Black Adam

Black Adam **1/2

2600 a.C. nella città mediorientale di Kahndaq, il Re ha schiavizzato la popolazione per ricercare in un’enorme miniera la pietra magica dell’eternium, con cui ha forgiato la sua corona.

Quando un bambino si ribella all’oppressione, gli antichi maghi lo salvano dalla vendetta del Re e lo trasformano nel Campione di Kahndaq, capace di spezzare la tirannia.

Quasi cinque millenni dopo la città è occupata dagli americani ed è sotto il gioco dell’associazione criminale Intergang, che ancora sfrutta i giacimenti di eternium ed è alla ricerca della corona magica dell’antico Re.

Adrianna, una professoressa di storia, ha finalmente individuato dove si nasconde la corona e vuole trafugarla e gettarla nella profondità degli abissi, per evitare che cada nelle mani sbagliate.

Con il fratello nerd e il militante della resistenza Ishmael si avventura all’interno di una grotta: sulle sue tracce c’è però l’Intergang con tutta la sua potenza militare.

Per salvarsi, Adrianna evoca il Campione di Kahndaq, liberando Teth Adam, imprigionato dai Maghi cinquemila anni prima.

Adam si rivela un’invincibile macchina di morte. Devasta le forze dell’Intergang e resiste anche all’arrivo della Justice Society, che Amanda Waller invia in Egitto per contenere la situazione: guidati da Carter Hall/Hawkman ci sono Atom Smasher, capace di crescere sino a 100 volte, Cyclone, capace di controllare il vento e il suono e Kent/Doctor Fate, un mago capace di vedere il futuro grazie all’Helmet of Fate.

Nemmeno loro riesco a contenere la furia di Teth Adam, ma grazie a Adrianna e al figlio Amon, le due parti raggiungono una tregua momentanea.

Ma Ishmael, creduto morto, è in realtà una quinta colonna dell’Intergang: ultimo discendente del Re sconfitto di Kahndaq brama la corona di equilibrium, per trasformarsi nel demone Sabbac.

Il film diretto dal catalano Jaume Collet-Serra, già partner dei migliori action di Liam Neeson, poggia interamente sulle spalle del suo protagonista, Dwayne Johnson, deus ex machina dell’intera operazione, fin da quando fu contattato per interpretare Shazam.

Quando la sua scelta è invece caduta sul villain Black Adam, la Warner ha deciso di sdoppiare i due film, lasciando a Johnson lo spazio necessario per costruire il suo personaggio.

Ingaggiato Adam Sztykiel (Parto col folle, Rampage) per il primo draft del copione, poi riscritto da Rory Haines e Sohrab Noshirvani, Johnson ha scelto Collet-Serra dopo aver lavorato con lui in Jungle Cruise. Il resto lo ha fatto il covid, rinviando le riprese di un paio d’anni.

E se il copione è piuttosto ordinario, soprattutto nella definizione dei personaggi della Justice Society e nel villain Ishmael, è soprattutto la continua necessità di spiegare ogni svolta e ogni sentimento in modo esplicito che appesantisce questo come quasi tutti i cine-comics, che paiono rivolgersi sempre a spettatori con gravi deficit d’attenzione.

Il film tuttavia sembra aver fatto tesoro dell’ultimo decennio dei film DC, restando fedele alla messa in scena magniloquente ed epica di Zack Snyder, ibridandola con le riflessioni sul ruolo degli eroi e sul racconto delle due città che innervavano la trilogia del Cavaliere Oscuro, senza mai dimenticare il necessario alleggerimento ironico, come nel film gemello Shazam! 

Il risultato di questo film-frankenstein mi pare funzioni egregiamente  e si adatti come un abito su misura alla dimensione antieroica del personaggio così come alle ambizioni del suo attore, capace di costruirsi negli ultimi vent’anni una carriera hollywoodiana di tutto rispetto.

L’equivoco sul suo ruolo nell’antica rivolta di Kahndaq consente al film una svolta interessante e mette in crisi quella dimensione salvifica e superomistica, che tutta la letteratura di genere – in verità soprattutto quella Marvel – ha alimentato.

Teth Adam si risveglia in una città ancora schiava e divisa, osserva l’enorme statua eretta al Campione di Kahndaq con sentimenti ambivalenti e diventa un simbolo di rivolta e di riscatto. Tuttavia rifiuta il ruolo dell’eroe, arrivando a distruggere significativamente l’antico trono del Re. Il film rappresenta per lui la ricerca di un posto nel (nuovo) mondo.

La ricerca identitaria del suo protagonista si accompagna inevitabilmente a una dimensione esplicitamente politica: in Black Adam chi è davvero l’eroe e chi il villain? Chi controlla la narrazione e le informazioni?

Nel film la Justice Society paragona Teth Adam ad un’arma di distruzione di massa, il centro di detenzione subacqueo in cui viene momentaneamente rinchiuso assomiglia a quei black site della CIA, usati durante la War on Terror.

Non c’è nessuna simpatia per l’occupazione imperialista, rappresentata dai check point americani, così come per l’arrivo della Justice Society, a far opera di polizia internazionale, seguendo ordini mai messi in discussione.

Il film ha un animo anticolonialista piuttosto evidente che fa del personaggio di Black Adam una sorta di involontario tribuno della plebe, un outsider ribelle, antisociale, che non si piega ai soprusi del potere e che ne rigetta la seduzione.

Certo Johnson lo interpreta con ieraticità statuaria e chi non vuole abbatterlo si limita a idolatrarlo. La dimensione umana e terrena dell’eroe è fuori discussione in questo caso.

Volendo quindi suggerire una possibile identificazione, per gran parte del film  i co-protagonisti sono proprio Adrianna e il figlio adolescente Amon, animati da uno spirito resistente piuttosto esplicito.

Curioso, ma fino ad un certo punto, che durante lo scontro tra Teth Adam e Hawkman, i due distruggano sistematicamente le immagini degli altri eroi della DC, che tappezzavano la stanza di Amon.

Il film funziona egregiamente da punto di vista dello spettacolo d’azione, calato nella luce calda di una città mediorientale, lontana dal contesto prevalentemente urbano in cui solitamente si muovo i supereroi.  Collet-Serra utilizza, come detto, molti degli elementi tipici del cinema snyderiano, dagli slow motion all’accelerazione soggettiva del tempo, immergendo le scene di pura azione in una dimensione esagerata e superomistica, come si addice ai poteri fuori scala del suo personaggio.

Il film si mantiene entro le due ore e non è poco, anche se la coda finale, pur necessaria, sembra un appendice un po’ scollata dal resto.

Lo spettacolo è assicurato ed anche se il film è tutt’altro che timido nella messa in scena della violenza, spesso volutamente scorretta e brutale, la credibilità del suo protagonista sembra salvarlo da ogni eccesso.

Una doppia citazione del Leone di Il buono il brutto e il cattivo è tanto efficace, quanto isolata nel contesto di un film, che non si nutre di strizzate d’occhio e ironia postmoderna.

Molti critici americani, probabilmente assuefatti alle idiozie Marvel alla Love & Thunder, hanno storto il naso di fronte ad un film a cui “manca il senso dell’umorismo”.

Il resto lo dirà, naturalmente, il box office.

Dal 20 ottobre in sala.

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