Venezia 2017. Zama

Zama ***

Fuori concorso

Zama, ufficiale della Corona spagnola nato in Sud America, attende una lettera del re che gli conceda il trasferimento dalla città in cui è relegato a un posto migliore. La situazione è delicata: deve assicurarsi che niente sia d’ostacolo al trasferimento, per cui è costretto ad accettare docilmente ogni compito assegnatogli dai vari governatori che si alternano in città, mentre lui rimane sempre bloccato nello stesso posto. Gli anni passano e la lettera del re non arriva. Quando Zama capisce che tutto è perduto, si unisce a un gruppo di soldati all’inseguimento di un pericoloso bandito.

Per l’argentina Lucrecia Martel, Zama è il film della vita, un sogno durato quasi dieci anni, da La Mujer sin cabeza presentato a Cannes nel 2008, sino all’anteprima veneziana di questa sera.

Lontanissimo dai suoi primi film, capaci di indagare la borghesia argentina, i suoi conflitti rimossi, il suo razzismo latente, l’ipocrisia religiosa, Zama è invece l’adattamento di un romanzo del 1956 di Antonio Di Benedetto.

Diego de Zama è l’emissario della Corona spagnola in una sperduta colonia spagnola. Separato da molti anni dalla sua famiglia, ha avuto una figlia con una donna locale, ma sogna di ritornare in Europa, per riabbracciare i suoi cari.

Zama amministra la giustizia e si fa carico di riportare al Governatore e alla moglie del ministro delle finanze le richieste più importanti.

La sua è una vita di attese infinite, di un piccolo potere esercitato senza passione, di giornate infinite passate nell’ozio e in una febbrile solitudine.

Improvvisamente un vecchio amico, L’Orientale, un commerciante di liquori arriva sull’isola, ma è gravemente malato di colera e Zama non potrà fare molto per lui e per suo figlio.

Quando cambia il Governatore locale, il protagonista spera finalmente di ottenere quel lasciapassare per rientrare in patria. Ma le cose si mettono ancora peggio ed è costretto ad inseguire il leggendario criminale locale Vicuna, sprofondando sempre di più in un delirio febbrile.

Il film della Martel, illuminato magistralmente da Rui Pocas, fidato collaboratore di Miguel Gomes, si mantiene in equilibrio tra realtà e sogno, tra racconto e poesia.

Diego de Zama è uno dei grandi personaggi tragici e senza qualità di questa Mostra: sembra uscito dalla penna di Cervantes, con quel suo sguardo sempre impenetrabile, con la fronte imperlata di sudore, con la sua incapacità di comprendere le regole del mondo nuovo che si trova a governare.

Troppo conservatore e tradizionalista per farsi amare davvero dai locali, troppo poco autorevole e autoritario per guidare la piccola enclave spagnola. Persino il suo aiutante finirà per ribellarsi e per ottenere così quell’allontanamento da lui tanto agognato.

La sua è una vita di persistenza, di immobilità, di ansie e nostalgie troppo grandi che affollano la sua mente.

Finirà per perdersi davvero, sulle tracce di un uomo imprendibile, abbandonato sulla spiaggia, ferito e mutilato, mentre la natura attorno a lui rimane impassibile, lussureggiante, ma sempre fuori fuoco, schiacciata e indifferente al destino di un uomo ridicolo.

Argentina, Brasile, Spagna, Francia, Messico, USA, Paesi Bassi, Portogallo / 115’
lingua Spagnolo
dal romanzo Zama di Antonio di Benedetto
cast Daniel Gimenez Cacho, Lola Dueñas, Matheus Nachtergaele, Juan Minujín, Mariana Nunes, Rafael Spregelburd
sceneggiatura Lucrecia Martel
fotografia Rui Poças
montaggio Miguel Schverdfinger, Karen Harley
costumi Julio Suarez scenografia Renata Pinheiro
suono Guido Berenblum, ASA, Emmanuel Croset

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