Secret Team 355

Secret Team 355 *

Annunciato con squilli di trombe al Festival di Cannes del 2018 come una sorta di incrocio al femminile tra Mission: Impossible e Ocean’s Eleven, voluto fortemente da Jessica Chastain, in veste di produttrice oltre che di protagonista, Secret Team 355 arriva finalmente nelle sale nel corso del 2022, dopo rinvii, riprese aggiuntive e ritardi anche a causa del Covid.

Il film diretto da Simon Kinberg, che la Chastain aveva conosciuto sul set degli X-Men, è un disastro senza via di scampo, tutto preso dalla sua seriosità femminile, dal suo compito di insegnare al pubblico che anche sul terreno della spettacolarità d’azione, le donne possono dire la loro.

I produttori si dimenticano tuttavia che innanzitutto occorre intrattenere con una storia che abbia credibilità, con personaggi che non siano figurine bidimensionali, con una costruzione narrativa che lascia qualche dubbio agli spettatori.

Secret Team 355 è invece ottuso e tetragono, come la sua produttrice, costeggiando per oltre due ore il ridicolo involontario e più volte precipitandoci.

Il macguffin è legato ad un device ipertecnologico che il figlio di un signore della droga colombiano ha realizzato e che consente di intervenire su ogni dispositivo elettronico o informatico del globo. Si possono far cadere gli aerei a distanza, si possono creare black out nelle città, si possono oscurare le comunicazioni e la rete.

Quest’arma preziosissima, sul punto di essere venduta al criminale Elijah Clarke, cade per pura casualità nelle mani dell’agente Luis Rojas dopo l’assalto dell’intelligence colombiana al luogo dove si stava perfezionando lo scambio.

A Parigi Luis cerca di vendere il dispositivo alla CIA, ma gli agenti Mace e Nick vengono beffati quando nello scambio si inserisce l’agente tedesca Marie.

Mace si rivolge così ad una collega dell’MI6, Khadijah, esperta di dispositivi e comunicazioni, mentre Luis viene raggiunto da una psicologa, inviata dai servizi colombiani, Graciela, per convincerlo a consegnare il device.

E così gli uomini di Elijah Clarke, Mace e Khadijah, Maria, Luis e Graciela convergono tutti al mercato del pesce dove ciascuno cerca di recuperare l’oggetto del desiderio.

A complicare i giochi ci si metterà un’agente cinese, Lin mi, che sotto copertura gestisce l’asta internazionale che Elijah ha messo in piedi per rivendere il potentissimo strumento di morte.

La Chastain, che entra in scena mentre si allena nelle arti marziali con un collega e poi passa quasi tutto il film a fare a botte, continua qui la sua galleria di personaggi femminili tosti e indipendenti, traditi da uomini che si rivelano solo relazioni tossiche da cui liberarsi, con il solito sprezzo del ridicolo.

Completamente fuori ruolo, mortificando il suo talento attoriale, la Chastain è tutta presa dal desiderio di creare cinque personaggi femminili politicamente corretti, solidali, capaci di sacrificare la propria famiglia per il lavoro, brillanti e astute tanto da mettere sotto scacco sia le proprie agenzie, sia i terroristi internazionali.

Non si accorge che così il film diventa una collezione di santini, moltiplicando all’infinito la sospensione dell’incredulità, ma anche appiattendosi su uno sviluppo drammatico sempre troppo telefonato, prevedibile sino alla noia.

Non solo, ma il film non mostra alcuna via al femminile alla risoluzione dei problemi: come risolvono le questioni le nostre eroine? In modo non diverso dai loro colleghi, con una borsa piena di armi d’assalto, con calci e pugni e con il solito appello alla vendetta.

Non bastano i montatori Lee Smith (Inception, Dunkirk, Spectre, Master & Commander) e John Gilbert (Il signore degli Anelli, Hacksaw Ridge) a dare un po’ di vita a set d’azione fiacchissimi e poco ispirati. I dialoghi sono puerili e si risolvono in un’infilata di banalità, senza mai un accenno di ironia o autoironia.

Il tentativo di ribaltare gli stereotipi con cui spesso sono ritratte le donne nei thriller d’azione, si risolve in un lavoro privo di qualsiasi ispirazione e necessità, come accade spesso quando invece che nascere da una buona storia, i film nascono da un’idea di casting o dall’agenda della produttrice.

Peccato perchè almeno Diane Kruger, l’ultima ad entrare nel cast, sostituendo Marion Cotillard, sembra crederci davvero e sembra perfettamente in parte, al contrario delle sue compagne d’avventura, che attraversano il film senza lasciare traccia. Ovviamente i villain sono tutti uomini e fanno tutti una brutta fine: Edgar Ramirez, Sebastain Stan e Jason Flemyng, anche loro al minimo sindacale.

Il film ha incassato appena 14 milioni al box office americano, passando per lo più inosservato e approdando sulla piattaforma Peacock appena due settimane dopo il lancio cinematografico.

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