Gli spiriti dell’isola

Gli spiriti dell’isola ***1/2

Il nuovo straordinario film del commediografo, sceneggiatore e regista Martin McDonagh è ambiento in una piccola isola irlandese ad un passo dalla costa, nel corso dell’aprile 1923, quando in terraferma si combatte ancor ala guerra civile tra unionisti e cattolici dell’IRA.

Qui vive un uomo semplice, Padraic. Lo seguiamo mentre attraversa i campi e i sentieri che separano la casa dove vive con la sorella Siobhan, da quella del suo migliore amico, Colm.

Bussa alla sua porta rossa, attende invano una risposta, infine, vedendolo seduto all’interno, gli dà appuntamento al pub di Jonjo, dove sono soliti trascorrere i pomeriggi e le serate.

Quando Colm si presenta infine alla public house dice bruscamente a Padraic che non gli va più a genio e non ha intenzione di parlargli in futuro. Anzi, qualora lui continui a rivolgergli la parola, si taglierà un dito alla volta della mano sinistra, quella che gli serve per suonare l’amatissimo violino.

Non c’è un motivo speciale, un casus belli. Semplicemente il tempo della vita è poco e Colm preferisce trascorrerlo a comporre musica e pensare, cercando di lasciare una traccia del suo passaggio su questa terra ai posteri.

La futilità delle chiacchiere banali non fanno più parte della sua vita.

Scioccato e incapace di comprendere il comportamento dell’amico, Padraic non si dà pace. Si confronta con la sorella, che passa le sue giornate a leggere sognando di abbandonare l’isola, poi con Dominic, il figlio del poliziotto dell’isola, un sempliciotto che nasconde una vita di abusi. Chiede infine l’aiuto del parroco, ma nulla fa cambiare idea a Colm, che interpellato una volta di troppo, decide di mantenere la sua promessa: tagliatosi l’indice della mano sinistra, lo getta sulla porta della casa di Padraic.

Gli spiriti dell’isola è un film toccato dalla grazia. Il copione scritto da McDonagh, dopo il trionfo di Tre manifesti a Ebbing, Missouri è semplicemente perfetto, sempre in bilico tra commedia e dramma, ma senza mai mettere la sordina a nessuno dei due registri.

Si ride forte e di gusto, con questi burberi irlandesi dalla battuta sempre pronta, che non fanno altro che curare i propri animali, bere birra scura o whiskey e suonare il violino. La battuta sui furgoni del pane, con cui Padraic allontana dall’isola uno degli studenti di musica con cui Colm passa le sue serate, è un piccolo momento che non si dimentica.

Tuttavia la forza del racconto inesorabile di McDonagh sta nella dimensione metaforica che riesce ad evocare con pochissimi tratti decisivi. Le bombe e gli echi delle battaglie che si sentono in lontananza si scontrano con l’indifferenza degli isolani, che vivono pacificamente, separati dal conflitto. Eppure basta un silenzio ottuso, per trasformare gli uomini più pacifici e giusti in vendicatori spietati, ancora meno serve per diventare nemici per sempre e scatenare un conflitto irrisolvibile.

Nel frattempo ai più deboli non resta che scegliere da sé il proprio destino e chi può parte, lasciando sull’isola superstizioni, ignoranza e noia.

Affidandosi di nuovo ai due interpreti del suo esordio In Bruges, McDonagh costruisce un duello di caratteri che cresce continuamente di intensità. Quando inquadra Colin Farrell per la prima volta ci fa comprendere tutto del suo personaggio. Le sue sopracciglia corrucciate, sono più espressive di ogni dialogo. Lo stesso accade ai silenzi di Brendan Gleeson, ancora una volta monumentale e ieratico nei suoi insistiti silenzi, in un altro ruolo che vale una carriera.

Eppure, nonostante i due siano talmente bravi da incarnare con uno sguardo le rispettive parti, il film è pieno di parole, spesso capaci di parlare all’oggi. Come accade quando Colm cerca di spiegare a Padraic che della bontà degli uomini gentili non rimane nulla e che quello che resta dopo di noi, quello che ci rende uomini è la forza dell’arte, sentendosi rispondere con un’ode inconsapevole al semplice piacere di condividere un’amicizia.

I poliziotti, ora come allora, restano brutali e violenti e la cultura viene vista con sospetto e imbarazzo, dileggiata in stranezza.

Gli spiriti dell’isola è un film magnifico, palpitante, di intelligenza sottile e formidabile umorismo. Il paesaggio sprezzante e immerso nel blu del mare e nel verde della terra, continuamente attraversato dai personaggi, allontana la sensazione di una qualche teatralità.

Le musiche, che tanta parte hanno nel racconto, sono di Carter Burwell, che ha lavorato una vita coi fratelli Coen. La fotografia, capace di cogliere la luce meravigliosa e umorale dell’isola, è anche questa volta di Ben Davis.

McDonagh ha la forza di lasciare le conclusioni aperte, provvisorie come in ogni grande storia.

Eppure quanta amarezza resta addosso in quel finale sulla spiaggia, in cui i due uomini che si sono evitati e scontrati per tutto il film da amici fraterni, si ritrovano incapaci di trovare una soluzione o anche solo di immaginare la fine di una spirale che li avvolge come un’edera malefica.

Imperdibile.

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