Dopo il discreto e autobiografico Magari, Ginevra Elkann ci riprova con questa sgangherata opera seconda, che strizza l’occhio al peggiore Virzì di Siccità, superandolo in confusione e velleità autoriali.
In una Roma invernale immersa in una luce gialla che segnala inconsuete temperature tropicali, diverse storie si intrecciano. C’è Gianna, che cerca di vendicarsi della ex pornostar Pupa, una Cicciolina in sedicesimo, che le aveva rubato il marito molti anni prima.
C’è il sacerdote americano e eroinomane Bill, che deve trovare una sepoltura all’urna della madre, trasportata dalla sorella a Roma.
C’è l’alcolizzata Caterina, che vuole festeggiare il compleanno del figlio nonostante i severi accordi di divorzio che la vorrebbero ormai lontana dalla sua famiglia.
C’è infine la bulimica Mila, figlia di Gianna, che accudisce l’anziana Maria Antonietta e sogna di fuggire con un rider che le consegna il cibo.
Ciascuno vive una situazione di grave dipendenza e non riesce a trovare pace ai propri più reconditi desideri.
Umanità infelice e afflitta quella che ci racconta Elkann, solo che a parte qualche sapida scena che sta in piedi grazie al talento degli attori coinvolti (Valeria Bruni Tedeschi, Valeria Golino, Jack Huston, Greta Scacchi) il resto è un disastro di proporzioni apocalittiche, come quello che attende tutti i personaggi in una Roma che pure assomiglia a quella di Adagio di Sollima, altro film sbandato di questa stagione.
Le quattro storie diverse che si alternano nel montaggio non raggiungono mai la soglia minima d’interesse, il grottesco rimane ai margini di una cifra autoriale che vorrebbe trovare leggerezza e invece affonda nella noia. Quell’atmosfera fosca e lattiginosa che avvolge tutto sembra il correlativo oggettivo della poca chiarezza di chi ha scritto questo lavoro.
La metafora resta greve, le situazioni ridicole, i personaggi inutilmente estremi. Ma la cosa più grave è che del destino di Gianna e Pupa di Mila o Caterina non ci importa nulla. E il film rimane impantanato nel racconto affannoso di questa umanità danneggiata, senza riuscire a dire nulla nè sulle loro dipendenze nè sui loro desideri, nè sul mondo che tutti abitano in modo così infelice.
Non basta il talento coinvolto, non solo davanti alla macchina da presa, ma anche alle sue spalle. Questa volta la direzione è incerta, confusa, senza una sola idea chiara a sostenere i 100 minuti infiniti di questo apologo.
Disastroso.

