Due donne – Passing

Due donne – Passing ***

Il debutto alla regia dell’attrice Rebecca Hall è l’adattamento del romanzo breve, scritto da Nella Larsen nel 1929.

La Larsen era figlia di madre danese e padre originario dei Caraibi. E in quegli anni era stata una delle figure di spicco della Harlem Renaissance culturale e letteraria.

La Hall è invece figlia del fondatore inglese della Royal Shakespeare Company e di una soprano afroamericana.

L’indulgenza sulle origini delle due autrici di questa storia non suoni leziosa: Passing è la storia di due donne afroamericane dalla pelle così chiara da ingannare.

Originarie di Chicago, si ritrovano per caso, dopo tantissimi anni, in una caldissima mattina d’estate a New York, dove vive Irene.

Sposata al medico di colore Brian, impegnatissima nella comunità nera di Harlem, di tanto in tanto, nei negozi, nelle sale da thé, si fa passare per bianca, senza alcuna malizia, semplicemente per rendersi la vita più semplice.

L’amica di un tempo, Clare, è invece sposata ad un uomo d’affari biondo e razzista, che non conosce le sue origini. Il suo inganno è ben più radicale e pericoloso.

L’incontro con Irene, che lei chiama affettuosamente con il nomignolo di un tempo, Renee, la riavvicina alla sua comunità.

Mentre il marito è lontano per lavoro, frequenta la casa dell’amica, partecipa alle feste che organizza nei locali dove si balla il jazz, sembra quasi flirtare con Brian e con i loro amici.

Pian piano la tensione tra le due donne monta, alimentandosi di invidie, gelosie, rimorsi celati nel passato.

Il ruolo centrale di Irene nella comunità sembra venir quasi usurpato da Clare, che si insinua sempre di più nella sua vita, sino a destabilizzarne gli equilibri familiari e sociali.

Sempre sul punto di esplodere, il melodramma rimane invece compresso, rinchiuso dal quadro stretto scelto dalla Hall, dal continuo recadrage dell’inquadratura, che sfrutta, porte, finestre, specchi, soglie, per isolare i suoi personaggi, incapaci di entrare tutti nella stessa inquadratura e nella stessa vita, si direbbe.

Siamo lontani dalle atmosfere di Sirk, perchè quello che allora doveva essere solo suggerito, ora può essere detto in modo più esplicito.

E lo stesso bianco e nero contrastatissimo della fotografia dello spagnolo Eduard Grau (A single man, Boy erased) viene utilizzato più in senso simbolico, lasciando che i sentimenti restino spesso muti sullo schermo.

Le suggestioni hitchcockiane si stemperano anch’esse e pur se si allude a linciaggi e omicidi, l’unica morte arriva a chiudere il racconto, proprio alla fine.

Il lavoro della Hall, evidentemente sentito e personale, mostra una certa maturità espressiva, un controllo dell’immagine encomiabile e uno stile molto preciso.

Come spesso accade nelle opere prime, c’è forse più di quello che sarebbe stato necessario, una certa enfasi simbolica si poteva attenuare, qualche suggestione sentimentale tra le due donne rimane più accennata che realmente coltivata, tuttavia sono limiti che non turbano la compattezza dal racconto che rimane giustamente etereo e misterioso.

Perchè se un passo alla volta la storia delle due donne assume contorni inquietanti, che appaiono talvolta come la proiezione dei sentimenti irrisolti della protagonista, l’idea che dietro al formalismo borghese, alla sua cortese ipocrisia, si celino sempre tensioni profonde è invece interessante e feconda.

La Thompson vive in uno stato di progressiva irrequietezza, che le ombre della fotografia rendono sempre più grave. Ma è Ruth Negga a rubarle continuamente la scena, con la sua fisicità minuta, ma esuberante, il suo volto irregolare e peccaminoso. La sua Clare è un elemento perturbante che rompe la consuetudine familiare dell’amica, ne espone le linee di frattura, dal rapporto col marito a quello con la cameriera, ne mette in discussione l’immagine pubblica, faticosamente costruita, ma probabilmente insincera.

La messa in scena della Hall è sorvegliatissima, elegante, capace di raccontare isolando particolari, mettendo a fuoco lentamente o spostando il punto di vista nella stessa inquadratura, costruendo insomma una drammaturgia interna che supera le tradizioni composte impaginazioni degli attori passati dietro la macchina da presa, più interessati alle performance che non a un’idea di cinema.

Promettente.

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