Ti mangio il cuore

Ti mangio il cuore **

Tre famiglie nel Gargano rurale degli anni ’60. Quando i Camporeale trucidano i Malatesta, dandoli in pasto ai maiali, lasciano in vita il piccolo Michele, nascostosi nella stalla.

Cinquant’anni dopo Michele ha vendicato l’onore della famiglia ed è uno dei signori del Paese. La sua famiglia è piccola, ma forte: assieme ai Montanari e ai Camporeale si contende il privilegio di portare in processione la Madonna.

Il suo rivale, Santo Camporeale, è costretto a vivere in clandestinità. La loro famiglia è guidata dai fratelli e dalla moglie Marilena.

Quando Andrea, il figlio di Michele, si innamora perdutamente di Marilena, le cose precipitano rapidamente. Non basta la mediazione dell’anziano boss dei Montanari a riparare l’affronto.

Santo uccide Michele, Andrea promette vendetta, trucidando ad uno ad uno tutti i Camporeale, trasformandosi da timido erede in capo spietato e assetato di sangue.

Ispirato alla storia della prima pentita nella mafia del Gargano, il film di Pippo Mezzapesa, girato da Michele D’Attanasio in un bianco e nero sporco e contrastato che sembra voler inghiottire nell’oscurità tutti i suoi personaggi, assomiglia ad un fumetto pulp, che racconta la spirale della vendetta, senza mai prendersi troppo sul serio, nonostante il sangue, i tradimenti, la retorica familiare e quella mafiosa.

Non ci sono zone grigie in questo film, sia visive, sia metaforiche. Tutto è estremo: bianco o nero.

Il film segna l’esordio di Elodie nel cinema, nei panni di Marilena: in un film costantemente sopra le righe la sua è una presenza che non passa inosservata e intelligentemente evita di rendere ancora più caricaturale la sua interpretazione. Mezzapesa ne sfrutta la fisicità prorompente e sinuosa e lo sguardo severo, incorniciato questa volta da un rovo di capelli neri.

Michele Placido si ritaglia il ruolo mefistofelico del capo dei Montanari, mentre a Tommaso Ragno resta quello ombroso di Michele Malatesta.

Una menzione a parte merita Lidia Vitale, nel ruolo di Teresa, la moglie di Michele Malatesta che Marilena chiama “l’albero del veleno”: è forse l’unica a credere davvero a questo film, aggiungendo mezzi toni e sfumature necessarie.

Le musiche di Theo Teardo e il montaggio di Giogiò Franchini firmano il contributo della Indigo alla produzione.

Nonostante il film sia tratto da un libro inchiesta di Carlo Bonini e Giuliano Foschini, Mezzapesa lo gira come una pubblicità di Dolce e Gabbana, utilizzando lo stereotipo di un certo meridione arcaico, patriarcale e ottuso come unico registro di un film che sfiora sempre il grottesco e il ridicolo involontario.

Se lo si prende per quello che è, ovvero un b-movie sanguinario in due colori e non un film di denuncia, allora può anche sembrare divertente.

 

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