Red Notice

Red Notice **

Il film più costoso mai realizzato da Netflix è un’avventura tra ladri, tesori dell’antichità nazisti e agenti speciali, che strizza l’occhio più volte al cinema spielberghiano e ad Indiana Jones soprattutto, restando tuttavia sempre ancorato all’estetica dei videogames e al sapore lontanissimo dei furti preziosi di Lupin.

Rawson Marshall Thurber, regista di fiducia di Dwayne Johnson, qui scrive, dirige e produce in solitaria, cercando di trovare il cocktail giusto, mescolando ingredienti risaputi.

C’è il ladro gentiluomo, appassionato di oggetti d’arte, c’è l’agente FBI che è sulle sue tracce, c’è un’agente dell’Interpol tostissima, che arriva però sempre in ritardo e c’è un misterioso informatore, l’Alfiere, che si muove nell’ombra, mettendo gli uni contro gli altri.

Ovviamente c’è un macguffin a muovere l’azione: una delle tre magnifiche uova-gioiello, regalate da Marco Antonio a Cleopatra, si è perduta nel corso della storia e nessuno sa bene dove si trovi. Le altre sono sono conservate a Roma in un museo a Castel Sant’Angelo e a Valencia da un uomo d’affari assai poco raccomandabile.

Il muscoloso ma non invincibile agente Hartley e lo scaltro e ciarliero ladro Nolan Booth cercano di recuperarle, impedendo che cadano nelle mani dell’Alfiere.

Chi riuscirà a portare le tre uova ad un miliardario egiziano, per il matrimonio della figlia, avrà per sè 300 milioni di dollari.

Il film gioca con il solito scenario di bellezze esotiche o romantiche, col solito spirito americano un po’ colonialista: attraversa Roma, la Russia, il sud della Spagna, converge nella Foresta Amazzonica e si chiude nel mare della Sardegna.

La prima parte è giocata sulla costruzione di una coppia improbabile, in cui, grazie alle macchinazioni dell’Alfiere, il ladro e l’agente sono costretti a fuggire assieme dopo essere evasi da una prigione di massima sicurezza, dove l’agente Das dell’Interpol li aveva rinchiusi.

Il gioco di squadra e l’individualismo avido si bilanciano e sembrano prevalere a fasi alterne.

Doppi e tripli tradimenti mescolano le carte, mentre il ritmo rimane sostenuto, gli attori sembrano essersi divertiti, il copione cerca sempre un tono leggero e scanzonato e le citazioni si sprecano, in una scrittura che strizza l’occhio al cinefilo superficiale.

Il risultato, nonostante qualche movimento di macchina piuttosto ardito, che tuttavia sembra uscire da qualche gioco in computer grafica, è decisamente ordinario.

E se la coppia maschile funziona anche discretamente, tra scambi di confidenze su padri assenti e difficili, sono le figure femminili a soffrire di più.

L’agente Das sempre beffata non ha molto su cui lavorare, ma più grave è il sapore sciapo che assume il ruolo affidato a Gal Gadot, che non sbaglia mai nulla, non sembra avere difetti e si muove impeccabile in ogni contesto, con abilità straordinarie. Tuttavia un personaggio così idealizzato, così infallibile e privo di conflitti nel suo arco narrativo, alla fine suona un po’ stonato.

E’ giusto immaginare parti femminili nuove, non subordinate a quelle maschili e non di pura funzione comica o seduttiva, ma in un film che vive di continui cliché narrativi, togliere ai ruoli femminili ogni connotazione finisce per renderli paradossalmente solo meno interessanti.

Il finale prelude ad un possibile sequel, come da manuale del produttore del terzo millennio impone.

Il franchise è lanciato, ma per ora il divertimento è contenuto.

Chi s’accontenta gode. Così così.

 

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