Fatma: la vendetta ha un nome di donna nella Turchia contemporanea

Fatma **1/2

Fatma è una donna delle pulizie. Fatma è la moglie di un uomo uscito di galera e poi scomparso. Fatma è la madre di un bambino autistico, morto in un drammatico incidente, investito da un’automobile. Fatma è la sorella maggiore di una donna elegante e ricca con cui condivide un trauma infantile. In una Turchia moderna ed arcaica, terra di contrasti in cui gli estremi si sfiorano, Fatma (Burcu Biricik) si aggira alla disperata ricerca del marito, Zafer (Ferit Kaya) e, sopra tutto, di un senso da dare alla propria vita dopo la morte del figlio Oghuz (Mustafa Konac). Indebitata, incapace di elaborare il lutto subito, senza relazioni affettive, sempre più immersa in una fitta rete di malviventi legati al marito, Fatma è un’ombra tra la folla, con un foulard in testa, un impermeabile sformato, senza trucco, con gli occhi arrossati e stretti per scrutare nel profondo l’ipocrisia di chi le sta attorno. La sua esistenza sembra ridursi ad una passiva accettazione della malignità degli uomini e della causalità del fato, ma qualcosa la spinge a reagire. Con il passare degli episodi scopriremo che lei in realtà passiva non lo è mai stata, nemmeno di fronte agli abusi subiti con la sorella, da piccola, al villaggio, nemmeno allora il suo atteggiamento si è ridotto ad una mera accettazione della realtà. Fatma combatte, a suo modo, forse per un istinto, più che per un bisogno razionale di giustizia.

Prodotta da Netflix, questa miniserie turca in sei episodi è stata creata e diretta da Ozgur Onurme, talento emergente apprezzato per il cortometraggio Akvaryum (2018).

Per gran parte della stagione Fatma sembra un inno, liberatorio e identitario, alla lotta di Davide contro Golia. Qualunque sia il nemico, Fatma è pronta a combattere: il disinteresse di una società maschilista nei suoi confronti, come donna e come cittadina, l’arroganza delle presunte superiorità (economiche, culturali, etc.) che trattano con supponenza una semplice donna delle pulizie, la freddezza delle relazioni opportunistiche che caratterizzano gran parte della vita adulta, il trauma subito, da bambina, di fronte al quale tutti hanno volto lo sguardo altrove.

Fatma si approccia alle battaglie che deve affrontare senza alcuna preparazione, quasi imbattendosi in esse, ma le affronta con la spregiudicatezza di chi pensa di non aver nulla da perdere. Un’idea forte e ricca di potenzialità, soprattutto per la scelta di mettere al centro del racconto una donna, apparentemente invisibile, nella Turchia contemporanea. La traduzione narrativa è però spesso inadeguata e la credibilità della narrazione si inceppa, lasciando scoperti, in più di un’occasione, gli ingranaggi del racconto, con qualche superficialità e qualche passaggio poco credibile, soprattutto nella descrizione del comportamento investigativo della polizia. Quando la storia intende presentare Fatma sotto un’altra luce, in grado di architettare un piano per incolpare il marito dei suoi omicidi, la sequenzialità degli avvenimenti non garantisce una compattezza narrativa credibile. Ozgur Onurmes ha avuto un’idea interessante, ma non è stato capace di tradurla in una sceneggiatura all’altezza, approdando ad un esito discontinuo, lontano della finezze e molteplicità di sfumature che presenta, per fare un esempio, Killing Eve (cit.), che pure sviluppa una trama in diversi punti sovrapponibili alla storia di Fatma.

Accanto a Fatma, e non solo sullo sfondo, c’è la città di Istanbul e più in generale la Turchia contemporanea, con la descrizione di una serie di contrasti di grande valore narrativo, tra innovazione e tradizione, ricchezza e povertà, campagna e città. Sono mondi diversi, lontani, che comunicano a fatica. L’elemento costante è la sopraffazione della donna, il suo essere marginalizzata, vista come oggetto passivo dei desideri maschili, alla ricerca di uno spazio che la società non sembra volerle in alcun modo riconoscere. Il dramma è soprattutto di natura sociale, prima che personale.

Alla centralità di Fatma potrebbe essere collegata la debolezza degli altri personaggi che le ruotano attorno, ma sarebbe una lettura semplicistica perché il problema delle vicende che coinvolgono il vecchio scrittore o i vicini di casa o la sorella risiedono piuttosto in archi narrativi deboli a prescindere dalla reazione con la vicenda di Fatma e dallo spazio che dedica loro la stagione.

A livello narrativo la scelta è stata di optare per uno sviluppo principalmente orizzontale, in cui ogni episodio inizia con una situazione di cui poi viene descritta l’origine. Una linea temporale spesso ulteriormente articolata tramite il ricorso a flashback che ripercorrono il passato di Fatma, al villaggio e con il piccolo Oghuz.

Poi arriva il finale, che mette tutto sotto sopra. Un finale che, duro come un pugno nello stomaco, ristruttura gran parte della narrazione a cui abbiamo assistito e costringe a rivedere la storia da una diversa prospettiva. I rapporti tra le due sorelle, la morte di Oghuz: tutto cambia e, naturalmente, anche l’immagine di Fatma finisce per assumere una luce diversa. Per qualche istante siamo portati a pensare che possa essere la luce, respingente ed accecante della tragedia, così lontana per assolutezza dai finali deboli (aperti, estesi, divaganti, etc.) della serialità contemporanea. Poi ci accorgiamo che non è così e che la scrittura lascia socchiusa la porta per una seconda stagione, di cui, pur essendoci tutte le premesse narrative, non sentivamo il bisogno.

Proprio come per il resto della stagione, anche nel finale, siamo andati solo vicini a qualcosa di interessante.

Titolo originale: Fatma
Durata media degli episodi: 45 minuti
Numero degli episodi: 6
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: noir, thriller, drama

Consigliato: a quanti amano le produzioni locali Netflix e sono interessati ai drammi che hanno un respiro sociale.

Sconsigliato: a chi non ama le storie in cui ad un certo punto sei in grado di dire quello che succederà senza paura di sbagliarti.

Visioni parallele: Ethos, un’altra serie turca prodotta da Netflix che affronta la tematica dei diritti delle donne da una prospettiva più delicata ed ironica.

Un’immagine: parlando del comportamento di Eckber nei suoi confronti, la ragazza che sta con lui descrive la violenza con cui la tratta abitualmente, che si spinge fino a punte di efferata crudeltà. Di fronte a Fatma non esita a descrivere come “Tutti sentono. Tutti lo sanno. Eppure nessuno fa un caz..o. Chi si metterebbe contro Ekber?” un atto d’accusa che descrive qualcosa di più di una semplice situazione privata, ma che ha il sapore di una denuncia della società turca piegata al volere di Erdogan.

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