Coyote: dura la vita del poliziotto in pensione Ben Clemens

Coyote **1/2

L’ultimo giorno di lavoro di Ben Clemens non è esattamente una passeggiata. Mentre approfitta del bagno di un negozio, l’agente della polizia di frontiera nota alcune bollicine sul pavimento. Ben, in servizio da trentadue anni consecutivi sul confine tra Stati Uniti e Messico, ha troppa esperienza per farsi sfuggire quel dettaglio. Con un coltello Ben scardina le piastrelle e scopre un tunnel. È un sistema utilizzato dai trafficanti di uomini, in gergo coyote, per “contrabbandare” dall’altra parte del Muro non solo messicani, ma oramai, soprattutto, poveri immigrati fuggiti dalle nazioni del Centro America afflitte da corruzione, violenza e delinquenza. Ben scende con circospezione e vede una donna spaventata. Un paio di brutti ceffi sbucano dal nulla. Ben li affronta armato di spray al peperoncino. Ovviamente ha la meglio. Ad azione conclusa, sudato, sporco di terra e consapevole di aver schivato la morte per l’ennesima volta, sente dire da un altro poliziotto come andrà a finire: i pezzi grossi della DEA, l’Agenzia federale di contrasto alle droghe, si faranno le foto in galleria. Ben sa anche questo. Tornato in ufficio, trova una torta di panna in frigorifero e la getta nel cestino. Poi manda a quel paese i colleghi con il calice in mano, felici di festeggiare il suo pensionamento. Non c’è molto da aggiungere. Ben, come dice qualcuno, “è uno scorbutico bastardo”.

Inizia così Coyote, miniserie in sei episodi prodotta da Paramount Network e rilasciata nel gennaio scorso oltreoceano su CBS All Access, un cambio motivato dalla decisione della stessa Paramount di ristrutturare il palinsesto, indirizzando la programmazione del canale sul solo versante cinematografico. In Italia Coyote è stata trasmessa a settembre da Sky Investigation. La serie è scritta da David Graziano, già produttore esecutivo di American Gods e di Jack Ryan, mentre dietro la macchina da presa si avvicendano tre professionisti della grande serialità televisiva, Michelle MacLaren (ha diretto due stagioni di X-Files, undici episodi di Breaking Bad e il pilot di The Deuce, per fare qualche esempio), Guy Ferland e Stephen Kay. La star indiscussa di Coyote è però, senza tema di smentite, Michael Chiklis. L’attore, che qui interpreta Ben Clemens, dopo il successo del popolare The Shield ha infilato insuccessi (No Ordinary Family, Vegas) e attraversato ruoli interessanti (Dell Toledo nella quarta stagione di American Horror Story, il Capitano Barnes in Gotham) che però non gli hanno consentito di tornare ai fasti di un tempo. Per i molti fan del detective Vic la curiosità nel vederlo all’opera era pertanto giustificata.

Chiklis in effetti tiene in piedi una serie un po’ piatta e stereotipata, nonostante l’ottimo ritmo e l’ambientazione di sicuro impatto scenografico. Oltre il maledetto Muro, su un promontorio a picco sul mare nei pressi di Tijuana (tequila sexo y marihuana, canta a buon diritto Manu Chao), Javi, ex partner di pattuglia di Ben morto di recente, ha lasciato una casa in costruzione. La compagna di Javi rivela a Ben che, se la casa non sarà terminata, lei, già indebitata fino al collo, perderà tutto. Ben capisce di dover fare qualcosa. Dopo la pensione, in fondo, non ha molti appuntamenti in agenda. Sua moglie lo ha mollato per uno psichiatra e vede sua figlia così di rado da non riuscire quasi a riconoscerla quando va alla sua festa di laurea. Ben decide di trasferirsi in Messico per lavorare al progetto incompiuto di Javi. Lungo il tragitto c’è un locale dove si mangia il miglior pesce fresco della zona. Silvia, la proprietaria, aiuta i bisognosi assicurando loro un piatto caldo. Tijuana significa frontiera, sogno, illusione. Una notte Ben, uscito dal ristorante, si ritrova in auto la giovanissima Maria Elena, incinta e disperata, che lo supplica di portarla con sé in California. Tijuana significa gang che agiscono indisturbate, poliziotti collusi, esecuzioni sommarie. Maria Elena ha in grembo il figlio di Dante, membro della famiglia Zamora, un piccolo, feroce cartello di provincia.

Sarebbe stato sufficiente centrare tutta la storia sul pellegrinaggio nel deserto di Ben e Maria Elena per avere una serie con molto materiale da sviluppare. Invece, l’atto caritatevole del rude Border Patrol Agent costituisce solo la premessa di tutto quello che seguirà. Ben, dopo il passaggio della frontiera, o meglio del Muro, squarciato con delle cesoie elettriche, è costretto a tornare indietro, da solo (l’idea di presentare questa scena a mo’ di premessa è un flashforward vincente). La ragazza incinta è al sicuro in California, la famiglia di Ben invece no. Il clan Zamora gli ha inviato un messaggio. Un video sul cellulare. Dante nella stanza di Katie, sua figlia. Inizia il ricatto. È una sequenza di immagini ingenua e potente: l’americano, già cacciatore di clandestini, riattraversa il confine, andando contromano rispetto al verso consueto dei flussi migratori. Il lungo viaggio a piedi termina quando raggiunge il suo pickup, abbandonato con una ruota a terra nell’aspro entroterra messicano, ed è solo la prima tappa. I sicari del cartello lo attendono lì, non per ucciderlo, bensì per accompagnarlo fino alla plaza de toros di Tijuana. Qui, Juan Diego detto “El Catrin”, il capoclan, gli chiede di raggiungerlo sul punto più alto dell’arena e gli comunica le condizioni per tenere al sicuro la sua famiglia. El Catrin ha bisogno di un uomo della “migra”, la polizia di frontiera, che lavori per lui. Quell’uomo è Ben. Giornata difficile, vero? Non è finita. Arrivato al promontorio, Ben vede lo scheletro della casa di Javi ormai in fiamme.

Grazie a veloci flashback, in genere inseriti in apertura di episodio, Coyote svela il passato dei personaggi. Scopriamo la tragedia occorsa a Maria Elena a El Salvador, il suo paese di origine. Più indietro nel tempo, assistiamo al pestaggio di adolescenti, colpevoli di aver disegnato un tag sul muro sbagliato, da parte di una gang rivale. Siamo introdotti all’infanzia infelice di Dante. In generale, l’orrore per tutti loro, carnefici e vittime, deriva dal contesto. Non si fugge alla legge criminale. Si ricordi che le violentissime maras, per restare alla realtà sociale dell’America Centrale (Guatemala, Honduras, El Salvador) non sono bande tenute insieme tanto dagli affari quanto dal senso di comunità. Si sono sostituite allo Stato e comandano sul territorio. Impossibile, quindi, sfidarne l’autorità senza ricevere in cambio una punizione capitale a suon di machete (è ciò che accade al padre di Maria Elena). I cartelli messicani ricalcano, invece, gli schemi delle organizzazioni imprenditoriali. Ogni rete ha dei nodi e ogni nodo ha un uomo posto a presidio. Dante ha il sogno di diventare “jefe de plaza”, il capetto locale. Anche le gang minori sono soggette a invidie, gelosie e rivalità interne. Quando Mazo, fratello di Juan Diego e padre biologico di Dante torna in libertà, si intravedono seri guai all’orizzonte.

Restiamo sui flashback, che rivelano il mondo di Ben e le sue relazioni con i colleghi. “Il vero confine è quello tra le persone che infrangono la legge e quelle che non la infrangono”, dice Ben a Garreth Cox, un poliziotto più giovane in occasione del loro primo giorno di lavoro trascorso insieme, di pattuglia lungo il perimetro del Muro. Per capire il tipo: Garreth controlla compulsivamente il cellulare e Ben glielo strappa dalle mani per lanciarlo fuori dall’abitacolo “Basta una distrazione e un cecchino ti spara”. O ancora, non si fa troppi scrupoli ad ammanettare ad una recinzione uno dei tanti Juan Doe (il nome fittizio dato alla “migra” dai clandestini arrestati). Il Ben ancora in servizio non è né buono né cattivo, né razzista né idealista, solo un servitore dello Stato che difende l’ordine e crede nella legge. Anche Ben, però, e questa è un’epifania che cambia l’interpretazione dei fatti, ha una macchia sulla coscienza. Una macchia indelebile. È forse a causa di questa colpa che Ben si imbarca nell’avventura across the border per salvare Maria Elena?

Michael Chiklis riesce a dare spessore al suo personaggio, che è anche l’unico ad averne, in una selva di figurine umane preconfezionate. Se Juan Diego è il criminale forbito, elegante e manipolatore che maschera il suo core business investendo in un’attività parallela (imprenditore vitivinicolo con predilezione per il vitigno vesuviano lacrima christi), suo fratello Mazo è la barbarie fatta persona, un assassino che si sbarazza dei suoi rivali con metodi brutali. Una coppia classica, Caino e Abele. Da par suo Dante, stretto tra i due fuochi, è il rampollo ansioso di mostrare il suo valore alla famiglia, a uno zio carismatico e soprattutto ad un padre assente… In altri termini, il campionario non brilla per originalità. Né Silvia, con la quale Ben sembra cercare un’intesa, né Holly, l’agente federale della Homeland Security, incidono sulla storia. Garreth Cox, messo alle calcagna di Ben da Holly, è un bravo ragazzo, forse un po’ troppo curioso. Il confronto ad alto tasso alcolico tra lui e Mazo è uno dei momenti migliori della serie. Tuttavia, nemmeno lui porta valore aggiunto allo sviluppo della trama. Coyote si identifica con Ben Clemens.

Coyote, girato nell’era Trump e distribuito in patria il giorno successivo l’incredibile assalto al Campidoglio, sfrutta a metà l’occasione di raccontare il suo (nostro) tempo. A metà settembre le immagini delle centinaia di profughi haitiani accampati sotto un ponte al varco di Del Rio, Texas, hanno fatto il giro del mondo. Nonostante il cambio di amministrazione, le politiche di respingimento continuano, con meno retorica e più ipocrisia. “L’immigrazione irregolare è una minaccia per i migranti stessi”, ha detto il segretario per la sicurezza interna statunitense Alejandro Mayorkas, “entrare negli Stati Uniti in questo modo non vale la sofferenza, il denaro e la fatica che costano”. Quando il pensionato Clemens adotta una tecnica imparata dai clandestini che arrestava, ovvero coprirsi le scarpe con i tappetini per non lasciare impronte sulla sabbia, è facile cogliere l’ironia della situazione. E poi le battute sui gringo che alimentano il traffico di droga, la schiavitù sessuale di Maria Elena, il poliziotto messicano che baratta il motto “proteggere e servire” con “proteggere e sopravvivere”. Cenni, dettagli, parole utilizzate per incasellare la vicenda dentro una cornice. Gli autori non affondano il colpo. Coyote è, e resta fino alla fine, un racconto privato.

A cominciare dal tema di apertura composto dai Calexico, la musica è splendida, tra desert rock, note tex-mex, canzoni tradizionali e folk alternativo. Sul piano del ritmo Coyote non ha pause. Le riprese del Muro sono suggestive e restituiscono l’assurdità della sua presenza. Tra gli altri attori, degni di menzione sono Juan Pablo Raba (Gustavo Gaviria in Narcos) e Kristyan Ferrer (El Smiley in Sin Nombre di Cary Fukunaga). A parziale discolpa delle debolezze di sceneggiatura e degli scarni approfondimenti attorno a personaggi a malapena abbozzati, è giusto sottolineare che la pandemia ha costretto la produzione a tagliare ben quattro episodi sui dieci previsti in origine. Quasi certamente CBS metterà in cantiere una seconda stagione per rattoppare i buchi della prima. Maria Elena è prossima al parto e Dante Zamora (scommettiamo?) riprenderà a cercarla. Per Ben si apre un nuovo capitolo. Perché Ben è comunque una certezza. Dopo averlo conosciuto, cambierete idea sul cliché del pensionato tutto poltrona, tv e pantofole…

Titolo originale: Coyote
Numero degli episodi: 6
Durata ad episodio: 50 minuti l’uno
Distribuzione: Sky Investigation
Programmata in Italia: 5 Settembre 2021
Genere: Crime Drama

Consigliato a chi: sa usare in modo creativo la schiuma poliuretanica, all’opera d’arte preferisce l’artista in carne e ossa.

Sconsigliato a chi: pensa che insegnare sia un mestiere sicuro, non perde mai la testa quando si mette al volante.

Letture e visioni parallele:

– Forse il romanzo sull’emergenza migratoria e sullo stato di salute dell’America più importante degli ultimi anni: Valeria Luiselli, L’archivio dei bambini perduti, La Nuova Frontiera, 2019.

– Due documentari sul canale ARTE: Covid-19 in Messico, i narcos benefattori e Messico: alla ricerca dei migranti scomparsi.

Un oggetto: la trappola per aragoste.

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