The Terror – The Infamy: un’accurata ricostruzione storica in un horror con alti e bassi

The Terror – The Infamy **1/2

La prima stagione di The Terror era ambientata tra le navi della marina militare inglese impegnate nei ghiacci artici alla ricerca del passaggio tra Oceano Atlantico e Pacifico; la seconda stagione cambia radicalmente scenario e ci porta durante la seconda guerra mondiale, in America, nei campi dove gli americani di origine giapponese venivano rinchiusi e controllati dall’esercito a seguito dell’Ordine Esecutivo 9066 (che peraltro coinvolgeva anche italiani e tedeschi). Il provvedimento era stato emanato dopo l’attacco di Pearl Harbour, in quello che Roosevelt aveva definito il “day of infamy”.

Tra di essi c’è pure la comunità giapponese di Terminal Island, nella contea di Los Angeles, di cui fa parte anche Chester (Derek Mio già in Medal of honor), giovane studente appassionato di fotografia che viene internato con la compagna Luz, di famiglia cattolica e di origine messicana, in attesa di un bambino. Qualcosa di strano sembra però aleggiare nelle vie fangose del campo, tra le baracche prefabbricate ed i dormitori dove le famiglie nascondono il sake fatto in casa. In un crescendo di eventi drammatici inspiegabili, si diffonde il sospetto che nel campo si aggiri un demone mutaforma, un bakemono oppure uno yurei, l’anima di un defunto che a seguito di una morte improvvisa o violenta non ha ricevuto un rito funebre adeguato e quindi agisce ancora nel mondo dei vivi. I due termini possono essere sinonimi e di fatto in questo modo vengono utilizzati nella serie. Con il passare del tempo si fa strada l’idea che i misteriosi accadimenti siano in qualche modo legati proprio a Chester ed alle sue origini.

Ci vuole un po’ per ingranare con la trama che sembra per lunghi tratti piuttosto sconclusionata, interessata più a spaventare lo spettatore con singoli momenti di terrore piuttosto che avvolgerlo in una spirale narrativa più organica. Questa sensazione sembra cessare con il sesto episodio, Taizo, in cui riviviamo la vicenda di Yuko (un’efficace e spaventosa Kiki Sukezane) e così capiamo quale sia il motivo del suo interessamento a Chester e quale la causa di gran parte delle morti che si sono succedute fino a quel momento.

La conoscenza dei dolorosi antefatti non suscita particolare empatia verso Yuko i cui omicidi peraltro vanno al di là delle persone con cui ha un conto in sospeso, ma coinvolgono tutti coloro che in qualche misura la ostacolano o semplicemente si trovano nel momento sbagliato al posto sbagliato. Successivamente ci saranno altri riferimenti al passato della famiglia di Yuko e non mancheranno le sorprese, ma senza ulteriori approfondimenti la credibilità della storia finisce bruciacchiata, proprio come il corpo della donna/Yurei che si salva miracolosamente da un rogo esorcistico.

La storia si articola in tre diversi generi: storico, drammatico e horror. La componente storica è di gran lunga la più convincente, in particolare per l’efficace e curata ricostruzione delle zone di confino dei giapponesi americani, per i costumi, per il senso di ineluttabilità e di ingiustizia che traspare dal complesso dei caratteri. La ricostruzione storica del periodo ha potuto peraltro vantare sull’apporto di un consulente d’eccezione, George Takei che da bambino subì il medesimo destino e venne internato prima in Arkansas e poi in California.

La decisione di utilizzare un cast in maggioranza di origini nippoamericane e di farlo frequentemente parlare nella lingua degli antenati, alternata ad un americano non sempre fluido né ricco di vocaboli (stesso discorso peraltro per i messicani della famiglia di Luz), ha consentito non solo di dare verosimiglianza alla narrazione, ma anche di conferire pari dignità alle due lingue e quindi in qualche modo ai due popoli. Tra i caratteri sullo sfondo spicca il padre di Chester, Yamato-san (Geroge Takei appunto, già timoniere dell’USS Enterprise in Star Trek): la sua fede incrollabile nel sogno americano, sfumato proprio come l’automobile che si è comprato con grandi sacrifici, una splendida Plymouth nera, gli permette di rappresentare al meglio il vero orrore della Storia e cioè il tradimento che i governi americano e canadese hanno compiuto ai danni di oltre 145.000 cittadini per via del loro Paese d’origine o addirittura di quello dei loro antenati.

Anche la componente horror presenta alcuni momenti riusciti. Per lo più si tratta di episodi piuttosto prevedibili nel loro svolgimento, in molti casi temi classici del genere, ma di alta qualità visiva.

La presenza fisica di Yuko adatta in modo credibile alla modernità l’immagine tradizionale degli Yurei, rappresentati con vesti bianche che ricordano il kimono funerario e con lunghi capelli neri. I momenti in cui il demone si impossessa di altri corpi sono verosimili e ci tengono con il fiato sospeso, anche perché in genere sono seguiti da un omicidio o da un suicidio. Il finale, secco e senza fronzoli, contribuisce a lasciare nello spettatore un certo brivido esistenziale, come si conviene ad un horror ben fatto. Quello

che invece convince meno è la parte drammatica, dove la sceneggiatura di Max Borenstein ed Alexander Woo non regge il confronto con la precedente di David Kajganich (tra l’altro anche autore di Suspiria di Guadagnino). Molto dipende dalla leggerezza del protagonista, Chester, che sembra troppo pettinato negli atteggiamenti e nei comportamenti per essere verosimile: anche quando compie gesti di ribellione e di rottura, lo fa sempre in modo prevedibile. Senza considerare alcuni spunti non sfruttati, come la passione del ragazzo per la fotografia che viene utilizzata ed accantonata a piacimento, sulla base delle esigenze del momento. Lo stesso alla fine si può dire del rapporto d’amore con la bella Luz (Cristina Rodlo già in Too Old to die young): anche in questo caso più che uno sviluppo assistiamo ad una forma di sfilacciamento e ricomposizione a seconda delle esigenze narrative. Abbiamo visto ed apprezzato, ad esempio in Hill house, l’importanza per una serie di questo genere di combinare il drama e l’horror: se la componente horror ha dei momenti riusciti, quella drammatica non riesce quasi mai a coinvolgere emotivamente lo spettatore.

Proprio la compattezza e la coerenza narrativa che erano state così importanti nella prima stagione, sono la causa principale della debolezza di questa seconda antologica di The Terror.

Interessante a livello sociologico la scelta del tema: ancora una volta, a distanza di pochi mesi da Warrior, assistiamo alla rappresentazione di un conflitto tra asiatici e americani, ad un problema di integrazione ed accoglienza. Del resto il rapporto con il diverso da sé era stato ampiamente trattato anche nella prima stagione quando gli esploratori della Royal Navy si erano trovati davanti al popolo Inuit con cui Francis Crozier (un grande Jared Harris) deciderà di trattenersi, rinunciando volontariamente a ritornare nel mondo occidentale e civilizzato. Ci sembra in questo caso di riscontrare non solo una variante del tema dell’identità e dell’accoglienza dei migranti, ma più in generale la rappresentazione di una tensione in atto tra l’America di Trump ed il mondo orientale. Potremmo citare come esempi la guerra commerciale ed i dazi alla Cina, ma anche l’uscita degli USA dal TTP (Trans pacific partnership) ed in generale un approccio nazionalistico che porta a sminuire o a guardare con sospetto (come nelle vicende qui narrate) tutto quanto non è completamente americano. Il sottotitolo della stagione a riguardo è molto esplicito: infamy ed è un richiamo per contrappasso alla citazione di Roosevelt sull’attacco giapponese a Pearl Harbour.

The terror è una serie antologica e quindi possono esserci significative differenze tra una stagione e l’altra: se quindi la seconda stagione ci è parsa lontana dai livelli della prima, confidiamo nella prossima per un pronto riscatto.

Titolo originale: The terror – infamy
Numero degli episodi: 9
Durata media ad episodio: 55 minuti
Distribuzione streaming: Amazon Prime Video
Genere: Horror, drama, history

Consigliato: a quanti amano le solide ricostruzioni storiche e che ad un horror chiedono più che altro che faccia paura e basta, senza tanti fronzoli ed approfondimenti dei caratteri.

Sconsigliato: a quanti sono attenti alla ricchezza e all’approfondimento della trama. Il punto debole della serie è proprio la sceneggiatura che non riesce a sviluppare in modo efficace le vicende parallele al filone horror.

Visioni parallele:

Kingdom, una serie horror coreana ambientata nel periodo medievale Joseon (dopo il 1300), che racconta le vicende del principe ereditario Yi-Chang e del suo impegno per fermare una misteriosa epidemia zombie che si sviluppa contestualmente ad un complesso intrigo di corte per la conquista del potere. Una delle migliori espressioni seriali del genere horror.

Storie di fantasmi giapponesi, Kappa Edizioni, 2011. Lafcadio Herman era un giornalista di origini greche che, trasferitosi in Giappone e cambiato nome in Koizumi a seguito del matrimonio, ha raccolto queste storie di spiriti, sulla base della tradizione orale diffusa tra la popolazione e dei testi letterari del periodo Edo e Muromachi. I racconti parlano di creature soprannaturali, ma anche e forse soprattutto della cultura e delle usanze del popolo giapponese. Dal libro è stato anche tratto un film di Masaki Kobayashi che nel 1964 ha diretto Kwaidan, premio speciale della giuria al Festival di Cannes del 1965.

Un’immagine: Yamato-san che si appoggia all’autobus che lo sta riportando insieme alla famiglia a Terminal Island e, mangiando un panino pensa a come potrà sistemare la propria abitazione, con lo sguardo pieno di gioia al pensiero di tornare in uno spazio domestico che dà concretezza al valore della famiglia. Una volta sceso dall’autobus e percorso il vialetto fino alla propria casa la sorpresa sarà delle più atroci. Ancora una riprova di quanto uno Stato, anche se democratico, possa essere crudele verso i propri cittadini.

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