Belfast

Belfast ***

Immagini dall’alto della Belfast di oggi, le gru che preludono ad una trasformazione in corso, poi irrompe improvvisamente il bianco e nero a riportarci indietro al 15 agosto 1969, in un strada abitata prevalentemente da famiglie cattoliche.

Il piccolo Buddy gioca per strada con un spada di legno e uno scudo preso a prestito da un bidone della spazzatura. Il suo è un microcosmo chiassoso, pieno di vitalità e illuminato dal sole estivo. Ma la spada di Buddy sarà inutile, quando un gruppo di giovani protestanti metterà a ferro e fuoco il quartiere, distruggendo vetri, lanciando molotov, facendo esplodere un’auto.

Una delle tante Bloody Sunday che avrebbero insanguinato per anni il Nord Irlanda nella guerra civile tra unionisti e cattolici.

La famiglia di Buddy è protestante, ma il padre è lontano, a Londra per lavorare e ripagare i debiti col fisco che sembrano non finire mai.

Branagh sceglie il punto di vista del suo piccolo straordinario protagonista, per raccontare sul filo della memoria, i suoi ultimi mesi a Belfast.

Il suo sguardo è quello di un ragazzino che cerca di risalire le gerarchie della sua classe, innamorato della più studiosa delle sue compagne.

Assieme a lui  ci sono i nonni paterni, che l’aiutano a comprendere il mondo, a leggerlo attraverso lenti diverse, superando anche le difficoltà in cui sembrano dibattersi i suoi genitori.

Ritornando con la fantasia agli anni della sua infanzia, Branagh ci regala il più sentito e sentimentale dei suoi film, un piccolo racconto in bianco e nero che non ha l’ambizione di dire cose decisive sulla questione nordirlandese, che non vuole mettere in scena conflitti decisivi, nè pretende di ricostruire filologicamente una realtà che invece mostra attraverso il filtro nostalgico dell’età del suo protagonista.

E così anche gli scontri sono occasioni rilette in chiave familiare, con il padre lontano che ritorna e assume di volta in volta il ruolo di John Wayne o Gary Cooper, come negli amati western visti in televisione. Anche le asprezze e i dolori sono mediati da uno sguardo diverso, che ha idealizzato nel ricordo quegli anni difficili. C’è forse il rischio di semplificare le divisioni, i torti e le ragioni storiche, ma poco importa in questo caso, perchè la prospettiva è un’altra, molto più intima, personale, sentimentale.

Per un verso, Branagh sembra aver fatto tesoro della lezione di Roma di Cuaron, immergendo in un bianco e nero luminosissimo il suo straordinario piccolo protagonista, Jude Hill, la vera forza trainante di un film che indovina ogni volto, ogni traccia, ogni vicolo, di un racconto che si arricchisce della coralità delle sue voci.

Gli bastano pochissimi elementi – una strada, una classe, le barricate, un paio di appartamenti, come in un palcoscenico teatrale – per dire tutto.

L’economia di mezzi si ribalta in una ricchezza drammatica che sfrutta ogni dialogo, per ricostruire, pezzo dopo pezzo, un piccolo mondo perduto.

C’è il cinema naturalmente e c’è il teatro, che accendono improvvisamente di colore, il bianco e nero di Belfast, e c’è soprattutto la dedica a coloro che sono rimasti, a quelli che sono andati via e a quelli che si sono perduti, vera dichiarazione d’intenti sul popolo irlandese, che pare sempre destinato a dividersi, come afferma il pastore nella sua predica iniziale: siete ad un bivio, le strade davanti a voi sono due, molto diverse.

Ma quale sarà quella giusta? Il rovello tormenta Buddy, ma alla fine saranno i suoi genitori a scegliere anche per lui, costretti dalla violenza e dal destino a salire su un autobus che porta lontano.

La voce roca di Van Morrison, la sua musica di quegli anni e quella successiva, immergono il film nell’atmosfera giusta, creando un dialogo fecondo e inesausto con le immagini.

E’ un film dolce e popolare quello di Branagh, che sceglie la mozione degli affetti nel racconto di questa precoce educazione sentimentale, che è una dichiarazione d’amore a una città e a un tempo perduto e rimpianto, un sogno ad occhi aperti.

Non c’è nulla di male, perchè la sincerità sembra far gioco sulla scaltrezza degli elementi convocati sulla scena. E il senso di meraviglia che accompagna Buddy in questo viale dei ricordi è contagioso e felice.

 

 

 

 

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