Il quinto film dello spagnolo Juan Antonio Bayona racconta nuovamente la tragedia dell’aereo che trasportava a Santiago del Cile per giocare una partita la squadra di rugby dell’Old Christians Club di Montevideo.
Probabilmente per un errore di rotta o per calcoli sbagliati sulla velocità, l’aereo virò proprio in mezzo alla Cordigliera e non in prossimità del passo indicato e cadde rovinosamente sulle Ande, spezzandosi in due, il 13 ottobre 1972.
Nello schianto morirono 12 persone, ma il numero delle vittime salì a 29 durante i lunghissimi giorni in cui i sopravvissuti furono investiti da una valanga e in cui, finendo il cibo, furono costretti a nutrirsi dei cadaveri dei compagni di squadra.
I ragazzi resistettero oltre 70 giorni: il 12 dicembre una spedizione verso ovest raggiunse finalmente il Cile, dando l’allarme e consentendo agli elicotteri di soccorso di rintracciare e salvare gli altri superstiti, a quel punto ridottisi solo a 16 dei 33 iniziali.
Il film è raccontato dal punto di vista di Numa Turcatti, uno studente di legge, che si rifiutò di nutrirsi fino a morire d’inedia lasciando agli altri il suo corpo, perchè potessero sopravvivere.
Tratto da La sociedad de la nieve di Pablo Vierci, che conoscendo i ragazzi della squadra scrisse un resoconto di quei tragici giorni, raccogliendo le testimonianze dei sedici superstiti, il film prodotto da Netflix funziona bene soprattutto nella parte iniziale della spensierata preparazione del viaggio e poi nella formidabile messa in scena dell’incidente, che mostra il montare della tensione all’interno del velivolo e lo schianto contro una vetta.
Poi il film segue sostanzialmente il suo binario segnato, tra gli espedienti per combattere il freddo della notte, quelli per sottrarsi alla valanga che colpì quello che restava della cabina dentro a cui i sopravvissuti si riparavano e la scelta obbligata di cercare la sopravvivenza cibandosi dei resti dei loro compagni deceduti.
Qui si inserisce il martirio di Turcatti, il più lucido nel cercare una soluzione per uscire da una situazione disperata, ma testardo nel rifiutare di alimentarsi, probabilmente anche per motivi religiosi.
Il film diventa quindi un’odissea di sopravvivenza non distante da Alive di Frank Marshall che nel 1993 aveva già raccontato questa storia per la seconda volta dopo I sopravvissuti delle Ande girato da René Cardona pochi anni dopo l’incidente nel 1976.
Tra i molti riferimenti che il cinema ha fatto alla tragedia buon ultimo nella serie Yellowjackets, quello più completo è probabilmente Stranded: I Have Come from a Plane That Crashed on the Mountains (2007) di Gonzalo Arijón.
Il film di Bayona è una trasposizione appassionante per chi non conosce la storia e sufficientemente spettacolare, tuttavia rimane un racconto che non osa nulla, limitandosi ad un’impaginazione drammatica competente e riuscita.
Perchè il regista spagnolo ha scelto di raccontare ancora una volta questa storia? Il suo The Impossible era già una storia di resilienza di fronte ad una sciagura naturale devastante, così come certamente lo è il suo episodio di Jurassic World, ma questo La società della neve non pare voler aggiungere nuovi argomenti.


