Scene da un matrimonio: quando una famiglia è fatta a pezzi dall’amore

Scene da un matrimonio ****

Verso la metà degli anni Sessanta del secolo scorso la sociologa Barbra Backberger poneva questa domanda al lettore: “La donna svedese: non è forse la più emancipata di tutte le donne del mondo, sessualmente libera, inquadrata in una società che le concede il diritto di esercitare praticamente tutte le professioni, il diritto al libero aborto, la parità con l’uomo nella vita sociale e nel matrimonio?” L’incipit del suo libro L’ideale ridotto di donna, un cult del femminismo scandinavo, era insieme retorico e provocatorio. Nell’introduzione all’edizione italiana, la giornalista Giuliana Dal Pozzo (una delle fondatrici del Telefono Rosa), traduttrice dell’opera, centrava una delle tesi della Backberger, ovvero che la tanto celebrata emancipazione fosse solo un riflesso del possedere oggetti, certamente resi disponibili dall’alto tenore di vita, telefoni, frigoriferi, automobili, “case linde nei palazzoni di periferia”. L’industria culturale svedese, nonostante il socialismo di facciata, speculava “sull’insicurezza della donna, sul suo dovere primario di apparire un oggetto decorativo e appetibile per il maschio”. Inevitabile, per un’intellettuale svedese, accostarsi al cinema di Ingmar Bergman. Il giudizio di Barbra Backberger sui tentativi del maestro di “concepire una donna come soggetto” era negativo. Ne Il Silenzio, Bergman, nonostante i suoi sforzi, sarebbe risultato incapace di considerarla un essere in grado di “percepire e sentire in un atto sessuale”.

Dalla pubblicazione del libro della Backberger dovranno trascorrere sette anni per vedere sul piccolo schermo la miniserie Scener ur ett äktenskap, uno dei capolavori del grande regista di Uppsala. E dal 1973 ne dovranno passare altri quarantotto per godere dello splendido remake firmato da Hagai Levi, conosciuto per essere l’ideatore di BeTipul, il format israeliano dal quale è nato il sensazionale In Treatment (e adattamenti vari), e di The Affair, serie amata dal pubblico ed elogiata dalla critica, conclusasi nel 2019 dopo cinque intense stagioni. Daniel Bergman, il figlio di Ingmar, deve avere apprezzato molto sia In Treatment sia The Affair per aver chiesto, sembra a mezzo e-mail, proprio a Hagai Levi di rifare Scene da un matrimonio. Impresa non semplice. L’opera di Bergman, ridotta poi a film da proiettare nelle sale, ha avuto un impatto enorme sulla società e sui costumi, e si è prestata a modello di numerosi aggiornamenti, ultimo il pregevole Marriage Story di Noah Baumback con Scarlett Johansson e Adam Driver. A proposito di cast, cimentarsi con il serrato vis-à-vis di Scene da un matrimonio significa accettare il confronto con i due attori della serie originale, Liv Ullman e Erland Josephson. Il lavoro di Oscar Isaac e Jessica Chastain, grandi amici nella vita, si è tradotto in una performance di valore assoluto.

La soluzione adottata ad apertura o in chiusura di episodio, ovvero mostrare gli attori in bilico tra realtà e finzione, non è un mero vezzo stilistico. L’artificio metaletterario dona autenticità all’intera rappresentazione. Osservare la transizione di Chastain in Mira e di Isaac in Jonathan attesta la necessità del distacco, quasi risulti necessario prendere fiato prima di scendere, in apnea, negli abissi di una dolorosa mimesis. Solo ciò che è sacro è degno di essere sfidato. Scenes from a Marriage non è il maquillage di Scener ur ett äktenskap, bensì la sua riscrittura, a partire dai corpi di attori personalmente coinvolti nel progetto. Quando Oscar Isaac dice di aver studiato una particolare reazione di Liv Ullman o Jessica Chastain arriva in auto sul set con il copione tra le mani, ci troviamo in uno iato, in un mondo di mezzo, sulla soglia di un evento terribile in procinto di accadere. Un evento impossibile da governare. È un modo per ribadire l’universalità di Scene da un matrimonio. Gli avvenimenti che sconvolgono i protagonisti sono elevati a paradigma, a regola enigmatica, a eterno mistero. Queste epifanie illuminano anche la condizione entro cui la produzione è chiamata a muoversi. La visione dei tecnici e degli operatori con i volti coperti dalle mascherine ci situa nel preciso momento storico delle riprese e attesta l’unicità dell’operazione. La coppia Chastain – Isaac diventa la coppia Mira – Jonathan, nel qui-e-ora del nostro tempo fiaccato dalla pandemia (i contagi hanno bloccato le riprese).

Barbra Backberger sarebbe stata orgogliosa di Mira, donna realizzata nel lavoro, ambiziosa, sicura dei propri mezzi. Il suo incarico al vertice del product management della Horizon, una società di sviluppo software, prelude a una carriera luminosa. Il marito Jonathan è un professore universitario di filosofia. Tra i due, almeno in apparenza, è lui l’anello debole, anche sul piano economico. Mira e Jonathan hanno una figlia di pochi anni, Ava. Le sequenze iniziali ricalcano l’originale. La coppia è intervistata in casa propria da una ricercatrice della facoltà di psichiatria interessata al tema della “monogamia di lunga durata”. Mira e Jonathan sono sposati da dieci anni, un buon traguardo per i parametri americani (negli Stati Uniti un matrimonio finisce in media dopo sette anni). Il profilo dei coniugi Levy emerge con chiarezza. Quarantenni affiatati, comune background di studi alla Columbia University, diffuse convinzioni liberal, amore per il teatro. Tra le risposte serpeggia però una sottile inquietudine introdotta da brevi silenzi. Già dalle prime battute, è possibile notare un disallineamento, una dissonanza. Poi, uno stacco brutale, come in Bergman. Ecco Mira e Jonathan a cena con due amici, Kate e Peter, marito e moglie in crisi, impegnati in una “relazione aperta” per mutuo assenso, un esperimento di “poliamore” che, con piena evidenza, non funziona. La sera, a letto, Mira dice a Jonathan di essere incinta. Allo stupore (senza gioia) segue l’interrogativo: che fare? L’onere di crescere un secondo figlio ricadrà principalmente sull’elemento con più tempo libero a disposizione. Lui rassicura lei. Sarà bellissimo. In fondo, Mira lo giudica “il miglior padre del mondo”. Ed è sincera. Si abbracciano. Tutto chiaro? Tutto risolto? No. Il primo episodio si chiude con Mira in clinica. Ha deciso di abortire. Lo ha deciso lei.

Asmatico, affettuoso, essenziale, dozzinale nei gusti, propenso a teorizzare su ogni argomento (matrimonio compreso), difensore dell’idea di comunità versus il cosmopolitismo da villaggio globale, legato alle sue radici ebree più di quanto non creda, sessualmente inibito, Jonathan è una figura destinata a patire. Hagai Levi inverte i ruoli. Rispetto al modello bergmaniano, è la donna a tradire. Mira, durante la festa su uno yacht per il lancio di un nuovo prodotto, incontra il giovane proprietario di una start up informatica, un ventinovenne israeliano dal soprannome emblematico, Poli, e se ne innamora. Torna a casa in anticipo con l’obiettivo di dire a Jonathan la verità. La loro unione è finita, travolta dal desiderio di altro, dell’altro, di andarsene altrove. Il disagio, d’altronde, covava sotto la cenere già da anni, forse dall’inizio della relazione stessa. E quindi Mira, al termine di una notte spaventosamente dolorosa per entrambi, se ne va.

Tuttavia, non vi sarebbe nulla di scandaloso, se non intervenisse, da questo punto in avanti, l’impossibilità di certificare la separazione con un taglio netto. Se il matrimonio è una sovrastruttura utile solo a mascherare l’incomunicabilità (la lezione di Bergman è rispettata), le alternative “liquide” dell’era digitale non sono meno ideologiche e illusorie. Scene da un matrimonio celebra il bisogno di una clandestinità paradossale, vissuta sotto il segno dell’attrazione reciproca, del ritrovato vigore sessuale, dell’assenza di perdono per la ferita ricevuta, della gelosia rinnegata nel profondo, della repulsione motivata dall’odio. I due non si impongono di restare insieme, eppure periodicamente si cercano per trovarsi: non possono pensare, agire, fare altrimenti. Hagai mostra una coppia che si divide perché crede al sentimento, anzi, ne è dominata fino a non riconoscerlo, come accade nei casi di possessione. Gli incontri sono necessari, esitanti ed insostenibili. “Ti vedi con qualcuno? Stai pensando di risposarti?” Parole concilianti si riversano nel loro esatto contrario. “Scegli tu se togliere alla bambina il corso di danza classica o quello di danza jazz”. Il pudore si alterna alla rabbia, la tenerezza cede alla paura. Mira e Jonathan diventano amanti, o forse nemmeno questo. Si trasformano in qualcosa che, da analfabeti delle emozioni, non sanno definire.

La miniserie è girata quasi interamente negli interni domestici. Il direttore della fotografia Andrij Parekh (Show Me a Hero, Watchmen) ci regala un piccolo gioiello estetico virato su tonalità ocra. La casa, fatta su misura per garantire sicurezza a una famiglia della medio-alta borghesia americana, è un incubo accogliente. La villa su due piani è il contesto immobile dove naufragano i sogni, un tempio infranto da presenze invisibili, la presunta nuova compagna di lui, e da promesse non esaudite, una ristrutturazione mancata. Le inquadrature, spesso statiche (sono scene, miniature di vita, appunto), incorniciano l’agonia, e l’agonismo, di corpi timorosi di sfiorarsi ancora una volta. Nel quarto episodio, inarrivabile per intensità drammatica, la via crucis di un marito e una moglie, ormai ex nei fatti, si snoda in una liturgia di incombenze: la ripartizione equa dei mobili della casa venduta, l’attesa degli operai incaricati del trasloco e soprattutto la firma sulle carte del divorzio, il superamento di una soglia giuridica e, di più, simbolica, che spalanca sotto i loro piedi il temuto horror vacui di una decisione senza ritorno.

Scriveva C. G. Jung in Simboli della Trasformazione: “è piuttosto l’incapacità di amare che priva l’uomo delle sue possibilità. Questo mondo è vuoto solo per colui che non sa dirigere la sua libido sulle cose e sugli uomini, e conferir loro talento, vita e bellezza”. Non a caso, l’ambiente domestico, nel suo calore asettico, rasenta la banalità. Gli episodi si chiudono rappresentando il deserto suburbano dei giardinetti e degli innaffiatoi, inquadrature dove l’essere umano è assente, un riferimento al cinema novecentesco dei cantori della solitudine contemporanea, ancora Bergman e certamente Antonioni. Non l’unico riferimento. I frequenti “non so” sono il perno di tutti i dialoghi. Sapere di non sapere non rende più saldi, non apre la strada della conoscenza. I coniugi Levy sono una coppia di monadi tenute insieme da un ingranaggio le cui regole di funzionamento sfuggono alla comprensione. “Hai il gene della monogamia” dice Mira a Jonathan, quasi a fargliene una colpa, lei, inguaribilmente sola (la relazione con Poli si interrompe), donna che non ha bisogno di testimoni per sentirsi viva. Durante la scena della lettura del diario mattutino di Jonathan, un’abitudine terapeutica prescritta dal suo analista, un momento d’incanto che potrebbe preludere a una riconciliazione, Mira sperimenta una commozione autentica che non si tramuta in vera empatia.

Da bambino, Jonathan raccontava alla madre di fare sogni noiosi, ma con il termine “noia”, avrebbe scoperto da adulto, voleva indicare altro: lo spavento. La religione può placare il terrore che lo assale? E l’attaccamento di Mira al lavoro è forse qualcosa di diverso dalla sentenza pascaliana sul divertissement? Nella miniserie trionfa sempre la sensazione del freddo. Scene da un matrimonio, anche in senso epidermico, evoca l’invincibile inverno dello scontento esistenziale. Quella casa rimodernata è ancora la loro vecchia casa? È possibile ricominciare fingendo che nulla sia accaduto? La vita si riduce a imitazione di parole e opere di un personaggio già scritto? La recitazione di impostazione teatrale, da apprezzare sequenza per sequenza e da sezionare per farne oggetto di studio, è l’architrave di un progetto magnificamente cerebrale, così esplicitamente finto nella messinscena da incrociare la verità. Jessica e Oscar al termine escono dal set, si abbracciano, percorrono un labirinto di corridoi e infine si separano, per rinchiudersi ognuno nel proprio camerino. Quanto strazio… Love will tear us apart, again.

Titolo originale: Scenes from a Marriage
Numero degli episodi: 5
Durata ad episodio: un’ora circa l’uno
Distribuzione: Sky Atlantic / Now
Programmata in Italia: 20 settembre – 18 ottobre 2021
Genere: Drama

Consigliato a chi: non dimentica mai dove nasconde le chiavi di riserva, fa finta di dormire quando bussano alla porta, non accetta consigli su come fare la valigia.

Sconsigliato a chi: odia il cellophane sui divani, si addormenta davanti allo screensaver, è messo in imbarazzo dalle videochiamate.

Letture parallele:

  • Un classico sull’adulterio: Theodor Fontane, Effi Briest, Feltrinelli, 2014

  • Un contemporaneo perturbante: Leonard Michaels, Sylvia, Adelphi, 2016

Un oggetto ricorrente: il calice di vino. Per festeggiare o per dimenticare?

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