Il Re: una produzione di qualità per il primo prison-drama Made in Italy

Il Re ***

Bruno Testori (Luca Zingaretti) è il direttore del carcere San Michele, che gestisce in modo autoritario e, applicando una legge ad personam che travalica quella dello stato, assumendo comportamenti degni di un monarca assoluto. Circondato dai suoi pretoriani, le guardie della prigione, Testori controlla con telecamere e spie tutto quello che avviene tra le mura del carcere: niente gli sfugge e niente avviene senza che ne sia informato. Alcuni detenuti godono di maggiore libertà di altri, come il serbo Miroslav Lackovic (Ivan Franek), che gestisce lo smercio interno della droga o come il gruppo dei musulmani, guidati dall’Imam Amir (Ahmed Hafiene). Il regno assoluto di Testori inizia però a scricchiolare quando tra le mura del carcere viene ucciso il suo miglior amico, Nicola Iaccarino (Giorgio Colangeli), il comandante degli agenti di polizia penitenziaria. Di lì a poco anche Lackovic muore in circostanze misteriose: una vendetta o un suicidio?

Le ricerche dell’assassino di Iaccarino sembrano infatti condurre proprio a lui e la PM che indaga sul caso, Laura Lombardo (Anna Bonaiuto), non crede all’ipotesi del suicidio. Nel frattempo la vita privata di Testori è in pezzi: le tenui speranze di ricostruire un rapporto con la moglie Gloria (Barbara Bobulova) finiscono per essere spazzate via dalla scoperta che la donna, un’agente dei servizi segreti, ha iniziato a uscire con un altro uomo. Solo la figlia Adele (Alida Baldari Calabria) sembra continuare a stargli vicino: lo spinge a cambiare casa e a trovarsi una nuova compagna, ma senza grande successo. Bruno continua infatti a essere innamorato di Gloria e sprofonda così in una depressione acuita dalla solitudine, dallo stress e dal consumo di droga.

E’ il ritratto di un uomo al limite quello di Bruno Testori. Un uomo senza futuro che deve affrontare la perdita del suo migliore amico, nonché fidato compagno di lavoro; il dolore per la grave malattia della figlia gli ha lasciato diverse cicatrici (nonché l’abitudine al consumo di droga) e la conclusione del rapporto con la moglie è una ferita aperta, da cui a tratti ancora sgorga sangue. Dopo la scoperta del secondo cadavere nel suo carcere, quello di Lackovic, Testori si trova assediato, gigante d’argilla, proprio come l’istituto che dirige: a prima vista una fortezza inespugnabile, controllata dal suo occhio vigile, ma in realtà un luogo in cui si nasconde uno spietato terrorista della Jihad. Testori utilizza un metodo fatto di coercizione e compromessi, applicando una morale che egli stesso ha forgiato basandosi sulla convinzione che la giustizia sia tutt’altro che giusta e che il suo compito sia di “tener buoni” i detenuti (e le guardie), senza perdersi dietro utopiche prospettive di redenzione o di reinserimento sociale.

Un’etica declinata al singolare, ma non egoistica: dei soldi che guadagna con lo spaccio della droga per sé non tiene niente: preferisce distribuirli tra gli agenti. E che ciascuno li utilizzi come meglio crede, l’importante è che si sia tutti dalla stessa parte, senza dubbi o reticenze. Anche chi disprezza il suo metodo, come il nuovo comandante delle guardie, Sonia Massini (Isabella Regonese), alla fine finisce per accettarlo, come l’unica forma possibile di gestione del carcere: del resto “chi sta fuori non può capire”.

Rispetto alla maggior parte dei prison drama, questo show Sky, il primo prodotto in Italia, sposa le tematiche di genere declinandole in un noir con un protagonista assoluto. Non c’è stratificazione, manca coralità: tutto è puntato su Testori e sul suo percorso irreversibile di discesa nell’abisso, che si sviluppa insieme all’indagine sugli omicidi e alla ricerca del radicalizzato islamico. Potremmo parlare di eroe, se non fosse chiaramente il suo un personaggio anti-eroico, figura ampiamente diffusa nella serialità contemporanea.

Per una struttura narrativa organizzata a raggiera intorno a un personaggio è naturalmente rilevante che questo sia interpretato in modo carismatico. E in effetti così avviene, perché Zingaretti riesce a trasmettere autorevolezza e concretezza al direttore del carcere, senza sbavature. Qualcuno potrebbe criticare lo spettro emotivo e recitativo, oggettivamente limitato, ma è altresì vero che non serviva altro per caratterizzare il personaggio. Attorno a Testori splendono donne di valore, interpretate in modo efficace da Barbara Bobulova (Cuore sacro, Anime nere, Scialla!), Anna Bonaiuto (L’amore molesto, Il Potino, Il Divo, Viva la libertà, Loro), Isabella Ragonese (Tutta la vita davanti, La nostra vita, Rocco Schiavone). Sono qualcosa di più di caratteri accessori: senza di loro lo show perderebbe quelle sfumature emotive che un personaggio come Testori, per sua natura, non potrebbe trasmettere.

La regia di tutti gli episodi è stata affidata a Giuseppe Gagliardi (1992,1993,1994) che ha seguito il progetto dalla fase embrionale: il suo coinvolgimento è stato determinante per ottenere quella sinergia tra aspetto visivo e narrativo che fa la differenza tra una serie di genere e una serie che si inserisce in un genere, ma con tratti peculiari. La scelta di utilizzare lenti grandangolari all’interno del carcere ha amplificato il peso della struttura, dilatandola fino a sovrastare i personaggi, minuscole comparse in un sistema più grande di loro. Enfatizzare il ruolo narrativo del carcere, con i suoi spazi limitati e claustrofobici, è una scelta peraltro diffusa nel genere, ma in questo caso è interessante come venga utilizzata anche con un rilevante valore estetico. Attraverso lo sguardo sporcato da lenti e obiettivi vintage, la realtà viene deformata e come ri-creata.

Eccezionale la capacità dei maestri di scena di dare omogeneità a tre diverse location: Civitavecchia, Torino e Trieste: Questa pluralità di set non si percepisce nella narrazione che si svolge in uno spazio ben definito, con una propria identità.

La scelta di Carlo Rinaldi di utilizzare colori desaturati con cromature che spaziano dal giallo inteso all’azzurro freddo ha poi conferito alla serie un proprio preciso senso estetico, approfondito dall’attenzione alla luce, con contrasti di grande impatto emotivo. Johanna Bronner, costume designer, ci ricorda che: “Oltre all’uso di una color palette di tinte prevalentemente scure e pochi colori smorzati, tutti i costumi della serie dovevano portarsi dietro i segni del tempo, come se avessero a lungo accompagnato i nostri personaggi nella loro vita. Per questo il “costume aging” è stato una chiave estetica importante nell’ideazione dei diversi ambienti della serie, sia per il mondo del carcere sia per quello esterno. Tutti i costumi sono stati sottoposti a diversi processi di invecchiamento: sono stati grattati, decolorati e patinati perché avessero quell’aria di vissuto e di verità fortemente voluta dal regista. In questa estetica del vissuto si inseriscono tutti i costumi dei protagonisti. Il look dei personaggi è caratterizzato da pochi cambi e segni scarni ma identificativi, che tentano di integrarsi nel tessuto narrativo senza farsi troppo notare …” 1

Un esempio di questa cura dell’abbigliamento lo ritroviamo nelle scelte compiute per le diverse gang/gruppi etnici che vivono nel San Michele: i musulmani presentano per lo più maglioni e maglie con fantasie geometriche, a rombi o quadri, con tonalità che vanno dal nero al grigio; i detenuti balcanici invece hanno tonalità più vicine al beige, mentre gli africani presentano fantasie e colori più eterogenei, con rimandi al verde e al rosso; gli italiani sono poi vestiti con una gamma cromatica più vicina al blu-azzurro. La divisa del corpo di guardia è scura ed essenziale, come si addice a un’unità scelta.

La musica, realizzata da Corrado Carosio e Pierangelo Fornaro, intende evidenziare il tono epico e drammatico della vicenda, grazie soprattutto all’uso di archi, vocalizzi, strumenti acustici e ad una prevalenza strumentale sul vocale.
Al netto di qualche semplicità in fase di scrittura e di qualche clichè narrativo, ci troviamo di fronte a un prodotto solido, ben strutturato, a tutti gli effetti davvero un’incursione interessante nel genere dei drammi ambientati in prigione, capace di coniugare visibilità e grande qualità tecnica.

Il finale lascia spazio ad una seconda stagione che, se si tornasse sul set entro l’anno, potrebbe andare in streaming nella seconda metà del 2023.

Titolo originale: Il Re
Durata media degli episodi: 60 minuti
Numero degli episodi: 8
Distribuzione streaming: Sky – Now Tv
Genere: Drama, Crime.

Consigliato: a chi cerca un prodotto italiano di qualità. Da diversi punti di vista la serie esprime il meglio delle nostre maestranze nel settore, realizzando uno show godibile e accattivante.

Sconsigliato: a quanti cercano una storia di forte impegno civile: non è questo l’obiettivo e anche se il racconto rispetta e sviluppa con sensibilità il tema della vita quotidiana nelle carceri, non intende affrontare la questione dal punto di vista sociale e/o politico.

Visioni parallele: la lista dei prodotti di genere, sia film che serie tv, è davvero ampia ed eterogenea. Vi proponiamo una scelta diversa dai titoli più frequentati dal pubblico: Prison Playbook, un dramma orientale che racconta la vicenda di un celebre lanciatore che si trova a confrontarsi con la vita in prigione. Su Netflix, 16 episodi prodotti in Corea del Sud.

Un’immagine: la serie è ricchissima di immagini iconiche, in particolare resta impressa nella memoria quella del carcere visto dall’esterno, a strapiombo sul mare, come una fortezza medievale, un avamposto di confine che segna l’inizio o, se preferite, la fine della civiltà.

  1. Tratto dalla sezione spettacoli del sito Sky TG 24: Il Re, tutto quello che c’è da sapere sulla serie tv Sky con Luca Zingaretti | Sky TG24

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