Jungle Cruise

Jungle Cruise **

Tratto come i Pirati dei Caraibi da un’attrazione dei parchi giochi della Disney, Jungle Cruise diventa nelle mani del catalano Jaumet Collet-Serra, noto soprattutto per aver girato i migliori action con Liam Neeson, da Unkown a L’uomo del treno, diventa un’avventura scanzonata che cita affettuosamente il cinema di Steven Spielberg.

Il film si apre con un doppio prologo, in cui ci sono le premesse teoriche di quello che vedremo nelle due ore successive.

A Londra nel 1916 la biologa Lily Houghton, per bocca di suo fratello MacGregor cercano di convincere la Royal Society a finanziare una spedizione lungo il Rio delle Amazzoni, alla ricerca dei petali di albero sacro, le “lacrime della luna”, che avrebbero potenti effetti taumaturgici.

Mentre il fratello intrattiene inutilmente un uditorio di parrucconi prevenuti, Lily, che non è ammessa a parlare in un’istituzione interamente maschile, ruba dagli archivi una punta di lancia che dovrebbe indicare il cammino verso l’albero della vita, soffiandola ad un odioso principe tedesco, Joaquim, che vuole il petalo per vivere in eterno e rovesciare le sorti della Prima Guerra Mondiale.

Parallelamente sul Rio delle Amazzoni, lo skipper Frank accompagna sulla sua imbarcazione squinternata i turisti in un tour guidato in cui tutto è falso e messo in scena per la meraviglia dei suoi ospiti.

Il film mostra subito le due dimensioni all’interno del quale si muoverà: l’omaggio, vicino al plagio, in alcuni momenti, della logica da commedia slapstick e sofistica dei film di Indiana Jones, e la consapevolezza postmoderna del gioco e della finzione, spinta sino al limite della tecnologia esistente.

I tre protagonisti convergeranno subito quando Lily e McGregor si imbarcano sul vascello di Frank, sfuggendo ai siluri del sottomarino del principe Joaquim.

Qui le suggestioni spielberghiane, soprattutto da Il tempo maledetto, convivono con i duetti che strizzano l’occhio a La regina d’Africa e finiscono per arrivare sino alla magia un po’ cialtrona dei Pirati dei Caraibi, con maledizioni, trucchi, fantasmi e altre diavolerie: il cerchio è completo, da un’attrazione Disney all’altra.

Jungle Cruise è godibile, disneyano nella sua dimensione più autentica, ovvero familiare e funzionerebbe ancora meglio sul grande schermo, rispetto a Disney+ su cui ha debuttato in contemporanea.

Restano due i limiti maggiori: la sceneggiatura scritta da un numero imbarazzante di mani, comprese quelle di Michael Green (Logan, Blade Runner 2049, Assassinio sull’Orient-Express) e Ficarra & Requa (Babbo Bastardo, Colpo di fulmine – Il mago della truffa, Focus, This is Us), che si dilunga in una parte centrale troppo lunga e pasticciata, forse anche per colpa di Collet-Serra che non riesce a mantenere il ritmo indiavolato dell’inizio e soprattutto i due interpreti tra cui non sembra mai esserci davvero quella sintonia, necessaria a far scattare le regole d’ingaggio della screwball comedy.

The Rock soprattutto è sempre costantemente fuori tono, più a suo agio con il ghepardo Proxima in cgi, che con la Blunt.

Il film limita allo spazio angusto della barca la sua fisicità esplosiva e gli manca la faccia da schiaffi dei campioni della commedia sofisticata o anche solo lo sguardo dolente di Bogart o il sorriso malandrino di Harrison Ford.

La Blunt fa quello che può, dovendo trascinare il film quasi interamente sulle sue spalle, ma anche lei resta algida fino in fondo, più di quanto sia necessario.

Alla fine, nonostante l’inizio decisamente promettente, la sensazione che lascia questo Jungle Cruise è quella di uno spettacolo un po’ irrisolto.

Funzionerà lo stesso?

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