Ethos: la Turchia di oggi raccontata da personaggi indimenticabili

Ethos ***

Ethos si presenta come un racconto corale ambientato nella Turchia contemporanea. Al centro della narrazione ci sono Meryem (Okyu Karayel) ed il fratello Yasin (Fatih Artman). Meyrem, che vive con il fratello e la cognata e fa le pulizie per guadagnare qualcosa, soffre di svenimenti e per questo inizia delle sedute con una psichiatra, la Dr.essa Peri (Dafne Kayalar). Tra le due si sviluppa un rapporto ambivalente: l’abbandono fiducioso della ragazza rompe gli argini della fredda Peri, apparentemente legata alla deontologia professionale, ma in realtà carica di pregiudizi verso le donne con il velo ed in generale verso la Turchia più tradizionale e conservatrice. Yasin è alle prese con una situazione familiare complicata, soprattutto per il comportamento della moglie Ruhiye (Funda Eryigit) che sembra non aver elaborato un misterioso trauma legato al proprio passato. Ai problemi con Ruhiye si aggiunge il fatto che il figlio Ismail che non vuole più parlare. Il racconto si dipana coinvolgendo diversi personaggi che ruotano attorno ai due poli dell’azione: la campagna e la città. Nella povertà semplice e legata alle tradizioni religiose musulmane della campagna emergono personaggi come l’Odja della comunità, Ali Sadi Hoca (Settar Tanriogen) e la sua famiglia; mentre in città l’attenzione si sposta su Gulbin (Tulin Ozen), la collega di Peri che la accompagna con sedute personali, il giovane Sinan (Alican Yucesoy) e l’attrice di Serie Tv Melisa (Nesrin Cavadzade). In un continuo rimando dalla Turchia più povera e rurale a quella più colta e urbanizzata le strade di questi personaggi si intrecciano e finiscono per delineare una trama ricca di contrasti e di sfumature.

La vita dei protagonisti è segnata da una serie di rimozioni. Alcune di esse appaiono legate ad un trauma, come quello di natura sessuale di Ruhiye o come la violenza subita dalla madre di Gulbin, presa a calci quando era in cinta. Altre invece dipendono da una scelta più o meno inconsapevole, come quella di Meyrem che per accudire la famiglia del fratello ha finito per annullare la propria aspirazione ad una vita autonoma o quella della figlia di Odja, Hayrunnisa (Bige Onal) che per non turbare il padre si veste con il velo e nasconde il proprio orientamento sessuale.

La consapevolezza di queste rimozioni porta i protagonisti alla liberazione.

O almeno questo avviene per quanti sono davvero disposti a mettersi in gioco: Sinan ad esempio non raggiungerà alcun miglioramento a differenza di Ruhiye capace di grande coraggio nel guardare in faccia il passato, della figlia dell’Odja che lascia la casa paterna in un momento difficile per il padre e di Peri che dichiara (meglio grida) i propri pregiudizi e così facendo li supera. Un percorso che passa dalla capacità di integrare la propria personalità con le parti finora emarginate o addirittura soffocate, indipendentemente dal carattere, dall’estrazione sociale e dal credo religioso. A più riprese si fa riferimento a Jung e possiamo davvero dire che alla base dello sviluppo narrativo c’è l’universo psicologico del grande autore che affascina la nostra epoca per la sua capacità di creare un mondo per esprimere il proprio pensiero scientifico. La trattazione dei temi junghiani è in realtà piuttosto superficiale e l’approfondimento psicologico è limitato a quanto necessario a portare avanti la narrazione, ma proprio questo tono, per così dire lieve, riesce a raggiungere il grande pubblico. A livello di genere il racconto predilige la commedia ed è questo che rende così lieve e piacevole la visione della serie: è difficile non affezionarsi ai personaggi ed alle loro qualità che però non scadono mai nella macchietta o nel siparietto fine a se stesso. Questo grazie anche alle ottime prove fornite da tutto il cast. Qualche passaggio troppo veloce (Ismail che riacquista la parola) e qualche trama irrisolta (le vicende di Sinan e Melisa) finiscono per lasciare nello spettatore una leggera sensazione di incompiutezza e non tutto è risolvibile con il rimando ad una possibile seconda stagione.

La forza della serie risiede nella coralità degli intrecci, ma sono Meryem e Peri a catalizzare le vicende dei due mondi, quello rurale/tradizionale e quello urbano/post-moderno.

Peri rappresenta al meglio la nuova Turchia: sofisticata, elegante, colta, compiaciuta della propria diversità, ma limitata da molti pregiudizi. In realtà anche Peri ha bisogno di un conforto, di un aiuto per superare le proprie nevrosi e cerca questo aiuto in una collega, Gulbin che la ascolta/cura da anni. Meryem rappresenta invece la vecchia Turchia: generosa, semplice, ricca di decoro, ma senza alcuno spirito critico verso la tradizione che viene accettata per quello che è sempre stata o al massimo solo “aggirata”. Anche lei ha bisogno di qualcuno che la ascolti con l’attenzione e l’apertura mentale che non trova attorno a sé. Ad entrambe serve compiere un passo verso l’altro, andare oltre sé stesse, aprirsi ad un mondo più complesso di quello in cui si sono autorinchiuse (Petri) o in cui le ha rinchiuse la tradizione (Meryem). La capacità di restare in equilibrio tra questi due mondi mantiene la narrazione in una tensione che non sbilancia la chiave di lettura a favore dell’uno o dell’altro, anche se è innegabile l’amore che l’autore prova per il popolo turco e per le sue tradizioni. La città dei grattacieli, delle palestre ipermoderne e dei cocktail-bar sembra molto più vuota e noiosa della periferia rurale fatta di calze bucate, caffè e dolci preparati in casa, ginnastica improvvisata utilizzando i figli come pesi e viaggi in camper senza riscaldamento. E’ una prospettiva che è stata definita da qualche critico turco come “orientalista”: in realtà l’autore non prede posizione; il suo è piuttosto uno sguardo conservatore in senso lato, nostalgico verso i valori e le culture del passato.

Ideatore e regista della serie è Berkun Oya che ha scritto la sceneggiatura insieme ad Ali Farkhonde. Alla sua prima serie Oya è influenzato dal cinema di Nuri Bilge Ceylan (C’era una volta in Anatolia) e dal cinema degli anni ’70 che viene rievocato in scelte stilistiche ricorrenti, come l’uso di estabilishing shot e del primo piano in funzione espressiva. Le inquadrature sono valorizzate al meglio da un’ottima fotografia che cristallizza interni ed esterni come fossero quadri del realismo ottocentesco, con un sapore malinconico enfatizzato dalla grana delle immagini e dall’accompagnamento musicale extradiegetico.

La musica pervade in modo significativo tutta l’opera: non è un caso che Bir Baskadir, il titolo originale della serie, sia la citazione di un verso di un brano degli anni ’70 della cantante Ayten Alpman. Oltre alla ricorrente Coban Yildizi, la colonna sonora è impreziosita dalle musiche originali di Cem Yilmazer. La vera chicca sono però gli stralci live di Ferdi Ozbegen (1941-2013), cantante tradizionale del genere arabesk1, dichiaratamente omosessuale e figlio di padre cretese e madre armena cioè due comunità con cui la Turchia ha avuto ed ha ancora oggi diverse questioni in sospeso.

La serie ha fatto molto parlare di sé, soprattutto in patria dove ha scatenato diverse reazioni, alcune delle quali per noi difficili da capire. Una polemica ha ad esempio riguardato l’utilizzo dell’ hijab2 fatto da Sinan in bagno. L’uomo annusa il velo traendone chiaramente eccitazione e per questo è stato attaccato dagli spettatori più conservatori. Un altro aspetto che ha scatenato polemiche è stato l’utilizzo della lingua curda nei dialoghi tra Gulbin e la sorella Gulan (Derya Karadas) originarie del Kurdistan. Una questione, quella del popolo kurdo, ancora oggi di drammatica attualità.

Il vivo dibattito con cui è stata accolta dimostra quanto la storia abbia saputo parlare al popolo turco, ma come nelle produzioni Netflix di maggior successo e qualità, questo tratto locale non ha impedito di raggiungere un pubblico più vasto e di ottenere un interesse internazionale.

In un periodo in cui viaggiare è complicato vi consigliamo di lasciarvi trasportare da questa bella serie in un Paese complesso, sfaccettato, ricco di storie affascinanti.

TITOLO ORIGINALE: Bir Baskadir
DURATA: 50 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 8
DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix
GENERE: Drama Comedy Thriller

CONSIGLIATO: a chi ama viaggiare, scoprire culture e confrontarsi con il mondo di oggi con leggerezza e rispetto delle differenze.

SCONSIGLIATO: a chi non ama i dialoghi lunghi, lo stile registico degli anni ’70 ed è poco interessato al confronto interculturale.

VISIONI PARALLELE: The Gift. Atiye, una giovane pittrice turca intraprende un viaggio da Istanbul fino all’Anatolia, dove una scoperta archeologica la mette in relazione con il sito di Gobekli Tepe. C’è qualcosa di misterioso nel suo passato che la collega all’antico tempio neolitico … Un’altra serie turca di successo internazionale, dai temi più sci-fi e meno sociali. Nel 2020 Netflix ha rilasciato la seconda stagione.

UN’IMMAGINE: il titolo originale, Bir Baskadir che compare spesso sullo sfondo delle case popolari di Istanbul. La traduzione letterale del verso significa “è un altro/a” senza distinzione di genere ed indica l’alterità con cui ci si deve relazionare nella ricerca della felicità. Il mondo è spesso più vasto del nostro modo di guardarlo.

1 L’Arabesk è uno stile musicale turco originato dalla musica araba ed in senso più lato da quella orientale. Si può definire come parte del pop balcanico ed a livello strumentale prevede un’orchestrazione ampia ed una musica molto ritmata, scandita dal suono di strumenti a corda tradizionali come la sargija e da strumenti a fiato come clarinetto ed ottoni. Ozbegen caratterizzava la sua musica per l’uso del pianoforte.

2 Velo che, allacciato sotto la gola, viene utilizzato dalle donne islamiche per coprire il capo e le spalle. Nella serie ha un valore rilevante nell’indicare la differenza tra il mondo laico/occidentale e quello religioso/tradizionale.

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