Winning Time: i Lakers di Magic e Kareem nella grande commedia degli anni ’80

Winning Time ***

Tratto dal libro scritto da Jeff Pearlman Showtime: Magic, Kareem, Riley, and the Los Angeles Lakers Dynasty of the 1980s, creato da Jim Hecht e Max Borenstein (Godzilla, Kong: Skull Island, The Terror: Infamy) con Adam McKay a dare un’impronta stilistica fortissima all’episodio pilota, Winning Time racconta la nascita di una squadra formidabile, i Lakers degli anni ’80.

Ma il racconto non ha nulla della classica parabola sportiva edificante e neppure ha le forme del documentario autocelebrativo e one-sided alla The Last Dance.

Piuttosto, il tentativo di Winning Time è quello di restituire la pluralità dei talenti in gioco, non solo sul campo, ma soprattutto fuori: nella gestione imprenditoriale della società, nell’abilità di marketing necessaria a “vendere” un prodotto che nessuno sembrava voler più acquistare, nella gestione delle risorse umane e nella capacità di scansare le insidie e rovesciare il destino.

McKay e gli altri registi hanno lavorato senza poter utilizzare le immagini ufficiali dell’epoca e senza nessun endorsement da parte della squadra o dell’NBA, ricostruendo così con la massima libertà le storie di tutti coloro che hanno avuto un ruolo in quell’epopea.

Forse anche per questo, la serie evita di dipingere una galleria di santini agiografici dei protagonisti, mostrandone invece vizi e difetti, eccessi ed errori, sempre nei toni sapidi della commedia d’ambiente.

Stiamo parlando di basket, ovviamente, e di una delle franchigie che, da quando aveva lasciato Minneapolis per approdare a Los Angeles negli anni ’60, aveva inanellato una serie interminabile di sconfitte, proprio ad un passo dalla gloria.

Sotto la guida di Jerry West, i Lakers avevano perso sette finali – sei contro i rivali di sempre dei Boston Celtics e una contro i New York Knicks – prima di riuscire a rompere l’incantesimo nel 1972, quando oramai il suo capitano aveva raccolto troppe amarezze, per godersi davvero il trionfo.

Nel 1979 il Dott. Jerry Buss, chimico e immobiliarista di successo, decide acquista la proprietà della squadra e del Forum, il palazzetto in cui giocano i Lakers, investendo praticamente ogni sua proprietà, compreso il Chrysler Building di New York e indebitandosi pesantemente, assieme al socio Frank Mariani, con la Great Western Bank.

L’idea sembra folle in quel momento, con l’NBA al suo minimo storico e una franchigia conosciuta soprattutto per le sue sconfitte, allenata proprio dal vecchio capitano Jerry West, rancoroso e irascibile.

Ma Jerry Buss, donnaiolo impenitente, padre amorevole, imprenditore ottimista e giocatore spregiudicato, ha un’idea ambiziosa: trasformare in un grande spettacolo la squadra che gioca della città dei sogni.

Abilità e fortuna giocano un ruolo decisivo fin dall’inizio, con il lancio di una monetina che assegna ai Lakers la prima scelta del draft del 1979. Buss non sente ragioni e, contro i consigli di West, sceglie un ragazzo del Michigan, che diventerà il simbolo di quella squadra: Earvin “Magic” Johnson.

Magic ha appena vinto il titolo universitario NCAA, contro quello che resterà il suo avversario per tutto il decennio, il bianco Larry Bird, destinato a rinverdire i fasti degli eterni avversari dei Lakers, i Boston Celtics.

Mentre Buss cerca di convincere Johnson delle buone ragioni della sua squadra e gli accorda un contratto molto oneroso per un rookie, vanno avanti le trattive per la vendita della società e del palazzetto, ma le difficoltà sono appena iniziate.

Jerry West decide di abbandonare la panchina a poche settimane dal training camp, Buss vorrebbe assumere Jerry Tarkanian, che allena all’università a Las Vegas, ma i “bravi ragazzi” che comandano in Nevada, non intendono privarsi dell’allenatore della loro squadra e mandano al coach un avvertimento inequivocabile.

La scelta cade quindi su un outsider, Jack McKinney, che porta con sè come assistente un professore di lettere che cita Shakespeare e ha un’esperienza molto ridotta, Paul Westhead. Lo stile rivoluzionario di McKinney prevede un attacco up-tempo, che passerà alla storia con il nome di Showtime, ma che sembra non tenere in considerazione che la stella della squadra è un centro ormai ultratrentenne, poco interessato a correre così tanto sul parquet.

Dopo tredici partite però un banalissimo incidente in bicicletta lascia McKinney in coma e Westhead al comando di una squadra che sembra divisa in due: da una parte il capitano Kareem Abdul-Jabbar, che ha già vinto il titolo a Milwaukee ed è uno dei più rispettati e temuti centri della lega , dall’altra il giovane e ambizioso Magic, che sembra rubargli la scena, nello spogliatoio e nel cuore del nuovo proprietario.

Parallelamente alla parte sportiva c’è quella della costruzione dello spettacolo: come rendere attraente e redditizio il Forum, un palazzetto spesso mezzo vuoto, che sorge in una zona assai poco glamour di L.A.?

Buss, che conosce e frequenta la Playboy Mansion e la vita notturna di L.A., ha qualche idea, ma si affida a due donne: Claire Rothman, un’impiegata ereditata dalla vecchia proprietà, che assume sempre più iniziative e la giovanissima figlia Jeanie, che capisce cosa piace al padre e ha dalla sua l’età e qualche buona intuizione su come sfruttare il Forum nei giorni in cui non giocano i Lakers.

McKay, Borenstein ed Hecht costruiscono un grande affresco corale, che lascia il campo di gioco quasi sempre sullo sfondo, tranne che nell’ultima puntata interamente dedicata alla leggendaria gara 6 delle finali del 1980. Le imprese della squadra sono note: un po’ meno come Jerry Buss, Jerry West, Magic Johnson, Jack McKinney, Pat Riley e Claire Rothman sono stati in grado di costruire una realtà sportiva e imprenditoriale che ha fatto storia.

Fin dal pilota la serie utilizza formati diversi ed eterogenei, per raccontare come in una sorta di home movie, la costruzione del mito da dietro le quinte. Mihai Malamaire Jr, il direttore della fotografia rumeno scoperto da Coppola, è formidabile nel restituire la grana del periodo, il clima umido degli spogliatoi, l’illuminazione dall’alto delle palestre, quella soffusa e rossastra dei nightclub e la luce accecante della California.

Non meno essenziale il lavoro di Hank Corwin, geniale montatore di Malick, Stone e degli ultimi film di McKay, vero padre di quello stile inconfondibile che mescola materiali eterogenei per grana, formato, colore, restituendo alla serie la stessa tensione e velocità che il celeberrimo attacco dei Lakers voleva mostrare in campo.

Se il primo episodio tuttavia è una delle cose migliori girate ultimamente da McKay, che qui utilizza il suo proverbiale mélange tra commedia e dramma, gli altri episodi non sono sempre sullo stesso livello, sia dal punto di vista formale, che narrativo: ciascuno si focalizza in maniera prevalente su un diverso personaggio e su uno dei momenti chiave della stagione, pur continuando a far proseguire la trama orizzontale, che accompagna la squadra verso le finali del 1980.

Si tratta di personaggi larger than life, che diventano interessanti anche per chi non è un appassionato di basket o non conosce l’epopea dei Lakers degli anni ’80.  Si rimane rapiti dalla faccia da schiaffi di John C.Reilly che fa di Jerry Buss il ruolo di una vita, un self made man che assieme a Magic sembra incarnare perfettamente il lato leggero, ottimista e vincente di quegli anni ’80.

Ma non meno interessante è il ritratto di Kareem, il vecchio capitano temuto da tutti, l’atleta convertitosi all’Islam, campione dei diritti civili, severo e austero nel suo modo di intendere il talento e perfettamente consapevole del proprio ruolo sociale oltre che sportivo.

Molti belli e controversi anche gli schizzi dei due ex giocatori: Jerry West l’icona, Mr. Logo, tormentato e irascibile, incapace di accettare di essere stato un perdente di successo in tutta la sua vita sportiva e Pat Riley, che cerca di riciclarsi come commentatore televisivo, mentre lotta con i demoni che assalgono tutti coloro che hanno smesso e si trovano ancora una vita intera davanti a sè.

Non meno originale il rapporto tra i due allenatori, il guru McKinney che pensa al suo lavoro ossessivamente, con le sue teorie e i suoi blocchi di appunti e il professor Westhead, che si ritrova improvvisamente catapultato in prima fila, in un ruolo che neppure poteva immaginare per sè.

Ma c’è spazio anche per le donne in questo ambiente apparentemente solo maschile: la madre e la figlia di Jerry Buss hanno un ruolo molto significativo così come la Rothman, organizzatrice inflessibile.

Quelli erano gli anni in cui la NBA metteva i primi semi di quello che sarebbe diventata negli anni ’80 e ’90, non solo a livello sportivo, ma nell’immaginario collettivo popolare di una nazione intera e poi di tutto il mondo.

Attorno a quei campioni e a quella rinnovata rivalità, il basket trovava una centralità forse mai avuta prima: tutti volevano un pezzo di quella storia.  Emblematica è la puntata in cui Magic si trova a dover scegliere le scarpe con cui cominciare la sua carriera da professionista, con lo scontro tra Adidas, Puma e Converse. Fra i tre giganti di allora, a Magic arriva anche la proposta di uno sconosciuto mezzofondista di Portland, Phil Knight, che gli propone di scommettere sulla sua piccola azienda, che ha come logo un baffo colorato e un nome che richiama la dea della vittoria.

Il finale coincide con l’ultima partita e il trionfo, ma non ci sono solo sorrisi e champagne, bensì amarezze e ingiustizie da sopportare.

HBO ha rinnovato la serie per una seconda stagione. Max Borenstein ha dichiarato che intende farne una sorta di The Crown americano, raccontando la  storia di una dinastia che ancora continua a regnare su L.A., tra rivalità, vittore e tragedie, ma certamente una delle parti più interessanti è proprio questa iniziale, in cui la costruzione fortunosa e determinata delle fondamenta, consentirà di sostenere il peso di un lunghissimo periodo di successi.

Titolo originale: Winning Time
Durata media degli episodi: 55  minuti
Numero degli episodi: 10
Distribuzione originale e italiana: HBO – Sky
Genere: Comedy

Consigliato: a coloro amano il basket americano, ai nostalgici degli anni ’80 e agli estimatori del cinema eclettico di Adam McKay.

Sconsigliato: ai fans dei Celtics. “Fuck Boston!”

Visioni parallele: Magic & Bird: A Courtship of Rivals, il documentario del premio Oscar Ezra Edelman su Larry Bord e Magic Johnson, sempre prodotto da HBO.

Il documentario della Espn 30 For 30: Celtics / Lakers: Best of Enemies

Un’immagine: Red Auerbach il leggendario allenatore die Boston Celtics, interpretato da Michael Chiklis, circondato mefistofelicamente dal fumo del suo sigaro.

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