Venezia 2017. First Reformed

First Reformed ***

Paul Schrader ha sempre raccontato anime travagliate dal dolore e dall’ansia di comprendere il proprio posto nel mondo: lavoratori della notte, taxi driver, cat people, spacciatori e gigolò. Sin dalla tesi di laurea del 1972, Il trascendente nel cinema: Ozu, Bresson, Dreyer, i suoi film e quelli che ha scritto per altri hanno indagato le linee di frattura, morali e spirituali, del sogno americano.

Gli ultimi The Canyons e Cane mangia cane sembravano ritrovarlo sperduto e chiuso in un pessimismo senza uscita, lontano persino dal rigore calvinista della sua educazione.

Con questo controllatissimo First Reformed, Schrader sembra tornare invece alle origini della sua ispirazione. All’austerità feconda dei suoi amatissimi maestri e agli interrogativi di una spiritualità incapace di fare i conti con la colpa e con il compromesso. Il messaggio del vangelo si è perso del tutto, in rituali sempre più vuoti, in comunità ansiose solo di comode rassicurazioni.

L’ex cappellano militare Toller, devastato dalla perdita del figlio, che lui stesso aveva incoraggiato ad arruolarsi per combattere in Iraq, ha trovato rifugio in una piccola chiesa, la First Reformed, che sta per festeggiare i suoi 250 anni di vita. I suoi sermoni sono sempre più solitari. La comunità locale preferisce radunarsi nell’enorme e nuovo chiesa guidata dall’associazione Abundant Life.

La sua fede è turbata dalla distruzione della sua famiglia e dal senso di colpa: Toller resta sempre ‘nel giardino’, ovvero nel Getsemani. Il suo cristianesimo si alimenta nella sofferenza e nella disperazione. Quando una giovane parrocchiana, Mary, gli chiede di intercedere con il marito Micheal, un fervente ambientalista militante, deciso a porre fine alla gravidanza della moglie, incapace di sopportare il mondo che suo figlio erediterà, padre Toller si troverà di fronte a scelte sempre più radicali.

L’ossessione di Michael per le devastazioni ambientali ed ecologiche, il surriscaldamento globale e lo sfruttamento scriteriato di risorse sempre più scarse, diventerà pian piano per Toller un pensiero fisso sempre più forte, fino a spingerlo a decisioni estreme.

Schrader cura la messa in scena con un rigore ritrovato, lascia che sia la luce del giorno ad illuminare, spesso controluce, gli interni freddi della chiesa e delle case dei fedeli. Sceglie una composizione stretta dell’inquadratura, per lasciare all’espressività dei volti e dei corpi dei suoi attori il compito di articolare un contrasto sempre più irrisolvibile. Sono i dialoghi dei suoi personaggi e il diario di Toller a far emergere riflessioni di tutta una vita. Il protagonista non ha la forza di confessarsi a Dio, ma affida alle pagine di un quaderno le sue ansie più profonde.

Il film evita moralismi e sermoni, ha il sapore secco e pungente del whisky dozzinale, che Toller non smette di bere, nonostante i dolori e la malattia.

Il suo ‘diario di un curato di campagna’ è una lezione di stile, di messa in scena, a cui si perdona anche un volo impossibile, e che esalta persino un attore non particolarmente sottile, come Ethan Hawke, qui probabilmente nel ruolo migliore della sua carriera.

L’idea che il suo Paul ritrovi la Fede e la voce del Signore nell’attivismo per la tutela delle meraviglie del creato è politicamente scomoda e coraggiosa.

First Reformed sembra il distillato della disillusione e delle riflessioni di una vita, per Schrader, che ritrova una voce potente e lontana da ogni conformismo, scomoda e allucinata.

L’unico interrogativo lo lascia il finale aperto, nel quale, forse giustamente, ma con un’enfasi un po’ fuori luogo, finisce per trionfare, evangelicamente, proprio l’amore.

E’ una chiusura inattesa per uno dei grandi moralisti del cinema americano, che indica una strada, che illumina un destino.

Necessario.

Usa / 108’
lingua Inglese
cast: Ethan Hawke, Amanda Seyfried, Cedric Kyles, Victoria Hil,l
sceneggiatura Paul Schrader
fotografia Alexander Dynan
montaggio Benjamin Rodriguez, Jr.
scenografia Grace Yun
costumi Olga Mill
musica Nicci Kasper, Brian Williams
suono Michael McMenomy

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