nuova legge che proibisce l’uso dei clacson in città, l’allevamento di polli, le corse campestri e poi tanto varietà, canzoni, tenori, musica pop.

Nella forza del montaggio Jude costruisce un racconto singolare, disturbante ed esemplare di una condizione soffocante di conformismo, sospetti, controllo. La ribellione è inconcepibile, ridotta ad una scritta sul muro, di un singolo spirito libero, subito ridotto al silenzio.

Solo ancora ‘le vite degli altri‘ che passano al microscopio della burocrazia politica e poliziesca.

Mentre la vita immaginaria continua sugli schermi televisivi, rassicuranti, spensierati, bonari e il padre della patria, Nicolae Ceausescu, veglia sul destino di tutti: finirà fucilato dall’esercito, il giorno di Natale del 1989, assieme alla moglie Elena, all’apice della Rivoluzione Romena.

Ma questa è un’altra storia che il cinema rumeno ha già raccontato nel mirabile The autobiography of Nicolae Ceausescu di Andrei Ujica, colpevolmente inedito nel nostro paese.

Circostanza comune a tutti i film di Radu Jude, che abbiamo cercato di raccontarvi e che non hanno mai trovato una distribuzione vera in Italia.

Qui potete leggere la nostra recensione del suo ultimo film, Bad Luck Banging or Loony Porn.

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