Master Gardener

Master Gardener ***

Premiato con il Leone d’Oro alla carriera, Paul Schrader porta a Venezia il terzo capitolo di un’ideale nuova trilogia iniziata con First Reformed, proseguita con Il collezionista di carte e conclusa ora con una nuova variazione di un personaggio tipico del suo cinema: un uomo solitario, con un passato oscuro alle spalle, un maschera in volto e una serie di eventi che lo spingono a rompere il provvisorio equilibrio in cui ha imparato a vivere.

Il suo è un cinema spesso notturno, capace di addentrarsi nell’oscurità dell’animo umano, fino a toccarne corde inedite, tra orrore e malinconia. I suoi antieroi sono figli di una cultura del peccato e dell’espiazione, della colpa e della resurrezione, segnati da quella religiosità che il regista ha sempre vissuto con sentimenti contrastanti.

Il protagonista di questa storia è Narvel Roth, il capo giardiniere di Grecewood, un’antica magione, in cui è rimasta solo l’ultima erede, Norma Harvehill.

Narvel ha un passato di violenza e morte da cui è riuscito a sottrarsi, pagando il suo debito solo in parte.

A Gracewood ha trovato un posto per ricominciare da capo. Il rapporto con Mrs. Harvehill è complesso e irrisolto, ma la passione per le piante e gli alberi ha cominciato a riempire la sua vita e il suo diario, che la sera si trova a scrivere metodicamente.

Quando nella grande proprietà arriva Maya, la giovane ribelle pronipote di Norma, l’idillio silenzioso di Gracewood si rompe e si frantuma.

Schrader continua a fare lo stesso film, come il leader di un gruppo jazz, chiamato ad interpretare ogni sera lo stesso tema con nuove variazioni e improvvisazioni.

Questa volta il protagonista è un floricultore che è assai meno innocuo e sensibile di quanto sembri. E’ riuscito a ricostruirsi una vita, con il sacrificio totale di quella precedente. Il suo rapporto con la più matura Norma è ambiguo e padronale, ma questo non sembra davvero turbarlo. Le cose cambiano quando la giovane Maya viene a sconvolgere la vita placida di Gracewood, con la sua gioventù provocante, le sue amicizie improbabili e la sua impertinenza.

Ho creato io questa vita, l’ho riempita di regole, ora è venuto il momento di infrangerle” fa dire Schrader a Narvel nel suo diario. E’ lo stesso meccanismo che muove molti dei suoi personaggi.

Joel Edgerton è perfetto per interpretare la forza repressa del suo Narvel, parte di quel white trash neonazista di cui la provincia americana è sinistramente popolata. La Weaver è invece è un bel recupero in un ruolo che pare cucito su misura sulla sua alterigia nobiliare.

Più fragile e acerba invece Quintessa Swindell nel ruolo di Maya, che ritroveremo presto accanto a Dwayne Johnson in The Black Adam.

Anche questa volta è la forza travolgente di un sentimento amoroso confuso e incerto a spingere gli uomini del cinema di Schrader a prendere decisioni che muovo la macchina del destino verso conseguenze tragiche e imprevedibili.

Tuttavia in Master Gardener il regista riserva a Narvel un finale meno amaro e definitivo dei precedenti, un finale aperto, che sembra preludere ad una serenità riconquistata. E che chiude questa nuova trilogia su una nota maggiore.

Pacificato.

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